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	<title>RECENSIONI Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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		<title>NELLA TERRA DEI GIGANTI – la saga della Prima Gente</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/24/nella-terra-dei-giganti-la-saga-della-prima-gente/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Jul 2026 19:22:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>NELLA TERRA DEI GIGANTI – la saga della Prima Gente Autori: Giancarlo Pavat e Massimo Ruspandini Editore: Idrovolante Edizioni (2026), 576 pagine Genere: Fantasy storico / Romanzo esoterico &#8220;Ci sono libri che si limitano a raccontare una storia, e altri che invece aprono varchi.&#8221; Ho trovato questo libro davvero coinvolgente grazie alla capacità, non solo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/24/nella-terra-dei-giganti-la-saga-della-prima-gente/">NELLA TERRA DEI GIGANTI – la saga della Prima Gente</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>NELLA TERRA DEI GIGANTI – la saga della Prima Gente</strong></p>
<ul>
<li><strong>Autori</strong>: <strong><em>Giancarlo Pavat e Massimo Ruspandini</em></strong></li>
<li><strong>Editore</strong>: <a href="https://www.idrovolanteedizioni.com/"><strong><em>Idrovolante Edizioni</em></strong></a> (2026), 576 pagine</li>
<li><strong>Genere</strong>: Fantasy storico / Romanzo esoterico</li>
</ul>
<p><em>&#8220;<strong>Ci sono libri che si limitano a raccontare una storia, e altri che invece aprono varchi.&#8221;</strong></em></p>
<p>Ho trovato questo libro davvero coinvolgente grazie alla capacità, non solo letteraria, degli autori di mescolare la storia del Medioevo con il Mito e la Leggenda. Il ritmo è alto, ben condotto e la lettura non annoia mai. Definirlo un romanzo o un racconto fantasy è, a mio parere, altamente limitativo. Il libro è molto più che un racconto di fantasia e si caratterizza non solo per i notevoli ed importanti riferimenti culturali, storici ed esoterici ma anche per importanti riferimenti al Mito, all’ Identità ed all’ Appartenenza tutti riferiti alla terra di Ciociaria.</p>
<p><strong><em>Massimo Ruspandini</em> </strong>è un importante esponente politico della Ciociaria, nasce a Ceccano (Frosinone) nel 1973 e ricopre attualmente l’incarico di deputato e vice-capogruppo di Fratelli d’ Italia alla Camera oltre a guidare la federazione provinciale del partito a Frosinone.</p>
<p><strong><em>Giancarlo Pavat</em></strong> nasce a Trieste nel 1967 è un importante ricercatore storico e saggista ed è considerato uno dei più importanti esperti nazionali nello studio dei labirinti, delle simbologie artistiche e misteri del passato.</p>
<p>I due autori riescono perfettamente ad evidenziare non solo le radici millenarie della Terra di Ciociaria col fascino dell’ esoterismo medievale, ma anche a far rivivere i borghi storici e i siti archeologici reali, come ad esempio le mura poligonali dette ciclopiche che caratterizzano le città saturnine come Anagni, Alatri, Arpino, Atina, Ferentino (che rappresentano ancora oggi un mistero costruttivo), in una presenza viva e pulsante all’ interno della narrazione e dell’ impianto letterario del libro.</p>
<p>La narrazione prende il via da un fatto storico reale, il famoso <em>schiaffo di Anagni</em> del 1303 contro Papa Bonifacio VIII. Da questo evento si declina un intricato mistero che attraversa i secoli, legando i Cavalieri Templari, un antico codice come il Clavicula Adami, i segreti di Papa Celestino V e le misteriose strutture megalitiche della Ciociaria. Mentre l&#8217;umanità è all&#8217;oscuro di tutto, un&#8217;antica stirpe precedente ad Adamo ed Eva minaccia di ritornare per riprendersi il pianeta, scatenando una lotta segreta per il destino del mondo.</p>
<p>Nel libro emergono dunque ad occhi e cuori attenti importanti elementi di carattere esoterico ed iniziatico che possono stimolare il lettore ad un certo tipo di approfondimento ulteriore.</p>
<p>Nella Terra dei Giganti è anche l’Inno più bello e compiuto che gli autori potessero donare alla nostra antica e meravigliosa Terra troppo spesso dimenticata e accantonata e che merita di essere ri-scoperta, ri-visitata non solo turisticamente.</p>
<p><strong><em>Giancarlo Sperati</em></strong></p>
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		<title>Nolan, Omero e la maledizione woke: The Odyssey sopravvivrà ai suoi errori?</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/13/nolan-omero-e-la-maledizione-woke-the-odyssey-sopravvivra-ai-suoi-errori/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Jul 2026 04:05:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/the-odyssey-nolan-maledizione-woke-errori-327828/ The Odyssey di Christopher Nolan non è interessante soltanto perchè il pubblico si è indignato davanti al trailer in cui appare Elena di Troia interpretata da Lupita Nyong’o. Sarebbe una lettura troppo riduttiva per uno dei pochi registi contemporanei che ha dimostrato di saper coniugare il blockbuster con la profondità narrativa, il botteghino con le [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/13/nolan-omero-e-la-maledizione-woke-the-odyssey-sopravvivra-ai-suoi-errori/">Nolan, Omero e la maledizione woke: The Odyssey sopravvivrà ai suoi errori?