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	<title>EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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	<description>Centro Studi e Laboratorio culturale per il risveglio europeo</description>
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	<title>EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA Archivi - KULTURAEUROPA</title>
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		<title>Ipercentro, metropoli e periferia: la struttura del conflitto politico europeo</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/10/10/ipercentro-metropoli-e-periferia-la-struttura-del-conflitto-politico-europeo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 10 Oct 2026 04:03:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/ipercentro-metropoli-periferia-conflitto-politico-europeo-329430/ Da tre settimane la Francia è attraversata da una mobilitazione studentesca che ha progressivamente assunto dimensioni nazionali. Il movimento, partito a metà settembre dall’area parigina, ha coinvolto centinaia di licei attorno a rivendicazioni concrete: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, strutture deteriorate e più in generale la percezione di un sistema scolastico incapace di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/10/10/ipercentro-metropoli-e-periferia-la-struttura-del-conflitto-politico-europeo/">Ipercentro, metropoli e periferia: la struttura del conflitto politico europeo</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/ipercentro-metropoli-periferia-conflitto-politico-europeo-329430/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/ipercentro-metropoli-periferia-conflitto-politico-europeo-329430/</a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Da tre settimane la Francia è attraversata da una mobilitazione studentesca che ha progressivamente assunto dimensioni nazionali</strong>. <a id="https://www.rainews.it/video/2026/10/francia-scuola-in-piazza-e-citta-blindate-oltre-200-feriti-negli-scontri-9abfb55b-1073-4c6a-83e5-559abc02d2d6.html" href="https://www.rainews.it/video/2026/10/francia-scuola-in-piazza-e-citta-blindate-oltre-200-feriti-negli-scontri-9abfb55b-1073-4c6a-83e5-559abc02d2d6.html" type="link">Il movimento, partito a metà settembre dall’area parigina, ha coinvolto centinaia di licei attorno a rivendicazioni concrete: carenza di insegnanti, classi sovraffollate, strutture deteriorate e più in generale la percezione di un sistema scolastico incapace di mantenere le proprie promesse</a>. La protesta nasce dunque da un disagio reale. Ma proprio il passaggio dalla rivendicazione sociale alla sua rappresentazione politica permette di osservare qualcosa di più interessante, ovvero la struttura del moderno conflitto politico europeo intorno a ipercentro, metropoli e periferia, dentro il quale anche la radicalizzazione della protesta può rafforzare la stabilità.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Dalla metropoli alla periferia: la Francia in rivolta</h2>
<p style="text-align: justify;"><em>La France insoumise</em>, infatti, si è rapidamente collocata a cavallo del movimento: deputati presenti davanti ai licei, video sui social, sostegno pubblico alle mobilitazioni. Quando incendi, devastazioni e scontri hanno cominciato a dominare le immagini, <strong>Mélenchon</strong> ha richiamato i propri militanti alla «disciplina» e alla non violenza. Sul fronte opposto il governo ha progressivamente identificato LFI con i disordini, mentre il dibattito si spostava dalle condizioni della scuola alla questione dell’ordine pubblico. <em>Le Monde</em> ha osservato proprio questo effetto quando ha descritto apertamente il rischio che questo scontro finisca per oscurare le stesse rivendicazioni degli studenti.<br />
Proprio qui però si trova il nodo politico, senza bisogno di immaginare regie occulte tra governo e opposizione. <strong>È sufficiente osservare l’effetto prodotto dalla loro contrapposizione:</strong> <strong>un malcontento che potrebbe attraversare segmenti differenti della società viene progressivamente ricondotto dentro campi politici già esistenti</strong>. Da una parte la piazza identificata con la sinistra radicale, dall’altra chi la guarda attraverso le immagini degli incendi, degli scontri e delle cariche di polizia. La protesta diventa più intensa proprio mentre si restringe la sua capacità di parlare a chi non appartiene già a uno dei due campi.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La rivolta generazionale e i partiti che la cavalcano</h2>
<p style="text-align: justify;">Il protagonismo degli adolescenti rende questo processo particolarmente evidente. Sarebbe semplicistico però dedurne l’esistenza di una gioventù naturalmente progressista. Le nuove generazioni europee sono attraversate da divisioni profonde e gli stessi ambienti digitali che unificano linguaggi e consumi producono e riproducono ecosistemi politici molto differenti. Sarebbe riduttivo però scaricare la forza della mobilitazione giovanile a soli fattori comunicativi. <strong>Durante l’adolescenza e la prima giovinezza la politica può coincidere con qualcosa che nell’età adulta tende a scomparire: socialità, costruzione dell’identità, occupazione fisica dello spazio e appartenenza al gruppo</strong>. Scioperare, il più delle volte, significa anche saltare una giornata di scuola; manifestare significa incontrarsi, partecipare a un rito collettivo, vivere la città diversamente rispetto alla normalità e produrre immagini destinate a circolare immediatamente sui social. E questo non può più essere scambiato come un elemento accessorio alla politica contemporanea, ma una delle condizioni attraverso cui essa riesce ancora a diventare esperienza.<br />
Su questo terreno la sinistra radicale conserva un vantaggio che stride con i risultati elettorali effettivi. Dispone ancora di collettivi, associazioni, sindacati studenteschi, occupazioni, reti universitarie e culturali capaci di raccogliere un disagio precedente alla politica e di attribuirgli una forma. Non crea dal nulla la rabbia, ovviamente, ma possiede più strumenti per darle un nome, un linguaggio e una direzione “apparente”. Diciamo apparente perchè, come abbiamo visto, <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/francia-rivolte-convergenza-lavoratori-periferie-etniche-329339/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/francia-rivolte-convergenza-lavoratori-periferie-etniche-329339/" type="link">la coalizione che ne deriva però non è per forza omogenea e ideologicamente coerente</a>. Lo studente progressista, il precario metropolitano, il militante antifascista e i maranza delle periferie immigrate possono trovarsi nella stessa piazza pur avendo concezioni molto differenti della religione, della famiglia, della sessualità o della stessa società futura. <strong>Per produrre mobilitazione è sufficiente che, almeno temporaneamente, condividano un nemico: lo Stato, la polizia, l’Occidente o il «fascismo».</strong> La politica aggrega momentaneamente così ciò che culturalmente rimane eterogeneo e per molti versi incompatibile.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’Europa che si radicalizza verso due direzioni opposte</h2>
<p style="text-align: justify;">Il fenomeno diventa più significativo se osservato dall’altro lato della frattura. Mentre una parte delle grandi città europee continua a offrire alla sinistra radicale un ambiente favorevole, territori periferici e segmenti delle classi popolari si spostano da anni verso forze populiste, nazionaliste o identitarie. <strong>Non si tratta semplicemente di due programmi che competono per gli stessi elettori ma di</strong> <strong>ambienti sociali differenti che producono politiche differenti</strong>. La destra intercetta una parte consistente dell’insoddisfazione prodotta da immigrazione, insicurezza economica, impoverimento e distanza dalle élite metropolitane, ma incontra spesso una difficoltà speculare a quella della sinistra: può accumulare molti voti senza possedere altrettante infrastrutture sociali. La cabina elettorale raccoglie un orientamento già formato; non sostituisce i luoghi in cui un’identità politica viene costruita e trasmessa. Si può conquistare una provincia e continuare a lasciare università, produzione culturale e socializzazione giovanile agli avversari. Ne deriva una geografia nella quale ciascuno può avanzare senza conquistare il territorio dell’altro. La metropoli radicalizza a sinistra, <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/berlino-elezioni-linke-sinistra-radicale-329110/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/berlino-elezioni-linke-sinistra-radicale-329110/" type="link">come ha dimostrato la vittoria di <em>Linke</em> a Berlino</a>, mentre la periferia elettorale radicalizza a destra. Il centro istituzionale invece conserva la propria funzione precisamente perché può rappresentarsi come garante contro entrambi.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Ipercentro, metropoli e periferia</h2>
<p style="text-align: justify;">La polarizzazione va allora letta dentro quella condizione che <strong>Anton Jäger</strong> ha definito <em>iperpolitica</em>: una società nella quale aumenta continuamente la quantità di politica — proteste, campagne, mobilitazioni, <em>culture wars</em> — mentre si indeboliscono le organizzazioni capaci di trasformarla in appartenenza durevole e potere. La partecipazione non scompare, anzi si intensifica, ma assume una forma intermittente, immediata, spesso legata all’evento. La protesta francese ne è solo l’ennesimo esempio: un disagio concreto entra rapidamente dentro un sistema di simboli, identità e schieramenti già pronti a interpretarlo e dirigerlo.<br />
È dentro questa condizione che si possono distinguere oggi tre Europe disposte come cerchi concentrici attorno a quello che potremmo definire come<strong> <em>ipercentro</em></strong>, ovvero lo spazio dove si concentrano gli apparati dello Stato, le élite economiche e amministrative, il sistema mediatico e quella politica di governo che trova la propria legittimità nella gestione e nella continuità. Attorno le si sviluppa l’Europa metropolitana: più giovane, universitaria, precaria, culturalmente progressista, capace di mobilitarsi e di occupare i luoghi della produzione simbolica. Più lontano ancora si trova l’Europa periferica delle province, delle città minori, dei lavoratori e dei ceti medi più esposti all’impoverimento, alla deindustrializzazione e alle trasformazioni demografiche, dove crescono soprattutto le destre populiste e nazionaliste.</p>
<p>Questa tripartizione spiega il paradosso della politica contemporanea molto meglio di qualsiasi analisi. <strong>Allontanandosi dal <em>ipercentro</em> aumenta la contestazione dell’ordine esistente, ma cambia il linguaggio con cui quella contestazione viene espressa.</strong> Nelle fasce metropolitane assume prevalentemente la forma dell’antifascismo, dell’anticapitalismo e delle rivendicazioni progressiste; nelle periferie quella della protesta identitaria, sovranista o anti-immigrazione. La distanza dal centro produce quindi due opposizioni alla stessa realtà che però divergono sempre di più nella risposta.<br />
