FONTE: https://tiremminnanz1.wordpress.com/2024/11/06/lillusione-della-post-democrazia/
La nostra contemporaneità porta con sé alcuni effetti storici e sociopolitici, oltre che etici e morali, che possiedono una singolarità particolare. Osserviamo oggi un manifesto processo di cambiamento da parte delle cosiddette liberaldemocrazie occidentali, una condizione che vede la contrazione del sistema democratico comunemente inteso verso una passiva atrofizzazione generalizzata.
Da qui, infatti, prende piede l’idea di post-democrazia, coniata agli inizi del XXI secolo dal sociologo e politologo inglese Colin Crouch, attraverso la quale viene intesa una forma di governo dove le procedure democratiche, pur rimanendo apparentemente in piedi nella loro esteriorità, vengono completamente svuotate di significato dal trionfo di gruppi d’interesse privati. La democrazia oggi viene paradossalmente sempre più sbandierata per nascondere il dominio d’interessi particolari sovranazionali.
Nel caso particolare della modernità occidentale, questo coincide con il trionfo neoliberista e con il dominio del capitalismo più sfrenato. La separazione tra le procedure democratiche, tanto incensate dalla narrazione egemonica come esito naturale del divenire storico, e il loro contenuto, sempre più autocratico e repressivo (dissociazione forma-sostanza), ha portato al paradossale esito che per difendere questo sistema politico sia necessario ridurre progressivamente la sovranità popolare.
A decidere non è il démos ma l’andamento dei mercati: si ha ora il primato della governance contro il government tradizionale.
Uno degli esiti pratici più significativi di questa situazione è la quasi totale evaporazione della partecipazione attiva nella sfera politica da parte della cittadinanza. La generale privatizzazione della società ha aperto le porte alla comparsa dell’homo oeconomicus, il prototipo del cittadino consumatore mercificato e ridotto solamente alla fruizione della propria libertà privata di acquisto. Prevale così la sfera individuale interiore a qualsiasi dimensione valoriale collettiva o storica.
Nella post-democrazia si può avere solamente una post-politica dove è annullato ogni orizzonte di senso che non abbracci le logiche di mercato, unica fonte normativa dell’agire.
La politica viene vista come una questione ad appannaggio dei soli tecnici e manager dalla quale il popolo deve disinteressarsi completamente. Il potere viene così legittimato in base all’efficentizzazione dei mezzi del “governo delle competenze”.
Il disorientamento dell’Homo oeconomicus
L’idea di post-democrazia è intimamente legata all’emergere di formulazioni etiche post illuministe come l’utilitarismo e la morale formale di ispirazione kantiana che, inserite nel contesto dell’imporsi della ragion liberale negli ultimi due secoli, hanno contribuito alla “crisi nichilista” del nostro tempo, ovvero quella condizione di disorientamento storico e mancanza di un orizzonte di senso come punto di riferimento esterno.
La divinizzazione dell’individuo e delle sue libertà portata avanti dalla congiuntura storica nella quale si intersecano Illuminismo, rivoluzione scientifica, rivoluzione industriale e nascita del pensiero liberale, ha paradossalmente annullato, in seguito alla radicalizzazione di queste tendenze storiche nel neoliberismo capitalista odierno, l’individuo e la libertà stessi. Oggi si pensa l’Io come mancante di qualunque identità, criterio o senso, depotenziando, inoltre, ogni tipo di sera pubblica e comunitaria.
L’etica della post-democrazia è ridotta a convenienza e utilità, dove, in assenza di un terreno di significati condivisi, l’unico valore normativo è rappresentato dalla massimizzazione dell’utile secondo le logiche di produttività ed efficienza. La frammentazione morale operante nella modernità ha reso impossibile qualunque visione collettiva, riducendo la scelta dell’azione ad un sistema aprioristico di normatività astratte e indipendenti estremamente vaghe, come ad esempio i fantomatici “diritti umani”, svuotato completamente di qualunque motivazione.
Le istituzioni sono governate da interessi privati di élite economiche che intendono il bene comune solamente nei termini della razionalità economica, ossia del denaro e dell’utile, svuotando di fatto ogni interesse collettivo o di civiltà.
La forma di governo post-democratica predilige quindi la gestione economica ed amministrativa, trasformando ogni membro della comunità in un “consumatore della politica” degradata a mero spettacolo televisivo senza alcun tipo di contento. Questa post-politica, o a-politica, annulla ogni tipo di azione vitalistica sulla scia di una morale intesa come ascrivibile solamente ad una soggettività astratta, atomizzata e autoreferenziale slegata da ogni dimensione storica.
Come superare la post-democrazia
Assegnare una supposta dimensione valoriale alla post-democrazia, abbracciando l’idea che essa sia una sorta di degenerazione o involuzione di una precedente democrazia pura e incontaminata, non coglie la reale natura di questo sistema, presentato come unica alternativa possibile proprio dalla narrazione oggi dominante.
L’instaurazione di aspetti autoritari e repressivi, uniti ad un sempre più ristretto dominio politico oligarchico, è proprio una naturale tendenza della democrazia in quanto tale e della sua intrinseca razionalità strumentale.
Secondo il sociologo e politologo Robert Michels, infatti, ogni organizzazione politica arriva inevitabilmente a sviluppare una struttura oligarchica. Questa legge ferrea dell’oligarchia analizza come le masse, in generale, tendano a disinteressarsi dei processi decisionali e deleghino tutto alla rappresentanza, rafforzando di fatto il potere di queste oligarchie.
In una società dominata completamente dal Capitale dove l’unica valenza etica razionalmente riconosciuta è la massimizzazione dell’utile (e quindi del denaro), è naturale avere una centralizzazione del potere in mano ad oligarchie sempre più ristrette.
La reale questione non è quindi ritornare ad una ipotetica forma di democrazia originaria non oligarchica (nei fatti mai esistita storicamente) ma superare la democrazia stessa come sistema generale.
Questo processo, sia politico-filosofico che antropologico, deve consistere nella formulazione di una nuova teoria morale che, superando la moderna concezione utilitarista e neoliberale, riprenda, proiettandola però in avanti, l’antica concezione di virtù greco-romana (areté) incentrata sull’eccellenza funzionale ad una comunità ed a un progetto di civiltà.
Di questa nuova fondazione di valori morali deve farsi carico prima un’avanguardia alternativa consapevole e, successivamente, un soggetto politico altro rispetto alla democrazia egualitaria, non in grado di asservire a questo compito.
Come vediamo oggi, gli spazi di potenza e di azione vengono continuamente erosi dalla repressione delle istituzioni liberaldemocratiche asservite alle logiche di mercato. La creazione di zone autonome “resistenti” (fisiche o ideali) diventa quindi ancora più necessaria.
L’Europa rappresenta l’unico luogo possibile dove poter far nascere un tipo di uomo nuovo in grado di portare avanti questa lotta. Il processo di nascita di una Nazione-Europa, unita e indipendente dal cappello di qualunque imperialismo estraneo, si iscrive in questa nuova fondazione etico-politica in opposizione al sistema liberaldemocratico iper-capitalista. Un’Europa che, incarnando un’etica opposta alla concezione occidentale, si faccia faro di un’idea di civiltà conquistatrice proiettata verso il futuro.
Di Andrea