</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/the-odyssey-nolan-maledizione-woke-errori-327828/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/the-odyssey-nolan-maledizione-woke-errori-327828/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>The Odyssey</em> di <strong>Christopher Nolan</strong> non è interessante soltanto perchè il pubblico si è indignato davanti al trailer in cui appare Elena di Troia interpretata da Lupita Nyong’o. Sarebbe una lettura troppo riduttiva per uno dei pochi registi contemporanei che ha dimostrato di saper coniugare il blockbuster con la profondità narrativa, il botteghino con le altezze cinematografiche. <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/lodissea-da-omero-tutte-le-strade-portano-a-christopher-nolan-284530/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/lodissea-da-omero-tutte-le-strade-portano-a-christopher-nolan-284530/" type="link">Se alla fine del 2024 ci chiedevamo su queste colonne se<em> L’Odissea</em> di Nolan avrebbe rispettato le aspettative</a>, oggi – a pochi giorni dall’uscita globale nelle sale – la domanda sembra farsi più venale, ma non meno importante: Nolan è abbastanza forte da far passare commercialmente un’operazione caricata di scelte che altrove hanno bruciato interi franchise?</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nolan arriva a Omero con un capitale simbolico enorme</strong>. Dopo <em>Oppenheimer</em>, dopo la trilogia del <em>Cavaliere oscuro</em>, dopo <em>Interstellar</em>, tutti quanti abbiamo capito che il regista britannico non è mai stato un semplice esecutore dell’industria dello spettacolo. È probabilmente l’ultimo grande autore popolare occidentale capace di vendere al pubblico non solo un film, ma visioni di grandezza e vertigini metafisiche. Anche quando lavora dentro il mercato, Nolan non sembra quasi mai ridursi al mercato. Per questo la sua <em>Odissea</em> è un caso che va sviscerato in modo più serio dell’ennesimo prodotto <em>Disney </em>o <em>Netflix </em>passato al setaccio della polemica anti-woke.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">The Odyssey: Nolan alla prova del blackwashing</h2>
<p style="text-align: justify;">Il problema, però, parte proprio da qui. Anche Nolan è scivolato nel cono d’ombra del dispositivo <em>woke </em>– con i suoi riflessi e le sue reazioni. <strong>Finchè si parla di viaggi spaziali e onirici, nessuno è tenuto a porsi domande sulla legittimità di un ruolo, sulla verosimiglianza con le scritture di riferimento, sul peso politico delle scelte di casting</strong>. E se proprio vogliamo dircelo, il tema non è neanche tanto la “fedeltà” a Omero, ma la tenuta (anche commerciale) di un’operazione che prova a sommare tutto: il prestigio del classico, il dispositivo del kolossal globale, il casting multiculturale, l’aggiornamento linguistico alla sensibilità contemporanea, la promozione dell’evento cinematografico totale. Un film di Nolan, non scordiamolo, è sempre anche una macchina industriale di prim’ordine, e come tale deve rispondere alle leggi del mercato. Se le prime reazioni critiche sembrano positive, e le previsioni d’apertura restano forti, il punto non è chiedersi se Nolan possa incassare bene nel primo weekend o se farà flop. Con il suo nome, la curiosità e il formato-evento, sarebbe catastrofico il contrario. Il punto è se il film saprà trasformare la partenza in durata, oppure se subirà lo stesso attrito che ha colpito altri prodotti caricati di scelte recepite dal pubblico come esterne al racconto. In questi giorni infatti, fanno discute le cifre sui <em>dislike </em>del trailer su YuoTube: <a id="https://www.ilmattino.it/spettacoli/cinema/record_di_non_mi_piace_film_nolan_the_odyssey_su_youtube_supera_i_like-9637277.html" href="https://www.ilmattino.it/spettacoli/cinema/record_di_non_mi_piace_film_nolan_the_odyssey_su_youtube_supera_i_like-9637277.html" type="link">c’è già chi parla di record negativo</a>. Potrebbe non essere una sentenza di morte, ma in un mercato che vive di passaparola ma soprattutto di pregiudizio, il segnale – così come le polemiche stesse, mai così forti prima d’ora su un prodotto firmato Nolan – hanno un peso.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La polemica di Lupita Nyong’o contro Omero conferma i pregiudizi</h2>