Sarebbe al tempo stesso un errore, però, considerare questa tripartizione come una geografia rigida, o come un determinismo territoriale a compartimenti stagni. Metropoli e periferia restano spazi porosi, capaci di sovrapporsi e di produrre convergenze temporanee, come mostrano proprio queste ultime proteste francesi, in cui (caso eccezionale per la Francia) sono state le periferie a iniziare una protesta che poi ha contagiato gli ambienti studenteschi e metropolitani. La maggiore continuità riguarda però quell’<em>ipercentro</em> situato nella metropoli senza che ne faccia veramente parte: possono cambiare partiti, maggioranze e schieramenti, senza che muti sostanzialmente il nucleo istituzionale, economico e amministrativo attorno al quale si organizza la gestione dell’ordine esistente.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Produrre divergenza che favorisce la stabilità</h2>
<p style="text-align: justify;">Il caso francese acquista quindi un significato più ampio. Il liceale che protesta per il deterioramento della scuola e il lavoratore della provincia che percepisce il declino dei servizi possono subire aspetti diversi della stessa crisi, senza per questo riconoscersi nello stesso campo politico. Il primo viene assorbito più facilmente dalla mobilitazione della sinistra radicale, il secondo dal voto alle destre. Tra loro resta l’<em>ipercentro</em> in grado di presentarsi come argine <strong>«</strong>razionale<strong>»</strong> contro lo spauracchio delle destre e dei comunisti. È in questa prospettiva che le mobilitazioni antifasciste, anche quelle più conflittuali con le istituzioni, finiscono per giustificare e attualizzarne il ruolo moderatore e, sempre più spesso, repressivo. <strong>Ma la questione decisiva non è quanta protesta riesca a produrre l’antifascismo rispetto alle destre, né quanto «Mélenchon è utile a Macron», bensì se ci saranno in futuro forze politiche rompere questa geometria</strong> <strong>concentrica</strong>. Perché la stabilità dell’<em>ipercentro</em> — apparente, come ogni potere ha interesse a rappresentare se stesso come eterno e insuperabile — non dipende dalla debolezza delle opposizioni, ma dalla loro incompatibilità: abbastanza forti da contestare l’ordine esistente, troppo diverse per costruire fronti trasversali.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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		<title>USCIRE DALLA SERVITU’ VOLONTARIA</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 03:20:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Più volte Radio KulturaEuropa si è occupata del tema del condizionamento, dall’alto, di quella che un tempo veniva definita “opinione pubblica”. Condizionamento da parte di minoranze sedicenti “moralmente superiori”, attraverso la stampa, la cultura (ma meglio sarebbe dire il costume o la moda del momento), la scuola. Vige ancora un riferimento alle teorie egemoniche di [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/10/02/uscire-dalla-servitu-volontaria/">USCIRE DALLA SERVITU’ VOLONTARIA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Più volte Radio KulturaEuropa si è occupata del tema del<br />
condizionamento, dall’alto, di quella che un tempo veniva<br />
definita “opinione pubblica”. Condizionamento da parte di<br />
minoranze sedicenti “moralmente superiori”, attraverso la<br />
stampa, la cultura (ma meglio sarebbe dire il costume o la moda<br />
del momento), la scuola. Vige ancora un riferimento alle teorie<br />
egemoniche di Antonio Gramsci, volte alla conquista “culturale”<br />
della società civile, diffondendo, attraverso l’opera di intellettuali<br />
“organici” al Partito comunista, tematiche e contenuti riferibili<br />
alla filosofia della prassi d’estrazione marxista. Tale conquista,<br />
ovviamente, dato il suo carattere sovrastrutturale, doveva essere<br />
il preludio al superamento del dominio capitalistico borghese da<br />
attuarsi per mezzo della lotta di classe da parte, appunto, del<br />
Partito, nuovo “Principe” di machiavellica memoria.<br />
Considerando però, in termini storici, quanto è accaduto dopo il<br />
1945 in Italia, in Germania e non soltanto, ci sembra che questa<br />
chiave di lettura sia inadeguata. In seguito all’otto settembre,<br />
infatti, la nostra sventurata penisola, per usare un’espressione di<br />
Renzo De Felice, ha perduto la propria sovranità, consegnandola<br />
al fronte alleato antifascista, supportato, ancorché molto marginalmente</p>
<p>e in misura irrilevante per quanto attiene al profilo<br />
militare, dalla quinta colonna italiana, il Cln. La difesa di quel che<br />
rimaneva della dignità di un popolo e della sua indipendenza da<br />
interessi stranieri, operata, in condizioni disperate, visti i rapporti<br />
di forza, dalle strutture governative e militari repubblicane al<br />
Nord, fu militarmente sconfitta. La logica spartitoria di Jalta, che<br />
distrusse la fortezza europea, assegnò, infatti, l’Italia<br />
all’anglosfera, che, dal dopoguerra governò de facto, se non de<br />
iure, il Paese, strategicamente di estrema rilevanza vista la sua<br />
collocazione geografica di cerniera fra l’Oriente sovietico<br />
collettivista e comunista, e l’Occidente (Mondo libero?) a<br />
trazione statunitense. Già durante il conflitto operarono agenzie,<br />
fiancheggiatrici dell’opera di distruzione materiale dell’Italia,<br />
specializzate nella guerra psicologica. Tali entità, ricordiamo, fra<br />
le altre, la Sezione britannica di condizionamento psicologico<br />
della popolazione (il Pwb), che doveva essere rieducata, dopo il<br />
ventennio fascista, al verbo liberal-democratico-capitalista. Il<br />
Pwb, avvalendosi anche dell’opera di volenterosi italiani, si<br />
proponeva, dunque, di orientare in senso filo-atlantico i Paesi<br />
sconfitti, in modo palese o subliminale, denigrando e<br />
criminalizzando il loro passato, attraverso pubblicazioni, film,<br />
controllo diretto della stampa, della scuola etc.</p>
<p>A titolo d’esempio, furono le forze di occupazione ad imporre alla Scuola<br />
italiana nuovi programmi (Commissione militare interalleata) e<br />
ad organizzare l’Agenzia Ansa (15 gennaio 1945) tuttora esistente<br />
ed operante, la quale, come ovvio, doveva agire obbedendo ai<br />
dettami del vincitore.<br />
L’Italia, dunque, tornò ad essere quell’espressione geografica di<br />
absburgica memoria, priva di autentica autonomia decisionale e<br />
ridotta a provincia periferica dell’impero occidentale. Il “Trattato<br />
di pace” del 1947 e l’adesione alla Nato del 1949 ratificarono<br />
quello stato di cose. I vari governi, nelle loro diverse declinazioni,<br />
ma sempre espressione del Cln e del cosiddetto “arco<br />
costituzionale”, erano tenuti a mantenere inalterato lo status quo<br />
voluto a Jalta.<br />
Abbiamo avuto modo, sempre come KulturaEuropa, di occuparci<br />
della drammatica stagione delle stragi e del terrorismo, stagione<br />
che ancora oggi lascia aperti non pochi interrogativi sui soggetti<br />
implicati, sulle motivazioni, e sul ruolo dei servizi segreti sia<br />
legati all’anglosfera, sia all’imperialismo di matrice sovietica.<br />
Con ogni evidenza doveva essere colpito ogni tentativo di<br />
restaurazione di entità europee sovrane indipendenti da<br />
Washington o da Mosca. E questo con ogni mezzo.</p>
<p>Tornando al tema del condizionamento psicologico, che, in fondo<br />
è e continua ad essere un’altra forma di guerra, facciamo<br />
rapidamente riferimento ad una corrente di pensiero, quella della<br />
Scuola di Francoforte, e, in particolare della posizione ideologica,<br />
esteriormente ostile al mondo liberal-capitalista, di Herbert<br />
Marcuse, i cui testi furono un punto di riferimento per la<br />
“contestazione” studentesca del ’68. La Teoria critica della<br />
società, elaborata, appunto, in ambito universitario dalla citata<br />
Scuola, si presenta come variabile attualizzata del metodo<br />
marxista, coniugato con la psicoanalisi di S. Freud. Quello che<br />
noi oggi definiamo come “politicamente corretto” è l’onda lunga<br />
di quella tendenza di pensiero che ha sostanziato, anche attraverso<br />
la destrutturazione del linguaggio e delle categorie interpretative<br />
classiche in chiave nichilista, i movimenti giovanili libertari degli<br />
anni Sessanta, l’antiautoritarismo, la liberazione sessuale e dei<br />
desideri del corpo, il femminismo, l’antagonismo, fino al “woke”,<br />
alla “cancel culture” e al pre-potere lgbtqia+. Tutto ciò implica, a<br />
ben guardare, la deformazione del marxismo tradizionale, del suo<br />
materialismo storico-dialettico, della prassi rivoluzionaria legata<br />
alla lotta di classe, nella prospettiva di una “sinistra”<br />
radicaleggiante, post-moderna, fluida, per la quale risultano<br />
prioritari i bisogni del corpo e un edonismo utilitarista che il</p>
<p>vecchi Partiti comunisti avrebbero probabilmente condannato<br />
come forme deviazionistiche piccolo-borghesi, lontane dalle<br />
istanze rivoluzionarie del proletariato.<br />
Peraltro, e ormai è un dato acquisito stante la desecretazione di<br />
documenti dell’intelligence statunitense, lo stesso Marcuse fu<br />
finanziato dai servizi segreti a stelle e strisce. E anche questo<br />
dimostra che il movimento sessantottino, negli Stati Uniti e,<br />
successivamente, in tutti i Paesi occidentali, lungi dall’essere una<br />
rivoluzione anticapitalistica ed antiborghese, rafforzò il<br />
capitalismo stesso che seppe darsi un volto esteriore diverso<br />
rispetto a quello oppressivo delle origini. Un capitalismo<br />
“moderno”, progressista, antiautoritario, globalizzante. Ma non<br />
meno aggressivo e con le medesime finalità ultime rispetto al<br />
passato.<br />
Quindi, la realtà apparente è qualcosa di costruito, di voluto da un<br />
“sistema di potere” che vuole soltanto perpetuare sé stesso, o<br />
attraverso guerre materiali, o attraverso l’arma del<br />
condizionamento psicologico e della propaganda.<br />
A questo proposito basti pensare, ma è soltanto un esempio,<br />
all’operazione “Blue moon”, organizzata agli inizi degli anni<br />
Settanta dalla Cia, supportata da altri servizi d’intelligence di</p>
<p>Paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa. L’operazione,<br />
purtroppo riuscita, consisteva nell’inondare il “mercato” della<br />
droga con quantità imponenti di eroina, uno stupefacente, come<br />
sappiamo, che porta alla disintegrazione dell’identità individuale<br />
con conseguenze gravi per l’intero tessuto sociale. Nel giro di<br />
pochi anni si registrarono, soltanto in Italia, migliaia di morti<br />
causati di quella droga. Il fine dichiarato dell’operazione era<br />
quello di disarticolare la generazione giovanile, allontanandola da<br />
volontà ribellistiche anti-sistema. Ma gli esempi di controllo<br />