<p style="text-align: justify;">In questo frullatore di polemiche e dicerie, non potevano mancare le uscite veramente infelici. Non contenta di essere l’oggetto della discordia principale – e in questo probabilmente incarna Elena di Troia alla perfezione – Lupita Nyong’o, <a id="https://www.foxnews.com/media/nolans-odyssey-actress-said-shed-scold-homer-lack-female-speaking-roles" href="https://www.foxnews.com/media/nolans-odyssey-actress-said-shed-scold-homer-lack-female-speaking-roles" type="link">intervistata durante la promozione del film</a>, ha immaginato di chiedere conto direttamente a Omero del “poco spazio concesso alle donne”: “<strong>Remember us?</strong>”. La frase può essere liquidata come una battuta, ma nella comunicazione contemporanea le battute non sono mai innocenti, soprattutto quando confermano esattamente il pregiudizio del pubblico, ovvero che il suo ruolo sia forzato all’interno del contesto narrativo, se non un vero e proprio presidio ideologico. Se il personaggio più discusso del film arriva a rimproverare Omero con le categorie del progressismo contemporaneo, la percezione viene confermata: più che un adattamento del mito, siamo di fronte all’ennesimo classico europeo revisionato dal politicamente corretto. Come abbiamo detto altre volte, il problema non è tanto la natura malleabile del mito, quanto chi lo manipola, in quale direzione e dentro quale asimmetria. Spieghiamoci. Il mercato vuole prodotti globali, esportabili, immediatamente riconoscibili da pubblici diversi; l’ideologia fornisce la giustificazione morale: inclusione, rappresentazione, riparazione, aggiornamento;<strong> il risultato è che la tradizione europea diventa sempre il laboratorio più disponibile</strong>, perché su di essa si può intervenire con una libertà che raramente viene concessa quando si parla delle tradizioni altrui.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La tradizione europea è sempre alterabile, le altre no</h2>
<p style="text-align: justify;">La scelta di <strong>Travis Scott</strong>, passato più in sordina rispetto alla Nyong’o e ad Elliot Page, ci aiuta a capire meglio questo meccanismo. Nolan dice di averlo scelto nel ruolo di bardo perché vede nel rap una forma moderna di oralità epica. Non è una banalità, perché si ricollega a quanto già espresso dal regista, quando ha paragonato Omero a George Lucas e la cultura omerica alla Marvel del suo tempo. <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/da-leone-a-nolan-cinema-omero-accademia-325899/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/da-leone-a-nolan-cinema-omero-accademia-325899/" type="link">Come avevamo spiegato in un articolo dedicato</a>, l’epica non è una realtà statica: passa dal canto orale al poema, dal poema al romanzo, dal romanzo al western, alla fantascienza, al cinecomic ecc. <strong>Ogni civiltà continua a cercare immagini più grandi della vita ordinaria: dèi, eroi, mostri, viaggi, duelli, ritorni.</strong> Se quindi il bardo è la voce stessa del mito, Scott diventa l’equivalente di Omero, spostando non solo la forma ma il cuore della trasmissione narrativa. Da un lato è una traduzione ambiziosa per il pubblico globale; dall’altro suggerisce che il mito europeo debba pagare dazio al filtro afroamericano per risultare universale, ed è una forma di razzismo. Ed è lo stesso schema emerso qualche tempo fa intorno alla fortunata serie <em>Shogun</em>, quando qualcuno si domandò, senza particolare imbarazzo, perché in una storia ambientata nel Giappone del 1600 non ci fossero personaggi neri. Non si chiedeva se la serie funzionasse, se restituisse la complessità del Giappone feudale, se reggesse sul piano narrativo. Si chiedeva, semplicemente, chi mancasse all’appello secondo le categorie dell’industria culturale americana. E infatti la reazione fu dura non soltanto da parte dei soliti spettatori “conservatori”, ma anche da parte di utenti neri infastiditi dall’idea di essere trasformati in quota obbligatoria anche dove la loro presenza non aveva alcuna necessità storica o narrativa.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Il pubblico tollera sempre meno le correzioni ideologiche</h2>
<p style="text-align: justify;">La cosa interessante infatti è che, quando questo meccanismo viene applicato a tradizioni non-europee, appare immediatamente per ciò che è: una forzatura. Nessuno sano di mente pretenderebbe di giudicare <em>Shogun</em> in base alla quantità di minoranze rappresentate nel Giappone del XVII secolo, così come nessuno difenderebbe con leggerezza un imperatore cinese interpretato da un attore bianco in nome della libertà artistica. <strong>In quel caso scatterebbero immediatamente le parole che conosciamo: appropriazione culturale, cancellazione, colonialismo simbolico, mancanza di rispetto</strong>. Quando però lo stesso trattamento riguarda il patrimonio europeo, il principio cambia. Omero diventa “universale”, quindi liberamente smontabile; la Grecia antica diventa un contenitore fluido; il mito europeo diventa materia prima da riassemblare secondo le esigenze morali contemporanee. Questa asimmetria è il cuore del problema <em>Odyssey</em>. Nessuno pretende una ricostruzione museale dell’<em>Odissea</em>, né un cinema bloccato dalla filologia. Il cinema vive di interpretazioni, scarti, tradimenti intelligenti o verosimili. Ma il tradimento funziona quando nasce da una necessità artistica interna, non quando sembra l’applicazione di un protocollo esterno. Il pubblico può accettare libertà enormi se avverte che il mito è stato trattato con cura. Ha accettato Sergio Leone che trasforma la frontiera americana in tragedia classica; ha accettato George Lucas che ripropone il poema cavalleresco nello spazio profondo; ha benedetto Tolkien che ha reinventato l’epica nordica e cristiana in un mondo immaginario. Può accettare persino l’anacronismo, se l’anacronismo produce valore. <strong>Quello che tollera sempre meno è il sospetto di trovarsi davanti a una grande opera usata come piattaforma di correzione ideologica</strong>.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Il woke è una maledizione per il botteghino</h2>
<p style="text-align: justify;">Da qui possiamo tornare alla domanda principale: vincerà Nolan o la maledizione woke? Negli ultimi anni il pubblico ha punito, o comunque raffreddato, molte produzioni che sembravano costruite più per rispettare una lista di sensibilità che per generare desiderio narrativo. Non è successo perché gli spettatori siano diventati tutti filologi, classicisti o militanti anti-woke. <strong>È successo perché l’industria ha abusato di un meccanismo riconoscibile: prendere un marchio amato, aggiornarlo secondo il lessico dell’inclusione, presentare ogni critica come arretratezza morale, poi stupirsi se il pubblico smette di fidarsi</strong>. <em>Disney </em>lo ha capito sulla propria pelle più di tutti. Quando Bob Iger ha ricordato che l’obiettivo principale resta intrattenere, non predicare, non stava elaborando una teoria della civiltà, stava prendendo atto di un problema. In modo non troppo diverso, anche <strong>Larry Fink</strong> (<em>Blackrock</em>) <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/woke-finanza-potere-blackrock-confessioni-323746/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/woke-finanza-potere-blackrock-confessioni-323746/" type="link">ha recentemente invitato le aziende a ridimensionare l’enfasi sulle battaglie cultural</a>i, sottolineando come il compito principale resti creare valore e risultati concreti, non trasformarsi in piattaforme di militanza ideologica. Ma il punto è che il “woke corporate” non è mai stato soltanto ideologia. È stato anche una strategia di mercato. Ha promesso alle grandi produzioni di rendere i loro prodotti più globali, più esportabili, più protetti dal punto di vista reputazionale. Ma a un certo punto il meccanismo si è inceppato: se il personaggio sembra scelto per coprire una quota, perde peso. Quindi, se il mito sembra essere riparato più che elaborato, smette di essere mito e diventa qualcos’altro.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Nolan riuscirà a salvare The Odyssey?</h2>
<p style="text-align: justify;">Nolan, per la prima volta, entra davvero dentro questa contraddizione. Finora la sua traiettoria lo aveva tenuto al riparo da queste scazzottate politiche. Con l’<em>Odissea</em>, invece, il terreno cambia natura: Omero non è solo un autore, ma una delle principali sorgenti dell’immaginario europeo, uno dei poemi fondativi della nostra civiltà. E quando si tocca la sorgente, ogni scelta assume un peso maggiore. Questo non significa che il film sia destinato automaticamente a fallire: sarebbe una previsione stupida, oltre che probabilmente sbagliata. La reputazione di Nolan è anche la sua principale polizza assicurativa. Ma proprio per questo sarà interessante vedere se l’autorevolezza di un mostro sacro del botteghino possa ancora assorbire scelte narrative e di casting percepite dal pubblico come forzature ideologiche. E questo sarà un indizio sullo spirito del nostro tempo.<br />
<strong>Per ora, possiamo limitarci ad evidenziare la contraddizione più traumatica: in <em>Oppenheimer</em> nessuno avrebbe immaginato di cambiare arbitrariamente il volto dei protagonisti storici in nome della libertà creativa, perché lì il vincolo della riconoscibilità era considerato parte integrante della serietà dell’opera.</strong> Con Omero, invece, il mito viene trattato come se non avesse colore, corpo, radice, appartenenza. Ed è qui che si rivela l’errore interpretativo di fondo: il mito sarà pure replicabile, ma non è meno identitario perché è mito, non è meno reale perché abitato da ciclopi e divinità. Lo è di più, perché agisce più in profondità della biografia e della cronaca nella psiche dei popoli. Proprio per questo ogni licenza artistica pesa il doppio: non interviene soltanto su una storia, ma sull’immagine attraverso cui una civiltà continua a riconoscersi.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
<div class="code-block code-block-6" style="text-align: justify;"><center></p>