dall’alto e di ingegneria sociale potrebbero essere moltiplicati:<br />
citiamo soltanto il progetto Mk Ultra e l’operazione Chaos.<br />
Guardando al contesto odierno emerge, a nostro avviso, e in<br />
termini d’urgenza, la necessità di porre fine ad ogni tipo di<br />
sudditanza, a partire proprio da quella psicologica ed esistenziale.<br />
Osservare in termini critici il passato recente, ammesso che<br />
soltanto di passato si possa parlare, ci consente di affermare l’idea<br />
di un Soggetto realmente sovrano, che a nostro avviso può essere<br />
soltanto, come da anni ripetiamo, una Federazione Europea,<br />
dotata di una Costituzione, di Leggi omogenee, di una politica<br />
autonoma in grado di armonizzare i diversi gruppi sociali in<br />
chiave organica, di un esercito comune.</p>
<p>E soltanto tale Soggetto sarà in grado di spezzare le catene che<br />
ancora oggi rendono l’Unione europea un mero mercato comune<br />
in balia di interessi e imperialismi ostili a quella che ci piace<br />
definire Civiltà.<br />
<em><strong>Giuseppe Scalici</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>A proposito dello Stato organico europeo</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/09/22/a-proposito-dello-stato-organico-europeo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Sep 2026 03:42:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> di Francesco Ingravalle Non ci si può non dire “organicisti”  Non è possibile una società, di qualsiasi tipo, che non sia organica, anche se, sul piano delle idee possiamo immaginare un insieme di individui del tutto autosufficienti che vivano, alla maniera dei ragni, ognuno sulla propria tela e, quindi, possiamo rappresentarci una realtà sociale atomistica. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"> <em><strong>di Francesco Ingravalle</strong></em></p>
<ol style="text-align: justify;">
<li><strong><em>Non ci si può non dire “organicisti”</em></strong><em> </em></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Non è possibile una società, di qualsiasi tipo, che non sia <em>organica</em>, anche se, <em>sul piano delle idee </em>possiamo immaginare un insieme di individui del tutto autosufficienti che vivano, alla maniera dei ragni, ognuno sulla propria tela e, quindi, possiamo rappresentarci una realtà sociale atomistica. Il <em>piano delle idee </em>non è il piano della realtà: idee e rappresentazioni della realtà sociale non sono la riproduzione della realtà concreta in cui ciascuno di noi vive e in cui gli uomini del passato hanno vissuto. “Più ci addentriamo a ritroso nella storia e più l’individuo che produce, ci appare non autonomo, ma parte di una totalità più vasta: dapprima ancora in modo del tutto naturale nella famiglia e nella famiglia allargata a tribù, nelle sue diverse forme. Solo nel XVIII secolo, nella “società civile”, le differenti forme dei nessi sociali si presentano al singolo come un puro mezzo per i suoi fini privati, come una necessità esteriore. Ma l’epoca che crea questo modo di vedere, il modo di vedere del singolo isolato, è proprio quella dei rapporti sociali (generali per questo modo di vedere), finora più sviluppati. L’uomo è nel senso più letterale del termine uno <em>zòon politikòn </em>[“animale che vive in società”], non solo un animale sociale, bensì un animale che può isolarsi solo nella società. Del resto, proprio Thomas Hobbes, Jean-Jacques Rousseau e Adam Smith ammettono che la sfera dei bisogni, vale a dire la sfera decisiva dell’ontologia dell’essere sociale, il fondamento della socialità, obbliga a cooperare con gli altri individui o gruppi: quanto più si retrocede nel tempo, tanto più la realtà sociale e le sue rappresentazioni (o ideologie) ci presentano l’essere umano come parte di un contesto di altri esseri umani, di una collettività. E anche quanto più si avanza nel tempo, si continua a vedere l’essere umano come parte della collettività. Lo si vede così, perché così esso è. La sfera dei bisogni legati al contesto geofisico e sociale genera la sfera delle rappresentazioni; la sfera delle rappresentazioni riflette il vissuto che non è la rappresentazione delle cose come esse sono, ma di come esse sono percepite dall’angolo visuale dei singoli in interazione reciproca. Ecco, dunque, che il fatto che i diversi gruppi umani siano in concorrenza l’uno con l’altro, così come lo sono i singoli individui, e che l’appropriazione dei beni naturali e artificiali sia disuguale, creano l’illusione ottica dell’atomismo sociale, tipico delle vedute liberistiche. Esse leggono il conflitto come separazione, mentre, come osservano Hegel e Carl von Clausewitz, il conflitto è unione, nesso fra le parti in conflitto (che se non fossero unite, non potrebbero nemmeno confliggere): qualsiasi realtà non può affermarsi se non negando quella realtà che la nega e, in tale atto di negazione, essa deve fare propria la negatività negata. Questa è una verità nota fin dal pensiero arcaico, fin dagli aforismi di Eraclito di Efeso, fin dal <em>Poema sulla natura </em>di Parmenide di Elea e giunta sino al dialogo <em>Parmenide </em>di Platone e alla formulazione del principio di non contraddizione nel libro IV, cap. 3, della <em>Metafisica </em>di Aristotele. Di qui, questa verità è stata ripresa da Hegel e, successivamente da Giovanni Gentile e costituisce una delle basi per la comprensione dell’essere e dell’essere sociale in particolare. Persino nella realtà dello sfruttamento capitalistico, un saldo nesso lega gli sfruttati agli sfruttatori e gli sfruttatori agli sfruttati e la classica rappresentazione liberistica della società come un’arena di competitors separati non riesce a nascondere che il mercato stesso è interazione di competitors che si condizionano reciprocamente, come gli elementi di un organismo biologico o come le componenti di un sistema informatico. Lo si vede sia dalla dialettica servo-padrone della <em>Fenomenologia dello Spirito </em>di Hegel, sia dalla teoria della lotta di classe di Marx e di Engels, sia dalla teoria della vita come volontà di potenza di Nietzsche: le coppie servo-padrone, capitalista e proletario, vita ascendente-vita decadente sono tutte e tre caratterizzate da un nesso necessario fra le “polarità” antagonistiche che le compongono. Nell’organismo biologico, così come nel sistema informatico, c’è una gerarchia di funzioni <em>in vista della dinamica complessiva dell’organismo e del sistema informatico</em>. Questa funzionalità della parte rispetto al tutto è il motivo della impossibilità di ridurre il tutto alla mera somma delle parti. Già Kant, nella <em>Critica della facoltà di giudizio </em>(1790) afferma: “Un essere organizzato non è […] semplicemente una macchina, ché questa ha solamente forza <em>motrice</em>, ma possiede in sé forza <em>formatrice</em>, cioè tale da comunicarla alle materie che non ne hanno (cioè le organizza): ha quindi una forza formatrice che si riproduce e che non può essere spiegata mediante la sola capacità di movimento (il meccanismo).” Un essere vivente, quindi, non è paragonabile, completamente, a un orologio meccanico, né le sue funzioni sono assimilabili a quelle di una bilancia (per usare due termini di paragone famigliari al pensiero politico europeo del XVII secolo). Ma la società e lo Stato sono paragonabili <em>sensatamente </em>a un essere vivente? <em>Sensatamente</em>: cioè a prescindere da affascinanti similitudini o da brillanti metafore. Il che vorrebbe dire: gli organi di un corpo vivente sono paragonabili sensatamente alle parti dello Stato? Con buona pace del monologo di Menenio Agrippa, la risposta è “no!”. Le cellule del tessuto dello stomaco non potrebbero funzionare come neuroni e viceversa. Ma un lavoratore può diventare imprenditore (nel senso che soltanto barriere sociali, non naturali, glielo impediscono) e un imprenditore, rovinato, può diventare un lavoratore come gli altri. I singoli esseri umani, a differenza dei singoli organi di un corpo vivente, sono multifunzionali. Come si può parlare, allora, di nessi <em>organici </em>tra individui e tra gruppi quali nessi costitutivi dello Stato? Soltanto a partire dalla <em>non autarchia </em>di ciascun individuo e di ciascun gruppo che implica la dipendenza di ciascuno da ciascun altro, cioè l’interdipendenza sociale. Aggiungiamo che, a differenza degli organi di un corpo vivente, ciascun individuo dispone di una coscienza di sé estremamente complessa, come lumeggiato dalla psicologia a partire da Freud sino a Massimo Recalcati e a Umberto Galimberti, inesistente in organi diversi dal cervello. Questo rende l’interazione sociale estremamente complessa, estremamente variabile e oggetto di un sapere non caratterizzato dalla necessità, ma dalla probabilità delle relative conoscenze (come ben noto già ad Aristotele, <em>Etica Nicomachea</em>). L’interazione sociale esige campi semantici comuni, linguistici e simbolici, regole di convivenza comuni in relazione ai rapporti sociali di produzione fondati sulla divisione sociale del lavoro, cioè dell’insieme dei processi che permette di fissare come mèta di tutti il “bene comune”- l’accesso al quale non è mai stato, finora, uguale per tutti. La disuguaglianza degli accessi al “bene comune” genera una tensione continua fra i gruppi che compongono le società; una tensione che mette capo o alla mediazione fra interessi contrastanti, oppure alla lotta aperta fra le parti della società. Le strutture giuridiche e politiche servono a mantenere i conflitti nell’ambito delle mediazioni discorsive, politiche e a evitare il conflitto aperto. Il conflitto viene evitato, con strumenti religiosi, giuridici e, al limite, militari, perché impedisce alla collettività di organizzare una deterrenza credibile nei confronti delle collettività limitrofe ed eventuali politiche di espansione territoriali. Se ogni società non può che essere organica, perché nessun individuo è autosufficiente, questo non significa che il bene comune sia necessariamente ripartito in modo equo. Organicismo è interazione, interdipendenza, non equità; una società equa è organica tanto quanto un’oligarchia: quello che le distingue è la parità delle opportunità garantite a ognuno dalla prima e l’impari ripartizione delle opportunità imposte dalla seconda. Nella storia della specie quale si è sviluppato sino a ora, troviamo attuata l’unica legge scoperta dalla scienza politica: le minoranze organizzate dominano le maggioranze non organizzate (come evidenziato da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels). Nella formulazione che ne ha dato Robert Michels, come “legge ferrea dell’oligarchia”: chi dice democrazia dice organizzazione; chi dice organizzazione dice oligarchia; chi dice democrazia dice oligarchia”. Il fattore organizzativo distingue, secondo i “teorici delle élites” italiani, le collettività in organizzatori e in organizzati, in governanti e in governati, in dominatori e dominati e fonda il fenomeno della gerarchia amministrativa e, quindi, politica. Una gerarchia che è sempre organica, secondo i criteri che abbiamo individuato, ma che può mettere capo a una <em>equa </em>redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, oppure a una iniqua redistribuzione della ricchezza sociale prodotta, a un modello “comunitario”, oppure a un modello oligarchico. Ma allora, proporsi la realizzazione di uno Stato organico (e, in particolare di uno Stato organico europeo) equivarrebbe, sul piano teorico a sfondare una porta aperta? No: l’organicità è un tratto formale ineludibile che può declinarsi, tuttavia, comunitariamente o oligarchicamente.</p>