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		<title>SCRITTI SULLA TECNORIBELLIONE</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/12/scritti-sulla-tecnoribellione/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Jul 2026 04:32:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>RECENSIONE DEL LIBRO di ANTONIO FINIELLO E’ merito del Centro Studi e ricerca Cittadella se il libro “ Scritti sulla tecnoribellione “ ha visto la luce in questi giorni con ottima accoglienza di pubblico e critica. Un libro breve quello di Antonio Finiello, militante e dirigente del movimento sindacale nazionale, attivista politico di destra radicale e [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/12/scritti-sulla-tecnoribellione/">SCRITTI SULLA TECNORIBELLIONE</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">RECENSIONE DEL LIBRO di <em><strong>ANTONIO FINIELLO</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">E’ merito del <em><strong>Centro Studi e ricerca Cittadella</strong></em> se il libro “ <strong>Scritti sulla tecnoribellione</strong> “ ha visto la luce in questi giorni con ottima accoglienza di pubblico e critica. Un libro breve quello di Antonio Finiello, militante e dirigente del movimento sindacale nazionale, attivista politico di destra radicale e uomo dalla tempra e dal coraggio come oggigiorno pochi se ne riscontrano nel panorama politico italiano. Una raccolta di articoli scritti per la pescarese rivista di cultura politica Parsifal, pubblicata nei primi anni 80 del secolo scorso. Gli argomenti trattati potrebbero essere classificati datati, se non fossero attraversati nelle pagine asciutte di Finiello da lampi, intuizioni e, a tratti, vere e proprie premonizioni che non possono non colpire il lettore. L’intuito del Nostro lo porta ad anticipare di quasi mezzo secolo quello che si è realizzato negli ultimi anni nel campo della tecnologia con l’irruzione del transumanesimo, del post umanesimo e dell’Intelligenza Artificiale.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attività sindacale di Finiello e il suo lavoro per molti anni nell’allora Banco di Roma ha portato l’intelligenza del politico e soprattutto del sindacalista ad impattarsi in quegli anni con le innovazioni tecnologiche della telematica, della robotica, della computeristica con il mondo del lavoro, del ruolo degli operai e degli impiegati e del loro futuro lavorativo. Ma questi argomenti  &#8211; e sono proprio gli interessi speculativi degli articoli riportati nel libro – si presentano prodromici a quello che poi è accaduto negli ultimi anni nel campo della filosofia della Silicon Valley con l’incrementazione esponenziale delle biotecnologie, nanotecnologie e IA.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello che Antonio Finiello aveva intuito, ed emerge chiaramente nel libro, è la questio centrale che condiziona e attorno alla quale ruota tutto il mondo dell’innovazione tecnologica e del pensiero filosofico e valoriale che è stato racchiuso nella cosiddetta “ Filosofia della siepe “, metafora giornalistica, sociologica e critica utilizzata dagli analisti per descrivere, unificare e dare forma visibile  ad un insieme di comportamenti e dichiarazioni di intenti dei leader della Silicon Valley. Questa metafora della siepe è un pensiero estremamente strutturato, organico e teorizzato che porta alla fuga dei geni tecnologici e dei miliardari investitori e finanziatori a non partecipare alla vita democratica, ma a “ fuggire “ dalla società costruendo spazi fisici e virtuali protetti e sovrani. Nel 2022 il saggista e teorico dei media Douglas Rushkoff ha pubblicato un libro di fondamentale importanza “ La sopravvivenza dei più ricchi  ( Survival of the Richest ) “, in cui racconta che è stata pagata una cifra astronomica da ultra miliardari per sapere non come evitare il collasso del mondo, ma come proteggere i loro bunker dall’assalto dei loro stessi servizi di sicurezza  quando il denaro non avrebbe avuto più valore. E’ la vittoria del pensiero gnostico, della hybris, della tecnologia che diventa la nuova Gnosis, strumento elitario con cui l’umanità si redime da sola dai propri limiti biologici. Al riguardo vi è un articolo nella raccolta del libro dove si sostiene “ Le ristrutturazioni aziendali … stanno creando nell’uomo  una pericolosa illusione di un vicino paradiso dove il tempo libero sarà l’occupazione principale. Il rischio del tempo libero senza limiti dovrebbe invece far riflettere e convincere tutti della necessità di una corretta programmazione dell’occupazione e soprattutto di una partecipazione più attiva ed interessata – nel senso della crescita individuale e collettiva – ai processi economici e tecnici che investono la società. “.  Come pure nell’articolo “ Ogni uomo un codice “, il codice a barre diventa nell’intuizione di Finiello quello che nel XXI secolo sarà la carta residenziale con relativo credito sociale dei cittadini della Repubblica Popolare Cinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Un libro pieno di intuizioni che dopo circa mezzo secolo diventano realtà e che ci prospetta un insegnamento molto importante per chi vive la militanza politica come volontà di costruire  una società migliore e più giusta. E la pubblicazione di questa raccolta assume un significato di onore delle armi all’uomo e al militante Finiello, che spesso in solitudine ed in tempi difficilissimi, ha continuato a studiare, a lottare, a testimoniare i valori della tradizione sapendo di svolgere una battaglia di difesa coerente dei principi a cui aveva informato la propria esistenza. In questo senso è anche un libro di volontà di lotta per tutti i militanti. Di seminare anche quando tutto rema contro e le forze possono cominciare a venire meno, sapendo che quel seme un giorno nascerà rigoglioso e più forte di ogni avversità anche in assenza di chi lo ha piantato. Come nel caso di Antonio Finiello. Buona lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">                                                                   <em><strong>Vincenzo Cancelli</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">                                   <strong>Presidente associazione culturale aps EUROPA FUTURA</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Hamsun contro il sogno americano: grandezze e veleni del 4 luglio</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/07/hamsun-contro-il-sogno-americano-grandezze-e-veleni-del-4-luglio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2026 04:51:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[RECENSIONI]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/hamsun-sogno-americano-grandezze-veleni-4-luglio-327776/  Il 4 luglio americano non è mai stato così discusso. Intorno alla ricorrenza dell’Indipendenza per antonomasia, infatti, sembra essersi riaperto un dibattito che in Occidente non si vedeva da anni: che cosa rappresentano davvero gli Stati Uniti? La ripubblicazione da parte di Bietti de La vita culturale dell’America moderna di Knut Hamsun arriva dentro questa domanda. Il libro, scritto [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/07/hamsun-contro-il-sogno-americano-grandezze-e-veleni-del-4-luglio/">Hamsun contro il sogno americano: grandezze e veleni del 4 luglio</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/hamsun-sogno-americano-grandezze-veleni-4-luglio-327776/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/hamsun-sogno-americano-grandezze-veleni-4-luglio-327776/</a></p>
<p style="text-align: justify;"> <strong>Il 4 luglio americano non è mai stato così discusso</strong>. Intorno alla ricorrenza dell’Indipendenza per antonomasia, infatti, sembra essersi riaperto un dibattito che in Occidente non si vedeva da anni: che cosa rappresentano davvero gli Stati Uniti? La ripubblicazione da parte di <a id="https://www.ibs.it/vita-culturale-dell-america-moderna-libro-knut-hamsun/e/9788882486037?srsltid=AfmBOooxmfYiBvGw5zBhSmZ1uKEPZsn-eN2pR9XE9V5Zerf3ILq7yHPF" href="https://www.ibs.it/vita-culturale-dell-america-moderna-libro-knut-hamsun/e/9788882486037?srsltid=AfmBOooxmfYiBvGw5zBhSmZ1uKEPZsn-eN2pR9XE9V5Zerf3ILq7yHPF" type="link">Bietti</a> de <em>La vita culturale dell’America moderna</em> di <strong>Knut Hamsun</strong> arriva dentro questa domanda. <a id="https://www.ilgiornale.it/news/cos-knut-hamsun-demoliva-sogno-americano-2688078.html" href="https://www.ilgiornale.it/news/cos-knut-hamsun-demoliva-sogno-americano-2688078.html" type="link">Il libro, scritto dopo l’esperienza americana dell’autore norvegese, conserva ancora oggi una forza particolare perché affronta l’America prima che l’America diventasse il mito globale che conosciamo</a>. Hamsun guarda gli Stati Uniti quando il sogno americano è già in formazione, ma ancora privo della patina hollywoodiana del Novecento. Proprio per questo riesce a coglierne la radice e la fisionomia: l’accelerazione, il denaro, il patriottismo, ma soprattutto la convinzione di essere il mondo nuovo davanti a un’Europa vecchia.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Torna in libreria “La vita culturale dell’America moderna” di Knut Hamsun</h2>
<p style="text-align: justify;">Hamsun arrivò in America con un’aspettativa poetica. Come tanti norvegesi dell’Ottocento attraversò l’Atlantico in cerca di possibilità, ma la sua speranza era diversa da quella dell’emigrante comune. Voleva scrivere, vivere di letteratura, parlare ai connazionali emigrati, portare poesia in una comunità che immaginava bisognosa di forma e di elevazione. La realtà gli impose subito un’altra legge: lavoro manuale, precarietà, spostamenti, fatica, sopravvivenza. <strong>L’America del sogno diventò per lui l’America dell’<em>homo homini lupus</em>.</strong> Da questa cocente presa di coscienza nasce una delle intuizioni più forti del libro. Gli americani amano spiegare la propria energia con la libertà. L’uomo che sbarca negli Stati Uniti, dicono, si sveglia perché respira aria libera. Per Hamsun, invece, l’immigrato si muove, lavora, corre, tenta e ritenta perché viene gettato in una condizione di bisogno permanente. La libertà americana, ai suoi occhi, coincide spesso con l’obbligo di cavarsela da soli. L’uomo diventa attivo, certo, ma al prezzo della quiete interiore. La sua vita si riempie di movimento e si svuota di forma.</p>
<p style="text-align: justify;">Dentro questa intuizione possiamo osservare il “<strong>sogno americano</strong>” nella sua doppia natura. Da una parte c’è una forza reale, perfino ammirevole: la capacità di ricominciare, di rialzarsi, di trasformare la sconfitta in nuova prova. Hamsun stesso riconosce questo tratto dell’americano, l’uomo che perde tutto e il giorno dopo ricomincia come se la rovina fosse soltanto un incidente di percorso. Dall’altra parte questa forza diventa condanna, perché la vita viene ridotta a prestazione continua. L’America accelera, produce, reinventa. L’uomo americano deve sempre dimostrare qualcosa: a se stesso, al mercato, alla comunità, alla nazione.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La civiltà del denaro e della predica</h2>