<ol style="text-align: justify;" start="2">
<li><strong>Organicismo e/o oligarchia</strong><em> </em></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Nella nota versione evoliana della teoria dello Stato organico, si può parlare di “rapporti organici” fra le diverse componenti dello Stato soltanto se tali rapporti sono configurati sulla base del carisma di chi si trova al vertice dello Stato stesso, mentre nella versione elaborata nel 1809 da Adam Müller (<em>Elemente der Staatskunst</em>) e già nel 1790 da Edmund Burke (<em>Reflections on the Revolution in France</em>), l’organicità risiede nella continuità tradizionale delle istituzioni e dei costumi; rispetto a questa visione i <em>Lineamenti di filosofia del diritto </em>di Hegel (1821) introducono la connessione dialettica tra componenti in sé non autosufficienti (che Giovanni Gentile sintetizzerà in <em>Genesi e struttura della società</em>, 1943, con la nota tesi “in fondo all’Io c’è un Noi”). Ma è un dato di fatto che lo sviluppo della rivoluzione industriale ha distrutto progressivamente i vissuti tradizionali e ha modificato la natura stessa delle classi politiche, staccando il primato politi co dalla condizione di “proprietari fondiari” e conferendolo ai produttori della ricchezza sociale industriale e commerciale. Va da sé che qui si sta trattando di <em>tipi ideali </em>di realtà sociali. Sulla nozione di <em>tipo ideale</em>, cfr. Max Weber, La nuova polarità sociale non è più quella tra proprietari fondiari e lavoratori agricoli, ma fra capitalisti e lavoratori- una trasformazione, questa, che, alla metà del XIX secolo è compiuta, a esempio, in Prussia, in Francia e in Inghilterra. L’organicità dei rapporti sociali consiste, dunque, nella tensione fra capitale e lavoro e il problema è trovare un altro fondamento dell’autorità economica, sociale e politica, ora che la ricchezza degli Stati si deve molto più all’industria che alla proprietà fondiaria. La strada seguita da Evola consiste nell’estrapolare dal mondo di Antico Regime il carisma del potere sovrano contrapponendolo al mero peso della ricchezza e della produttività. E dal piano politico ci si sposta sul piano della metafisica del politico: “Organico è uno Stato quando esso ha un centro, e questo centro è una idea che informa di sé in modo efficace i vari domini; è organico, quando esso ignora la scissione e l’autonomizzazione del particolare e, in virtù del sistema di partecipazioni gerarchiche, ogni parte nella sua relativa autonomia ha una funzionalità ed un’intima connessione col tutto” Il centro di una società tradizionale è così presentato: “un’idea centrale, un simbolo di sovranità con un corrispondente, positivo principio di autorità ne costituì la base e la forza animatrice, e quasi per spontanea gravitazione uomini e corpi sociali si trovarono in sinergia, pur conservando una loro autonomia essi svolsero attività convergenti in un’unica direzione fondamentale.” Il carisma del potere sovrano presuppone un principio spirituale che lo animi: Evola è ben consapevole che il carisma, di per sé non è sufficiente a configurare una realtà diversa da quella delle dittature di massa. Ma nelle società tardo-capitalistiche, come in piena età dell’imperialismo, è proprio il carisma totalitario a emergere, il carisma conferito dalle masse mobilitate da una adeguata propaganda. Sul piano politico la vicinanza all’ordinamento corporativo, da parte di Evola, si associava a una netta presa di distanza dallo Stato nazionale del lavoro, dai «Diciotto punti di Verona» e, naturalmente dal «corporativismo integrale» teorizzato, nel 1932, da Ugo Spirito. In luogo delle politiche sociali (grazie alle quali il fascismo aveva ottenuto il consenso popolare) viene delineata una configurazione etico / ascetica della «classe politica» che ha il proprio centro nel «governo di sé» come forza magnetica che stimola la vita dei corpi sociali ripartiti per professioni. Una configurazione etico / ascetica che, fino a ora, non ha configurato gruppi politicamente incisivi, né in Italia, né altrove.</p>
<ol style="text-align: justify;" start="3">
<li><strong>Sette constatazioni</strong></li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">La «logica di Yalta» è più longeva della «Guerra Fredda». Non è un mistero per nessuno che Stati Uniti d’America e Russia soffino sul fuoco degli integralismi nazionalistici. In Europa, con oltre due centinaia di installazioni militari della N.A.T.O. e con numerosi gruppi politici organizzati apertamente filo-russi sembra che si voglia evitare, come negli anni Quaranta del XX secolo, il sorgere di un <em>tertium quid </em>in Europa tra U.S.A. e Russia. Qualsiasi discorso che miri a prefigurare uno Stato organico, federale, europeo non può prescindere da una serie di constatazioni. Prima constatazione: l’unica politica estera dell’Unione Europea è quella della Commissione Europea, mirata quasi esclusivamente al mercato unico e ai profili giuridici e amministrativi a esso connessi. Sulle materie del mercato unico Parlamento Europeo e Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea codecidono al fine di generare le leggi europee. Seconda constatazione: tutti i profili della politica estera propriamente detta dipendono dalle decisioni all’unanimità del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea: ne consegue una carenza decisionale in una Unione a ventisette Stati membri. Terza constatazione: gli Stati membri sono «signori dei Trattati» e fanno, tutti, parte della N.A.T.O.; perché, come Consiglio Europeo, generano i Trattati che attribuiscono all’Unione i suoi poteri e ne delimitano la sovranità. Con maggioranze di governo nazionaliste, è semplice immaginare quanto poco sia probabile una revisione dei Trattati nel senso di un approfondimento o «statualizzazione» dell’Unione Europea. Quarta constatazione: l’Unione Europea non dispone, neppure per i ventuno Stati dell’area -euro, di una moneta unica che sia soggetta alle decisioni del «governo europeo», perché la Banca Centrale Europea è autonoma e ben più portata a essere la camera di compensazione fra i governatori delle banche centrali nazionali e il Fondo Monetario Internazionale; né gli obiettivi dei governatori, né quelli del Fondo Monetario Internazionale si possono definire «europei». Quinta constatazione: nonostante i consensi al discorso di Mario Draghi sull’Unione Europea, si è spesso tralasciato che il presupposto per l’attuazione degli obiettivi delineati da Draghi è la costruzione di uno Stato federale europeo. Sesta constatazione: l’orientamento dell’elettorato europeo è, attualmente, passabilmente nazionalista in Paesi assai significativi dell’Unione, cioè tendenzialmente anti-europeo o, per lo meno, euro-scettico. Settima constatazione: la costruzione europea è sorta per via diplomatica con il sostegno statunitense fino all’abbattimento del «Muro di Berlino». Questo significa che essa è stata opera delle classi politiche post-belliche interne alla «logica di Yalta». Oltre tre decenni sono passati e abbiamo avuto una progressiva espansione del fronte della N.A.T.O. verso est (di cui la guerra in Ucraina è un effetto da non sottovalutare). Ovunque arrivi l’Unione Europea, arriva anche la N.A.T.O: questo il significato, difficilmente equivocabile dell’arco di tempo 1992-2026. Se queste sette constatazioni (soltanto alcune fra quelle che si potrebbero fare), è chiaro che le prospettive per uno Stato federale organico europeo non sono particolarmente promettenti: le spinte diplomatiche all’ampliamento dell’Unione non hanno creato un vero governo politico dell’Unione stessa e l’opinione pubblica europea appare, al momento euro-scettica, se non apertamente anti-europea. Ammettiamo che, improvvisamente, si creino le condizioni per operare concretamente nel senso della costituzione di uno Stato organico europeo; quali sono le premesse istituzionali da cui partire? Innanzitutto, il ruolo decisivo della Commissione che opera secondo una logica tecnocratica e coopera con il Consiglio dei Ministri che opera secondo una logica diplomatica e con il Parlamento Europeo che opera secondo una logica democratica. Logiche diverse vengono fatte convergere negli obiettivi sovranazionali del mercato unico. Abbiamo, dunque, un corpo di esperti (la Commissione), una Camera degli Stati (Il Consiglio dei Ministri dell’Unione) e una Camera dei cittadini (il Parlamento Europeo) e un vertice dei Capi di Stato e di Governo (il Consiglio Europeo), un sistema economico bilanciato tra libera iniziativa e governo pubblico dell’economia, ma che non ha ancora fatto i conti con la critica dell’economia capitalistica. Un sistema che, non essendo uno Stato, non può dare corso a un <em>Welfare </em>che integri le incompletezze dei <em>Welfare </em>nazionali e che manca, quindi, del necessario consenso sociale. Un sistema che, non essendo uno Stato, non può trovare il corretto equilibrio tra sviluppo tecnologico e lotta al cambiamento climatico prodotto dall’economia capitalistica. Nella storia dello Stato moderno, l’unificazione dei mercati è stata la premessa per l’unificazione politica dei territori nazionali; ma non grazie ad automatismi, bensì grazie all’intervento di azioni politiche: dall’unione della corona di Castiglia con la corona di Aragona in Spagna a fine XV secolo, alle azioni diplomatiche e militari della contea di Parigi, sino alla guerra dei Cento anni, dall’attivismo di Enrico VIII in Inghilterra per attuare il Regno Unito sino all’azione del Piemonte nel XIX secolo per unificare la penisola italica e all’azione della Prussia nel contesto degli Stati germanici tra il 1863 e il 1971. Azioni politiche che sono state di vertice, ma che potrebbero anche essere di base, in linea teorica, nel futuro. Sul piano pratico, manca una opinione pubblica europea e una cultura politica europea unitaria: una cultura politica europea che si prefigga la realizzazione dello Stato organico federale europeo. Un cammino che, una volta che sarà intrapreso, non potrà essere che lungo e complesso.</p>
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		<title>Abbattiamo la Porta d’Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Jul 2026 03:40:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/lampedusa-porta-europa-papa-cristianesimo-empatia-327764/ La visita del Papa a Lampedusa è stata raccontata secondo un copione ormai perfettamente riconoscibile: l’arrivo sull’isola, la sosta davanti alla Porta d’Europa, lo sguardo rivolto al mare, l’incontro con una famiglia di migranti, il gesto simbolico del bambino che consegna un pallone. Tutto è vero, tutto è umano, tutto è comprensibile sul piano [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/lampedusa-porta-europa-papa-cristianesimo-empatia-327764/</p>
<p style="text-align: justify;">La visita del Papa a Lampedusa è stata raccontata secondo un copione ormai perfettamente riconoscibile: l’arrivo sull’isola, la sosta davanti alla <em>Porta d’Europa</em>, lo sguardo rivolto al mare, l’incontro con una famiglia di migranti, il gesto simbolico del bambino che consegna un pallone. <strong>Tutto è vero, tutto è umano, tutto è comprensibile sul piano della commozione immediata.</strong> Ma proprio per questo tutto diventa anche politicamente problematico.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché Lampedusa, da anni, non viene più trattata come un confine reale dello Stato italiano e dell’Europa, ma come un luogo di legittimazione morale dell’accoglienza. È il santuario civile in cui il potere religioso, quello mediatico e quello progressista si ritrovano per dire sempre la stessa cosa: davanti alla sofferenza, la politica deve tacere. Nella sua omelia, infatti, <strong>Papa Leone XIV</strong> ha chiesto che “la dignità delle persone migranti sia rispettata” e ha richiamato con forza le istituzioni e i governi europei alle loro epocali responsabilità politiche: garantire il primo soccorso, accogliere e proteggere, promuovere e (ovviamente) integrare.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La Porta d’Europa e il regime dell’empatia</h2>
<p style="text-align: justify;">Per questo abbattere la <em>Porta d’Europa</em> non significa invocare un semplice ed effimero gesto iconoclasta contro un monumento. Le rivolte abbattono le statue; ma qui non è di pura e semplice rivolta che stiamo parlando. Significa piuttosto contestare radicalmente e senza compromessi la funzione ideologica che quel monumento ha assunto. Una porta, in ogni civiltà normale, serve a separare, ordinare, proteggere, permettere un ingresso regolato. La <em>Porta d’Europa</em>, invece, è stata trasformata in un simbolo rovesciato: non indica più un limite, quindi nemmeno un <em>plus ultra</em>, ma la sua cancellazione ontologica. <strong>Non rappresenta la sovranità di una comunità che decide chi entra e a quali condizioni, ma l’obbligo morale di aprirsi senza una vera discussione sulle conseguenze</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/la-malattia-delloccidente-si-chiama-empatia-cosi-ragionare-e-diventato-impossibile-65839/">Qui torna utile una vecchia riflessione di <strong>Adriano Scianca</strong> sull’empatia</a>, sviluppata a partire dalle analisi dello psichiatra francese Serge Tisseron. Tisseron osservava come l’empatia sia diventata un totem contemporaneo, usato per spiegare e risolvere ogni questione, spesso senza definirla davvero. “<strong>Mettersi al posto dell’altro</strong>” può sembrare una formula nobile, ma se si trasforma in criterio assoluto impedisce ogni distanza critica. Una società che pretende di decidere immedesimandosi sempre nella vittima selezionata dal racconto mediatico rinuncia alla giustizia, alla politica, alla prudenza. Il diritto stesso nasce dall’idea opposta: non giudica chi è più capace di commuoverci, ma cerca una misura terza.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Il cristianesimo e l’umanità astratta</h2>
<p style="text-align: justify;">Nel caso dell’immigrazione, questo meccanismo è fin troppo evidente. Con il Papa in pellegrinaggio a Lampedusa poi, la sequenza emotiva è così forte da rendere quasi indecente ogni domanda generale. Eppure quelle domande restano. Chi governa i flussi? Chi stabilisce il limite? Chi risponde agli italiani e agli europei che vedono cambiare le proprie città, il proprio lavoro, la propria sicurezza, la propria continuità culturale? Chi ha deciso che l’Europa debba essere il luogo di compensazione materiale e simbolica di tutte le sofferenze del mondo? Lo <em>storytelling</em> umanitario funziona proprio così: non nega formalmente il problema politico, ma lo sposta fuori campo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il cristianesimo contemporaneo sembra ormai inserirsi pienamente in questo dispositivo</strong>. Non parla più all’Europa come a una civiltà storica, con radici, doveri, confini e responsabilità verso se stessa. Preferisce rivolgersi all’umanità astratta, all’uomo generico, al sofferente universale. Perché<strong> </strong>quando la sofferenza diventa superiorità morale, ogni forma, ogni gerarchia, ogni appartenenza viene sospettata di crudeltà. E in questa dinamica possiamo leggere una delle espressioni più compiute e perfette dell’egualitarismo cristiano: l’idea che tutte le differenze storiche e politiche debbano dissolversi davanti a un umano indistinto, senza volto e senza destino.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Chi non ha nemici non ha nemmeno amici</h2>
<p style="text-align: justify;">Ma la politica comincia proprio dove l’umanità astratta “non è”. Un popolo è una continuità storica, biologica, culturale, linguistica, spirituale. Può aiutare, può accogliere, può anche sacrificarsi entro una misura, ma non può essere chiamato a negare se stesso in nome di una compassione permanente. Quando questo avviene, la carità non può più sorreggere il disordine. Intanto i trafficanti continuano a prosperare, le Ong riempiono il vuoto lasciato dagli Stati, il capitale trova manodopera ricattabile, le periferie assorbono le tensioni e Lampedusa viene usata come scenografia della colpa europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/">Come dicevamo in un articolo precedente</a>, ogni epoca va compresa a partire dalla sua domanda storica decisiva. <strong>La nostra è semplice da formulare, anche se difficile da affrontare: l’Europa vuole ancora essere una civiltà capace di decidere il proprio destino, oppure accetta di ridursi a spazio neutro, mercato aperto e piattaforma dell’accoglienza globale?</strong> A questa domanda non può rispondere la fotografia del Papa davanti al mare e nemmeno la commozione, che appartiene alla coscienza individuale ma non può sostituire il governo della storia. La compassione per chi soffre non può diventare il dispositivo con cui si impedisce agli europei di pensarsi come popolo, di difendere la propria casa e di stabilire un ordine. Una porta che può solo aprirsi non è più una porta ma un valico, una breccia, una tunnel. Il simbolo perfetto della civiltà dell’ultimo uomo, quello che “<em>non ha un nemico al mondo</em>” e, proprio per questo, non ha nemmeno amici.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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		<title>Remigrazione, Meloni dice “già lo facciamo”: il centrodestra davanti a una prova storica</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jul 2026 04:10:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/remigrazione-meloni-centrodestra-prova-storica-327668/ A sentire Giorgia Meloni e Matteo Piantedosi, la Remigrazione sarebbe già realtà. Solo che non ce ne eravamo accorti. Intervistata da Nicola Porro a 10 Minuti, su Rete 4, il presidente del Consiglio ha scelto una formula precisa: “Per come la interpreto io, sono i rimpatri volontari assistiti. Già li facciamo”. Poi la rivendicazione, tutta interna allo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/07/03/remigrazione-meloni-dice-gia-lo-facciamo-il-centrodestra-davanti-a-una-prova-storica/">Remigrazione, Meloni dice “già lo facciamo”: il centrodestra davanti a una prova storica</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte: <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/remigrazione-meloni-centrodestra-prova-storica-327668/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/remigrazione-meloni-centrodestra-prova-storica-327668/</a></p>
<p>A sentire <strong>Giorgia Meloni</strong> e <strong>Matteo Piantedosi</strong>, la Remigrazione sarebbe già realtà. Solo che non ce ne eravamo accorti. Intervistata da Nicola Porro a <em>10 Minuti</em>, su Rete 4, il presidente del Consiglio ha scelto una formula precisa: “Per come la interpreto io, sono i rimpatri volontari assistiti. Già li facciamo”. Poi la rivendicazione, tutta interna allo scontro politico con Vannacci: lo Stato italiano li fa, l’Unione europea li fa, l’Unhcr li fa. Dunque, nella lettura meloniana, non ci sarebbe molto altro da aggiungere. La Remigrazione, se proprio bisogna chiamarla così, sarebbe già contenuta nell’ordinaria amministrazione dei rimpatri.<br />
La stessa linea era stata anticipata da Piantedosi. Il ministro dell’Interno, parlando al <em>Tg1</em> e come riportato da <em>RaiNews</em>, ha rivendicato l’aumento dei rimpatri e indicato come obiettivo per il 2026 il superamento della soglia dei diecimila, sommando rimpatri forzosi e rimpatri volontari assistiti. Subito dopo ha posto la domanda che riassume perfettamente la posizione del governo: “<strong>Che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa?</strong>”. Ecco, il punto è esattamente questo. Vuol dire molto di più.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La Remigrazione è una visione complessiva sulla direzione storica dell’Italia</h2>
<p>Il centrodestra dovrebbe partire da una distinzione elementare, quasi banale, ma politicamente decisiva: quella tra uno strumento concreto e limitato e una strategia complessiva di lungo periodo. In altre parole, tra ciò che serve a gestire un problema nell’immediato e ciò che definisce la direzione futura del Paese. I primi riguardano l’esecuzione di un provvedimento amministrativo, oppure l’accompagnamento volontario al rientro di uno straniero nel Paese d’origine. La seconda riguarda il senso complessivo della politica migratoria, demografica, sociale, economica e nazionale. Confondere le due cose significa ridurre una proposta politica a una pratica del Viminale, una direzione storica a una procedura burocratica.<strong> È come scambiare il mezzo per il fine: i rimpatri sono uno strumento, la Remigrazione è l’obiettivo.</strong> I primi sono succedanei della seconda, non il contrario. I rimpatri sono necessari, ma non esauriscono minimamente il problema dell’immigrazione di massa. Possono essere parte della Remigrazione, ma non sono la Remigrazione. Eppure è proprio questa la forzatura, o la scorciatoia, con cui Meloni e Piantedosi cercano di neutralizzare il tema: prendere una parola ormai entrata nel dibattito pubblico, svuotarla del suo contenuto politico, ricondurla a qualcosa che il governo sostiene di fare già, e chiudere così la discussione. Le dichiarazioni di Giorgia Meloni hanno un sottotesto politico evidente nella partita interna al centrodestra: se qualcosa si fa, è grazie a me. “Mi ha fatto sorridere che il regolamento Ue sia stato venduto come ‘remigrazione’: quella è la mia, di remigrazione. Parlare è molto più facile che fare”, ha detto Meloni, un messaggio che indirizza anche a Vannacci, rivendicando l’azione politica svolta in sede Ue, ma depotenziando di fatto chi prova a spostare più in là il baricentro del dibattito.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Meloni e Piantedosi dicono: “già lo facciamo”. I rimpatri però sono un’altra cosa</h2>