<p style="text-align: justify;">Il centro di questa civiltà è il denaro. Hamsun torna più volte sul punto con una durezza che ancora oggi colpisce. Negli Stati Uniti, scrive in sostanza, le cose vengono giudicate prima di tutto per la loro grandezza e per il loro costo. Un edificio vale perché è enorme, un teatro perché è il più vasto, un oggetto perché è il più caro, un’impresa perché supera tutte le precedenti. <strong>La misura estetica lascia il posto alla misura economica</strong>. La bellezza viene tradotta in prezzo. La grandezza diventa gigantismo. L’arte scivola nello spettacolo e lo spettacolo nella pubblicità. Questa è l’America che Hamsun detesta: rumorosa, affaristica, patriottica fino all’autocompiacimento, moralista e insieme materialista, ossessionata dal successo, convinta di rappresentare il culmine della storia umana. È l’America che considera se stessa il Paese per eccellenza e guarda il resto del mondo come periferia del proprio destino. È l’America del dollaro e del sermone, della marcia patriottica e della predica morale, della grande città e della stampa sensazionalista. In questa America si intravede già il secolo successivo: Hollywood, Wall Street, la pubblicità, il consumismo, la pedagogia dei diritti, l’imperialismo travestito da missione redentrice.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’altra America, il sogno dei poeti</h2>
<p style="text-align: justify;">Il punto, però, va oltre la semplice invettiva antiamericana. Hamsun interessa proprio perché la sua America è attraversata da una contraddizione più profonda. Gli Stati Uniti non sono soltanto la patria del denaro, del puritanesimo e dello showbiz. Sono anche la patria di Emerson, Whitman, Thoreau e Pound. <strong>Sono il luogo in cui una parte dell’Europa ha tentato, per un momento, di ricominciare altrove</strong>. Dentro l’America moderna esiste un’altra America, più antica della sua modernità: agraria, repubblicana, pionieristica, legata alla terra, al coraggio, alla solitudine, alla natura, all’indipendenza concreta.</p>
<p style="text-align: justify;"><a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pound-faulkner-america-europa-cultura-identita-314988/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/pound-faulkner-america-europa-cultura-identita-314988/" type="link">È l’America di Jefferson, prima ancora che quella di Monroe, prima di quella dottrina che trasformerà il Nuovo Mondo in uno spazio politico separato dall’Europa</a>. Una repubblica di proprietari liberi, diffidente verso la finanza astratta, nutrita di classicità, capace di guardare a Roma e al modello di Cincinnato: il cittadino-soldato, il contadino che serve la cosa pubblica e poi torna alla propria terra. In questa America la libertà non significa mobilità illimitata, ma autonomia radicata. La terra non è soltanto capitale, ma base morale dell’indipendenza. La comunità locale non è un <em>ancien régime</em> da superare, ma l’orizzonte concreto della vita politica. Se <strong>Ezra Pound</strong> cercò questa America in Jefferson, opponendola all’usura, alla finanza, all’impero del denaro, per poi trasmigrarla a Roma, Emerson e Whitman ne espressero la tensione spirituale: la natura e l’individuo, il canto e la parola originaria, la possibilità di un “uomo nuovo” che non sia ancora l’uomo-massa del capitalismo. Hamsun li giudica spesso con durezza, soprattutto perché vuole dimostrare l’inferiorità culturale americana rispetto all’Europa. Eppure il fatto stesso che debba confrontarsi con loro dimostra che l’America possedeva una voce più profonda del suo mercato: una voce che non poteva lasciare indifferente il futuro premio Nobel, autore di <em>Pan</em> e <em>I frutti della terra</em>.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Il “sogno americano” da promessa a tormento</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema è che la storia non l’hanno fatta i poeti</strong>. L’America che ha preso in mano il Novecento non è stata quella di Emerson nei boschi, di Whitman nel canto cosmico, di Thoreau davanti allo stagno di Walden o di Faulkner davanti al fantasma del vecchio Sud. È stata l’America dei Roosevelt, dei Vanderbilt, degli Oppenheimer: ferrovie, acciaio, banche, industria, potenza militare, bomba atomica. Qui il discorso di Hamsun si allarga e diventa più importante della stessa polemica letteraria. Lo scrittore norvegese vede l’America come un Paese giovane, enorme, impaziente, convinto che ogni limite sia soltanto un ostacolo tecnico da rimuovere. Quello che nell’America dei pionieri poteva ancora apparire come energia vitale, nell’America industriale diventa macchina di potenza. La frontiera non è più soltanto il luogo dell’uomo che rischia, coltiva, costruisce, difende il proprio spazio. Diventa un principio metafisico: andare sempre oltre, produrre sempre di più, estendere sempre il proprio modello, trasformare il mondo intero in territorio disponibile.