<p>Il problema è che la proposta di legge sulla Remigrazione non si limita a prevedere un semplice meccanismo di ritorno assistito, come se fosse una misura tecnica tra le altre. <strong>Si tratta invece di un progetto molto più ampio e strutturato, che interviene su diversi livelli della politica nazionale</strong>. Da un lato riguarda il governo complessivo dei flussi migratori, con l’obiettivo di ridurre l’immigrazione irregolare e contrastare lo sfruttamento dei lavoratori stranieri; dall’altro introduce strumenti specifici, come un programma nazionale di Remigrazione, misure contro le Ong coinvolte nel traffico migratorio e il superamento dell’attuale sistema di quote annuali per l’ingresso di lavoratori stranieri. Ma non si ferma qui. La proposta include anche il rientro degli italo-discendenti e la creazione di un fondo dedicato alla natalità italiana, segnalando chiaramente che il tema migratorio viene collegato a quello demografico. In questo quadro, il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti in Italia è solo uno degli strumenti previsti, non il cuore della proposta. Il punto centrale è infatti la visione complessiva: rafforzare la sovranità nazionale, riprendere il controllo degli ingressi, rendere effettive le espulsioni degli irregolari, dare priorità al lavoro italiano e affrontare la crisi demografica puntando sulla natalità. In altre parole, la Remigrazione viene concepita come una politica organica che mira a ridefinire il ruolo dello Stato nella gestione della popolazione e dei flussi migratori, restituendogli la capacità di decidere chi entra, chi resta e chi deve lasciare il Paese. Questa è la differenza che il centrodestra al governo finge di non vedere <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/migranti-decreto-flussi-297406/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/migranti-decreto-flussi-297406/" type="link">mentre ogni giorno che passa si lega ancora di più al dogma della “manodopera indispensabile”</a>. <strong>Quindi no, Meloni: il rimpatrio è una pratica, la Remigrazione è un cambio di paradigma.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading">Gli ingressi continuano a superare nettamente le uscite</h2>
<p>Anche perché i numeri rivendicati da Piantedosi andrebbero letti con un minimo di proporzione. Superare i diecimila rimpatri in un anno può anche essere presentato come un miglioramento rispetto alla paralisi precedente. Ma se questa diventa la soglia simbolica di una svolta storica, allora il problema è enorme. Perché nello stesso momento in cui il Viminale rivendica diecimila uscite tra forzose e volontarie, il decreto flussi 2026-2028, pubblicato dal ministero del Lavoro, prevede l’ingresso in Italia di <strong>497.550</strong></p>
<p>cittadini di Paesi terzi per motivi di lavoro, di cui <strong>164.850</strong> solo nel 2026. Questo è il cortocircuito politico che nessuna furbizia da talk show può nascondere. Da una parte il governo celebra il possibile superamento dei diecimila rimpatri. Dall’altra programma quasi mezzo milione di ingressi regolari nel triennio. Il saldo è evidente: si prova a svuotare il mare con un secchio mentre si continuano ad aprire i rubinetti. Nient’altro che la solita vecchia linea del centrodestra: rigidi con una parte dell’immigrazione irregolare, morbidi con l’immigrazione economica richiesta dal sistema produttivo, da Confindustria, dai sindacati in crisi d’iscritti. Dovrebbe apparire evidente a chiunque che quando la presenza straniera diventa strutturale, massiccia e “indispensabile” al funzionamento del sistema economico, la differenza tra ingresso regolare e ingresso irregolare diventa amministrativa, non politica. <strong>Cambia il senso sul documento ma non la direzione storica del Paese.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading">La Remigrazione pone domande radicali e risposte concrete</h2>
<p>Lo stesso discorso vale per il nuovo regolamento europeo sui rimpatri, approvato dal Parlamento europeo con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. Il testo introduce strumenti importanti: obbligo di cooperazione per chi riceve una decisione di rimpatrio, possibilità di trattenimento fino a 24 mesi, misure alternative al trattenimento e creazione di centri di rimpatrio in Paesi terzi sulla base di accordi con Stati extra-Ue. È un passaggio significativo, <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/ue-rimpatri-strasburgo-voto-327332/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/ue-rimpatri-strasburgo-voto-327332/" type="link">e il <em>Primato Nazionale</em> lo ha già scritto</a>: l’Europa, lentamente e tra mille contraddizioni, sta riconoscendo che senza rimpatri non esiste alcuna politica migratoria credibile. Si rompe un tabù.<strong> Il “non si può fare” lascia spazio al “non si vuole fare”</strong>. Ma anche qui bisogna evitare il terribile equivoco su cui si muove anche la propaganda di Vannacci. Il regolamento europeo è un pacchetto di strumenti che possono servire a rendere più efficaci le espulsioni, a rafforzare il concetto di Paese terzo sicuro, ad offrire una cornice giuridica ai <em>return hubs</em>. Ma non decide da solo la direzione politica di uno Stato. L’Unione europea può mettere a disposizione leve normative; non può sostituirsi alla volontà nazionale. La Remigrazione parte da una domanda più radicale: l’Italia vuole continuare a essere un territorio di assorbimento demografico, economico e sociale dei flussi migratori globali, oppure vuole tornare a essere una nazione capace di scegliere chi entra, chi resta, chi deve partire e su quale popolo investire? La risposta, evidentemente, non può arrivare solo da Bruxelles, ma soprattutto da una classe dirigente che abbia il coraggio di usare gli strumenti europei dentro una linea a lungo termine.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Per la Meloni si riduce tutto al “Modello Albania”</h2>
<p>Dentro questo quadro si inserisce anche il protocollo con l’Albania, che la Meloni in primis continua a rivendicare come anticipazione del nuovo orientamento europeo. Il modello Albania è stato raccontato come una svolta epocale, però nei fatti si è scontrato più volte con la magistratura e con i vincoli del diritto europeo. <em>Reuters</em>, già a gennaio 2025, ricordava che un tribunale di Roma aveva ordinato il trasferimento in Italia di 43 migranti trattenuti nei centri albanesi: era la terza volta, dall’ottobre precedente, che i giudici disponevano il rientro in Italia di migranti condotti nelle strutture oltre Adriatico. Ora, se l’Europa apre alla logica dei <em>return hubs</em>, il dato tattico-politico è positivo. Ma non basta spostare una struttura fuori dai confini nazionali per cambiare politica migratoria. Anche perché, entrando nel concreto, i numeri raccontano già tutto il limite dell’operazione: secondo quanto riportato da fonti governative e rilanciato da diverse agenzie (<em>Ansa</em>, <em>Reuters</em>), i centri previsti in Albania – Shengjin per lo sbarco e Gjader per il trattenimento – avrebbero una capienza complessiva di circa <strong>3.000 persone</strong>. Una cifra che, anche a pieno regime, resta marginale se confrontata con la dimensione del fenomeno in Italia. Secondo le stime più recenti dell’Istat e della Fondazione ISMU, gli stranieri irregolari presenti sul territorio italiano oscillano tra le <strong>450.000</strong> e le <strong>500.000</strong> unità. Il rapporto è evidente: anche ipotizzando un funzionamento perfetto degli hub, si tratterebbe di una goccia nel mare. Servono accordi solidi, catene amministrative funzionanti, procedure rapide, cooperazione reale con i Paesi di origine e di transito, copertura giuridica, capacità diplomatica e volontà politica di arrivare fino in fondo. Senza tutto questo, l’hub diventa il bersaglio perfetto dei ricorsi, quindi irrilevante ai fini complessivi.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La ritrosia del centrodestra davanti alla Remigrazione</h2>
<p>Poi c’è la Lega, che sulla Remigrazione offre forse il caso più evidente di ambiguità politica e merita un capitolo a parte. Da un lato rincorre e usa il tema quando serve. Dall’altro arretra appena la parola diventa davvero pesante. <a id="https://www.today.it/politica/raffaele-stipa-pizzaiolo-ucciso-reggio-emilia.html" href="https://www.today.it/politica/raffaele-stipa-pizzaiolo-ucciso-reggio-emilia.html" type="link">Lo si è visto anche nella gestione comunicativa di alcune notizie di cronaca, come nel caso dell’omicidio del pizzaiolo a Reggio Emilia</a>: il consigliere regionale Tommaso Fiazza e la deputata Laura Cavandoli avevano inizialmente collegato il delitto a un presunto aggressore straniero, parlando di “<strong>violenza incompatibile con il nostro modo di vivere</strong>” e arrivando a invocare esplicitamente la remigrazione come strumento di sicurezza. Solo dopo che gli inquirenti hanno chiarito che l’uomo arrestato era cittadino italiano, entrambi hanno chiesto alle redazioni di ritirare i comunicati, riconoscendo che un elemento centrale della ricostruzione era cambiato. Un episodio che mostra come il richiamo alla Remigrazione venga spesso utilizzato in modo reattivo e simbolico, salvo poi essere ridimensionato quando i fatti non confermano la narrazione iniziale. Lo stesso è accaduto con la manifestazione dei Patrioti a Milano: inizialmente presentata come un appuntamento centrato sulla Remigrazione, è stata poi ridimensionata alla vigilia, con la precisazione della Lega che non si sarebbe trattato di un “Remigration Summit”, fino a trasformarsi di fatto in una generica piazza per la pace. <strong>Un cambio di linea che dice molto: si prova a cavalcare il tema quando conviene, ma si arretra appena diventa politicamente impegnativo</strong>. Inutile dire che non si può intercettare il consenso legato alla parola, senza assumersi fino in fondo il peso della proposta.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Forza Italia è un corpo estraneo al governo</h2>
<p>Forza Italia, invece, non ha nemmeno questo problema. Da<strong> Antonio Tajani </strong>che nel pieno del terrore scatenato dall’attentato di Modena ha dovuto ricordare che Salim El Koudri non aveva alcun permesso di soggiorno da revocare perché era cittadino italiano, a <strong>Roberto Occhiuto</strong> che ha definito la Remigrazione “una stronzata”, la sua linea è fin troppo evidente. Forza Italia rappresenta dentro il centrodestra l’anima più compatibile con la narrazione dell’immigrazione necessaria: servono lavoratori, servono ingressi regolari, servono quote, servono braccia per agricoltura, turismo, assistenza, logistica. <strong>È il realismo padronale travestito da moderazione.</strong> Ma fin qui, è proprio questa linea ad aver dettato, nei fatti, l’impianto del decreto flussi: rigore verbale sull’immigrazione illegale, apertura strutturale sull’immigrazione economica. Il risultato è una politica migratoria che non mette al centro la nazione, ma il fabbisogno immediato del mercato del lavoro. E qui la domanda diventa inevitabile: se un’economia può sopravvivere solo importando continuamente manodopera dall’estero, che economia è? Se i salari restano bassi perché tanto si trova sempre qualcuno disposto ad accettarli, dov’è la difesa del lavoro italiano? Se la natalità viene evocata nei convegni, ma la risposta concreta alla crisi demografica è mezzo milione di ingressi extra-Ue in tre anni, dov’è la politica nazionale? La Remigrazione pone esattamente queste domande, arrivando a una conclusione logica: non è soltanto una questione di ordine pubblico ma una questione di modello sociale. In fin dei conti bisogna scegliere “solo” se l’Italia debba rigenerarsi attraverso il proprio popolo o adattarsi a diventare una piattaforma produttiva popolata da flussi sostituibili; scegliere se la risposta alla crisi demografica debba essere la natalità italiana o la programmazione permanente di nuovi ingressi; scegliere di superare il lavoro povero alzando salari, formando giovani, ricostruendo dignità professionale e riattivando l’ascensore sociale.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il centrodestra non può cavarsela con i distinguo</h2>
<p>Per questo, e per molti altri motivi, la formula del “già lo facciamo” è politicamente insostenibile. No, il centrodestra non sta già facendo la Remigrazione. Sta facendo alcuni rimpatri, pochi rispetto alle dimensioni del fenomeno. Sta tentando di rafforzare alcune procedure. Sta rivendicando in Europa strumenti utili. Sta cercando di rendere meno inefficiente un sistema che per anni ha prodotto espulsioni sulla carta e permanenze nei fatti. Tutto questo può essere meglio del nulla, ma non è la Remigrazione. <strong>Per questo il centrodestra non può cavarsela con i distinguo contro Vannacci, con la retorica sulla “vera destra”, con l’ironia di Forza Italia o con le mezze aperture della Lega</strong>. Da ieri, la proposta di legge del Comitato Remigrazione e Riconquista è sul tavolo: non come provocazione, ma come testo politico, sostenuto da una legittimazione pubblica costruita nelle piazze e nella raccolta firme. Chi crede davvero che l’Italia debba cambiare rotta ha uno strumento da discutere, migliorare, sostenere e trasformare in legge. Chi invece vuole continuare con quote, flussi, manodopera importata e qualche espulsione simbolica abbia almeno il coraggio di dirlo ai suoi elettori. La Remigrazione è riuscita a scavalcare la barriera fisica e morale alzata dall’antifascismo, in Parlamento come nelle piazze; ora dovrà affrontare la ritrosia della destra. Siamo fiduciosi che la forza di questa proposta, riuscirà a costruire qualcosa di concreto e condiviso.</p>
<p><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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		<title>Conoscenza e azione per l&#8217;Europa del domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Jun 2026 04:20:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di visione spirituale della vita si deve essere molto chiari e precisi, affinché il concetto non diventi una semplice serie di parole in sequenza. Perché il tutto sia compreso in modo adeguato occorre in primis stabilire cosa significhi vivere spiritualmente. La cosa cui molti non prestano la dovuta attenzione è che non [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando si parla di visione spirituale della vita si deve essere molto chiari e precisi, affinché il concetto non diventi una semplice serie di parole in sequenza. Perché il tutto sia compreso in modo adeguato occorre in primis stabilire cosa significhi vivere spiritualmente. La cosa cui molti non prestano la dovuta attenzione è che non esiste uomo, nemmeno il peggiore, il quale nel vivere non agisca spiritualmente, se con spirito intendiamo, come effettivamente è, la caratteristica essenziale dell&#8217;uomo ovvero ciò per cui conosce e opera. Spiritualmente è in effetti sinonimo di intellettivamente e non esiste azione umana che avvenga senza che prima non si abbia riflettuto o pensato. Nulla un uomo fa intenzionalmente se non lo considera bene o fonte di guadagno. Atteso che quindi nessun uomo prescinde da ciò che è spirituale e non materiale, cosa significa vivere spiritualmente? Significa vivere avendo ben chiaro che l&#8217;atto di intendere non è soltanto il principio dell&#8217;azione, ma ne costituisce anche il fine. E nel caso dell&#8217;uomo vivere e intendere non sono due attività da considerare separatamente, ma un tutt&#8217;uno composito. Il fine dell&#8217;uomo è, come spiega il Sommo Poeta nel &#8220;De Monarchia &#8220;, vivere utilizzando l&#8217;intelletto possibile. E tale attitudine in nulla contrasta con la volontà di potenza. Chi desideri prevalere, comandare o comunque sapere che vi sono cose, situazioni e fatti che dipendono da lui raggiunge un certo grado di felicità, in quanto agisce con difficoltà. E, com&#8217;è noto, le cose difficili sono belle. E siccome l&#8217;agire umano non può non dipendere dal conoscere, chi porta a compimento difficili imprese dimostra non un generico valore ma un valore spirituale e intellettivo, dato che la misura del potere del conoscere sta proprio nel grande sforzo intellettivo cui ci si deve dedicare. Quindi tutto l&#8217;uomo intende in modo conoscitivo e ogni felicità deriva dalla possibilità di usare la ragione. Non per caso, asseriva Platone, anche i piaceri del corpo, se l&#8217;intelletto venisse a mancare, perderebbero senso, in quanto non si sarebbe più in grado di ricordarli, rivivendone l&#8217;esperienza. Chiarito ciò, possiamo ben capire in cosa consista la grande ignoranza dei più nella contemporaneità. Da oltre due secoli si parla incessantemente di libertà dell&#8217;uomo, di uomo come fine e non come mezzo, di felicità etc, eppure ogni risultato raggiunto va sempre in direzione contraria. Ovvero, oggi gli uomini non vivono liberamente ma asserviti. E negli ultimi ottant&#8217;anni questo processo in Europa ha assunto i ben gravi connotati che possiamo verificare. L&#8217;asservimento degli europei si può spiegare, al di là di ciò che consegue dall&#8217;esterno, con qualcosa che attiene alla loro interiorità, ovvero la sottomissione della parte più alta, l&#8217;intelletto e la conoscenza, rispetto a ciò che esterno. Ed è proprio in ciò che consiste la schiavitù, ovvero vivere per ciò che è al di fuori invece che avendo come parametro quel che è in interiore homine. Il tutto risulta più chiaro, se ricorreremo ad un esempio che fa il filosofo Aristotele, quando tratta della differenza tra ciò che è un prodotto di natura e quello che è un prodotto dell&#8217;arte. In quello che avviene per natura, il fine per cui avviene è interiore al soggetto considerato, in ciò che viene ad essere per opera dell&#8217;arte il fine è esteriore. La nave, quindi, viene costruita per la navigazione e non ha in se stessa il principio della propria nascita e del proprio sviluppo, mentre in tutto ciò che è dotato di vita, che si tratti di una pianta o di un animale ciò che lo conduce a nascere e a svilupparsi non è esterno ma interno. E il fine che un ente naturale persegue è vivere perfezionando la sua stessa esistenza in base alla sua essenza. Oggi invece accade l&#8217;esatto opposto, ovvero l&#8217;uomo europeo non vive per perfezionare quella che è la sua essenza, ma sottomette l&#8217;intelletto a ciò che è esteriore, vedendo in esso il senso della propria identità. E quello che è esteriore cui si sottomette non necessariamente è qualcosa di prettamente materiale. Chiaramente questa è un&#8217;epoca in cui al benessere corporale, al denaro e al consumo si da una spasmodica importanza, in quanto queste sono le cose che tutto poi vanno a determinare; tuttavia gli uomini in linea generale o sono schiavi di questi direttamente, oppure lo sono di concetti apparentemente più nobili, quali la morale o, per meglio dire, il moralismo astratto. E non lo chiamiamo astratto per caso, ma perché distaccato da quello che dovrebbe essere il fine della morale e dell&#8217;etica, quando rettamente intese, ovvero la della vita degli uomini al fine di poter sviluppare al meglio la perfezione. L&#8217;etica dovrebbe avere come scopo la creazione delle menti migliori, dei migliori guerrieri, dei migliori politici e dei migliori lavoratori. Mentre oggi chiunque svolga una di queste funzioni lo fa per ciò che è esteriore, invece che per ciò che interiore. Il fatto che la politica e gli eserciti delle varie nazioni europee siano asserviti a potenze straniere non è che una logica conseguenza dell&#8217;alienazione che gli europei vivono rispetto a ciò che sono e dovrebbero incarnare. E nel lavoro il discorso non è dissimile, come prima abbiamo accennato. Quando Giovanni Gentile parlava di umanesimo del lavoro cosa intendeva? Il suo scopo era legare il processo conoscitivo a quello lavorativo. Chi degnamente lavora sempre conosce se, gli altri, la propria natura, lo stesso ordine divino, non diversamente da chi guida lo Stato, la Chiesa o l&#8217;Esercito. I metodi attuativi sono chiaramente distinti ma non possono essere separati non soltanto perché gli uomini sono per natura animali politici, ma anche perché il principio per cui queste varie attività avvengono è unico e uguale, ovvero il processo conoscitivo, pur declinato in gradi e modalità differenti. D&#8217;altra parte anche Marx stesso, quando nella sua opera descrive nel dettaglio la società capitalistica, usa opportunamente il termine alienazione. Il lavoratore nel capitalismo è alienato perché non vede ciò che fa, di conseguenza non sa perché lo fa né lo sente come diretta conseguenza del proprio ingegno. Quello che tuttavia poi Marx stesso e i marxisti non hanno compreso è il significato complessivo del concetto di alienazione. Alienato non è soltanto chi è subordinato nei rapporti di produzione, ma anche chi è al vertice. Un borghese che non abbia mai altro scopo che accumulare denaro, non ha mai occasione di farsi valere come &#8220;capitano d&#8217;industria&#8221;, come ispiratore di un certo modo di fare impresa, come un membro autorevole agli occhi degli altri, è schiavo, semplicemente più vicino all&#8217;oggetto per cui tutta la macchina è stata concepita. E che questa incomprensione avvenisse era ovvio, se guardiamo all&#8217;intera dinamica. Per un &#8220;marxista ortodosso&#8221; il problema del capitalismo è il fatto che non produca quella felicità e quell&#8217;uguaglianza ampiamente sperate. Tanto il marxista quanto il capitalista hanno paura di non essere mai sufficientemente soddisfatti economicamente. Entrambi auspicano una vita senza necessità e difficoltà. Ma queste sono chiaramente naturali per chiunque viva e, quando le si teme di esse ci si fa strumento o meglio ci si fa servi delle paure che queste provocano. E un uomo che opera in tal senso non è forse il prototipo di chi ha scarsissima fede nella sua facoltà più alta, quella della conoscenza? Superare le difficoltà, vivere ponendosi dei traguardi, puntare all&#8217;eccellenza, organizzare la propria vita coniugando necessità e felicità e tutte le azioni che a ciò corrispondono implica l&#8217;utilizzo dell&#8217;ingegno e aver fiducia nelle proprie capacità spirituali e intellettive. Quel che veramente porta alla felicità nel lungo termine non è perdere impegni e sacrifici, ma restare sempre fedeli, presenti e coscienti, ovvero riscoprire il potere dell&#8217;intelletto su tutto ciò che ad esso è subordinato e su tutto quel che dall&#8217;esterno sopraggiunge. Oggi per un europeo la sfida conoscitiva più alta è ricostruire l&#8217;Europa, dandole una forma che la storia non ha mai visto, facendo in modo che gli europei possano vivere all&#8217;insegna dei principi e delle azioni che qui abbiamo sinteticamente delineato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ferdinando Viola</strong></em></p>