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo senso, il “sogno americano” smette presto di essere una promessa individuale e diventa una forma di dominio simbolico, un <em>soft power</em>. Nasce come racconto dell’uomo che può rialzarsi, ricominciare, costruire il proprio destino. Finisce per diventare la religione civile di una potenza che pretende di educare il mondo alla propria immagine. Il Novecento avrebbe portato le intuizioni di Hamsun fino alle estreme conseguenze: dalla grande industria all’interventismo globale, dal fordismo alla cultura di massa, da Hollywood alla bomba atomica, dal dollaro come moneta nazionale al dollaro come linguaggio universale del potere.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’Occidente è una costruzione politica americana</h2>
<p style="text-align: justify;">A questo punto la distinzione tra America ed Europa diventa inevitabile, ma va posta con precisione. L’Europa storica non è mai stata una civiltà ripiegata sul limite, chiusa nella conservazione di ciò che esiste. È una civiltà che ha saputo dare forma all’oltre. Il <em>limes</em> e il <em>plus ultra</em> appartengono allo stesso linguaggio spirituale: il confine definisce una forma, ma proprio quella forma rende possibile la conquista, l’avventura, la navigazione, la fondazione di nuovi mondi. Per questo l’europeo può commuoversi davanti ai racconti di frontiera americana: perché vi riconosce qualcosa di suo, un’eco delle proprie legioni, delle proprie caravelle, dei propri esploratori, dei propri coloni, della propria fame di spazio e destino. <strong>La frontiera americana, nella sua parte migliore, conserva infatti un impulso profondamente europeo</strong>. Il pioniere che avanza nella natura, costruisce una casa, dissoda la terra, difende la famiglia e fonda una comunità appartiene ancora al ciclo storico delle fondazioni indo-europee. Qui l’America tocca una grandezza reale, ed è proprio questa grandezza a renderla affascinante anche per uno sguardo europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/alle-origini-dellimperialismo-americano-281749/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/alle-origini-dellimperialismo-americano-281749/" type="link">Ma è con la <strong>dottrina Monroe</strong> che il Nuovo Mondo si separa dal Vecchi</a>o; è con quell’atto che si afferma quel “destino manifesto” che, probabilmente, era contenuto in nuce dai tempi dei Padri Pellegrini, sbarcati sulla costa americana nel ‘600 come puritani che rifiutavano l’Europa. Gli Stati Uniti dichiarano chiuso il proprio emisfero alle potenze europee e cominciano a pensarsi come grande spazio autonomo. All’inizio questa scelta appare difensiva: l’America vuole sottrarsi ai conflitti, agli imperi e agli equilibri del vecchio continente. Ma dentro quella separazione è già contenuto il passaggio successivo. Una volta reciso il legame, gli Stati Uniti possono presentarsi non più come una giovane repubblica nata da una rivendicazione europea d’indipendenza, ma come il tribunale morale della vecchia Europa: il mondo nuovo chiamato a correggere, superare e infine redimere il mondo vecchio. È qui che nasce l’Occidente in senso moderno, con tutte le sue patologie. Non come comunità di civiltà e valori tra Europa e America, ma come costruzione politica americana.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’Europa non deve più confondersi</h2>
<p style="text-align: justify;">Hamsun, naturalmente, non sviluppa questa lettura geopolitica. Il suo bersaglio resta la vita culturale, morale e sociale dell’America che ha conosciuto, quella “<strong>nevrotica celerità con cui le cose si muovono</strong>”. Eppure il suo sguardo europeo intercetta il nucleo del problema: una civiltà immensa, piena di forza, ma incapace di darsi una misura superiore al successo; un popolo giovane, generoso, tenace, ma travolto dalla propria stessa velocità; una società che trasforma ogni cosa in prestazione, prezzo, grandezza materiale, pubblicità di sé. Per questo il 4 luglio andrebbe osservato senza devozione e senza caricature.<strong> L’Europa ha perduto troppo tempo a confondersi con l’Occidente americano.</strong> Ha scambiato la propria civiltà per un’estensione atlantica, la propria storia per una prefigurazione degli Stati Uniti, la propria libertà per una licenza concessa da Washington. Hamsun, con tutti i suoi eccessi e le sue invettive, ci ricorda invece una cosa essenziale: l’America va guardata senza illusioni, perché contiene grandezza e veleno, poesia e denaro, frontiera e mercato, energia e sradicamento. La sua eccezionalità va riportata sulla terra: non destino dell’umanità, ma forma storica particolare, potenza tra le potenze, mito tra i miti. Da europei possiamo riconoscere ciò che nell’America resta grande, persino affine, ma dobbiamo liberarci dalla sua pretesa di parlare al posto nostro. Il sogno americano non è il nostro sogno. E l’Europa, se vuole tornare a esistere, dovrà trovare il coraggio di generarne uno nuovo, interamente suo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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