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		<title>Oltre Pil, finanza, Marx e tecnocrati: ecco la formula per salvare l’Europa che pochi hanno il coraggio di applicare</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/06/23/oltre-pil-finanza-marx-e-tecnocrati-ecco-la-formula-per-salvare-leuropa-che-pochi-hanno-il-coraggio-di-applicare/</link>
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		<pubDate>Tue, 23 Jun 2026 04:47:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://www.secoloditalia.it/2026/06/oltre-pil-finanza-marx-e-tecnocrati-ecco-la-formula-per-salvare-leuropa-che-pochi-hanno-il-coraggio-di-applicare/ Al di là del pensiero unico e dei fallimenti dei dogmi progressisti, c&#8217;è la scommessa dello Stato Organico Europeo: una vera rivoluzione contro la crisi globale, fatta di meno burocrati, più lavoro, identità e partecipazione dei cittadini. Che cosa deve intendersi oggi per crisi ? È semplice crisi economica e sociale? Oppure è [&#8230;]</p>
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<p><strong>Al di là del pensiero unico e dei fallimenti dei dogmi progressisti, c&#8217;è la scommessa dello Stato Organico Europeo: una vera rivoluzione contro la crisi globale, fatta di meno burocrati, più lavoro, identità e partecipazione dei cittadini.</strong></p>
<p>Che cosa deve intendersi oggi per crisi ? È semplice crisi economica e sociale? Oppure è solo crisi politica e istituzionale? O non è piuttosto, quello odierno, proprio partendo dal senso etimologico della parola “crisi”, un momento di cesura, di separatezza, di passaggio, che rende evidente una crisi culturale e che impone quindi una riflessione più ampia e più complessa dell’attuale contesto?</p>
<h2>La scommessa dello Stato Organico Europeo oltre la crisi contemporanea</h2>
<p>È difficile cogliere il valore epocale di certe tendenze, quando, volenti o nolenti, le si subisce. Ma è certo che, proprio per le caratteristiche della crisi odierna, è sempre più maturo il tempo in cui è necessario porre chiare discriminanti rispetto alle opzioni in gioco ed intorno ad esse elaborare risposte complesse, articolate ed organiche, in grado di coniugare simultaneamente realtà politica e realtà economica e sociale, evitando analisi e visioni parziali.</p>
<p>Da qui, da alcuni quesiti di fondo, che non è eccessivo definire “epocali”, e dalla necessità di elaborare una risposta complessiva all’altezza delle crisi sistemiche che attraversano il mondo contemporaneo, nasce l’impegno del <em>Centro Studi KulturaEuropa</em>, arrivato con il volume dedicato a “<em>Lo Stato organico europeo</em>” (AA.VV., a cura del Centro Studi KulturaEuropa, Passaggio al Bosco, Firenze, 2026, pp. 159, Euro 15,00), che raccoglie gli atti dell’omonimo Convegno, tenuto il 23 maggio 2026) al quarto appuntamento annuale in continuità con i tre volumi che, di anno in anno, hanno raccolto i contenuti di altre giornate di studio, dedicate a Europa-Accelerazione-Potenza (2023); Eurotecnica (2024); PotenzaEuropa (2025).</p>
<h2>Il superamento di Marx e del liberalismo</h2>
<p>Lo Stato Organico rappresenta un tema “cardine” della cultura storicamente “alternativa” rispetto alle visioni di scuola liberale e marxista, oggi di grande attualità proprio in ragione della crisi complessa che segna il mondo contemporaneo. Alla base della concezione organica dello Stato il principio «il tutto è condizione della parte», da declinarsi però – questo l’invito del <em>Centro Studi KulturaEuropa</em> – in ragione dei nuovi contesti europei (da qui il richiamo allo “Stato organico europeo”) e delle trasformazioni che segnano l’epoca dell’iper-tecnologia e della sfida produttiva globalizzata.</p>
<p>Rispetto ai richiami della dottrina tradizionale, che ha segnato la prima metà del XX Secolo, qui la prospettiva si sposta, misurandosi – in premessa (attraverso l’intervento di <strong>Giancarlo Ferrara</strong> su <em>Europa, organicismo e geopolitica</em>) – con i limiti di un processo d’integrazione continentale incompleto. Cioè – come evidenzia <strong>Francesco Ingravalle</strong> – “non-politico”, in quanto condizionato dalla presenza di investimenti diretti esteri non-europei, dalla mancanza di una reale “difesa europea”, da una moneta le cui politiche non dipendono dal “governo europeo”.</p>
<p>È rispetto a queste criticità “strutturali” che emergono – afferma Ingravalle – le potenzialità per una federazione subcontinentale organica, immaginando una “Camera delle Competenze”, che lavori secondo una logica “tecnocratica”. Una “Camera dei cittadini”, eletta a suffragio universale; una “Camera degli Stati”, che lavori secondo una logica diplomatica; il Consiglio Europeo, in grado di raccogliere i ministri federali.</p>
<h2>L’analisi di Ingravalle delle “criticità strutturali”</h2>
<p>L’intervento di Ingravalle ha un valore orientativo, nella misura in cui lascia da parte certo dottrinarismo d’ambiente, invitando al confronto politico-giuridico ed istituzionale, rifondativo degli attuali equilibri europei. Su questa strada in un “organico” – si può ben dire – rapporto tra dottrina ed azione politica, tra visione d’assieme e contingenze politiche, si muove l’intervento di <strong>Giuseppe Scalici</strong> focalizzato sul concetto di Stato (sulla sua declinazione storica e concettuale). Fino a definire una “vera libertà”, intesa non «quale esaltazione della parte deteriore dell’essere umano. Ma nella piena consapevolezza di operare in sinergia, secondo competenze di attitudini diverse, nel nome di una rinnovata Comunità, vista come un grande organismo, in cui tutte le parti si trovano in rapporto di azione reciproca».</p>
<h2>Una nuova Comunità contro la dispersione atomistica</h2>
<p>La prospettiva è di superare la dispersione atomistica, tipica del sistema rappresentativo corrente, ritrovando il senso (e la prassi) di un’attiva partecipazione alla cosa pubblica. Posto da <strong>Francesco Perizzolo</strong> (<em>Status, Stato Contrattuale, Stato Organico</em>) il tema generale dello Stato, della sua genesi, anche alla luce del Diritto Romano che ha unificato i popoli d’Europa, del suo significato nelle diverse epoche storiche, facendo riferimento a teorici, filosofi, dottrinari, che hanno affrontato il problema.</p>
<p>Sia in età antica (<strong>Platone</strong>, <strong>Aristotele</strong> etc.). Sia in età moderna (<strong>Machiavelli</strong>, <strong>Guicciardini</strong>, <strong>Tocqueville</strong>). Come in epoche più vicine alla nostra (<strong>M. Weber</strong>, <strong>Michels</strong>, <strong>Pareto</strong>, <strong>Tönnies</strong>), con gli interventi di <strong>Francesco Guarente</strong>, <strong>Ettore Rivabella</strong>, <strong>Francesco Boco</strong>, <strong>Marco Massarini</strong> e di <strong>Gian Piero Joime</strong>, il tema dello Stato organico viene declinato in ambito sociale. Con particolare attenzione al <strong>lavoro</strong>. Al tema della <strong>partecipazione</strong>. Ai più recenti sviluppi tecnologici del mondo produttivo.</p>
<h2>La Comunità come grande organismo</h2>
<p>Come bene puntualizzano in apertura del loro intervento, per Guarente e Rivabella, in un’ottica organicistica e partecipativa, il lavoro non deve essere visto “solo come attività economica, ma come funzione sociale”. In questa prospettiva l’impresa diventa una “comunità” di persone con funzioni diverse, in cui vengono coinvolti lavoratori, tecnici, azionisti e territorio.</p>
<h2>Il lavoro come funzione sociale: la lezione di Olivetti</h2>
<p>Il richiamo è all’esperienza e alla “visione” di <strong>Adriano Olivetti</strong>. Al “corporativismo democratico” e al “tecnocomunitarismo” aventi come fine ultimo il tentativo di coordinare le diverse funzioni della società, senza ridurre tutto al mercato o allo Stato. Ad “incalzare” su questa strada, il pensiero organicistico. I teorici del comunitarismo politico (<strong>Alasdair MacIntyre</strong>, <strong>Michael Sandel</strong>, <strong>Charles Taylor</strong>). E il progetto distribuzionista di <strong>G.K Chesterton</strong> e <strong>Hilaire Belloc</strong>), ma anche la “quarta teoria politica” di <strong>Alexander Dugin</strong>. La proposta “organico-dinamica” di <strong>Tommaso Demaria</strong>. L’esperienza del Sindacalismo Nazionale (ieri <em>Cisnal</em>, oggi <em>Ugl</em>), da sempre impegnato a realizzare il dettato costituzionale (art.46) in tema di partecipazione.</p>
<h2>Nuova linfa alla nazione</h2>
<p>Questione oggi formalizzata, con la legge del 15 maggio 2025, che sancisce – seppure in forma non obbligatoria – un primo orientativo partecipativo, base di partenza – scrivono in chiusura del loro intervento Guarente e Rivabella – «affinché una nuova “aristocrazia del lavoro” possa portare nuova linfa alla Nazione».<br />
Particolarmente oggi, in una stagione segnata da profonde trasformazioni tecnologiche e geopolitiche. In questo ambito essenziale è la “direzione” in cui ci vuole muovere.<br />
A delineare – su questa linea – più di un’ipotesi di lavoro si muovono gli interventi di <strong>Francesco Boco</strong> (<em>Economia e tecnoscienza. Tecnica e partecipazione</em>, finalizzato a fissare il ruolo dello Stato in un sistema multidisciplinare, partecipativo ed interconnesso). <strong>Marco Massarini</strong> (sui<em> Fondamenti di un’economia sovrana: moneta sana, disciplina di mercato e indipendenza per la Nuova Europa</em>, la quale sappia guardare all’economia come «specchio della volontà di durare nei secoli»).</p>
<h2>Contro ogni particolarismo</h2>
<p>E ancora: <strong>Ferdinando Viola</strong> e <strong>Sergio Filacchioni</strong> (<em>Per una scuola identitaria e organicamente strutturata</em>, che sappia affrontare la sfida per una scuola integrata a livello europeo. in grado di rispondere alle sue attuali carenze strutturali e materiali, realizzi la complementarietà tra la figura del genitore e quella del docente, promuova il principio dell’universalità culturale europea). <strong>Matteo Cantù</strong> (<em>La Tradizione del Diritto e le Sfide della Modernità</em>, con una particolare attenzione alle criticità del nostro sistema giudiziario). <strong>Gian Piero Joime</strong> (<em>Riflessioni per l’integrazione energetica europea</em>, con una particolare attenzione al rilancio del nucleare nel nostro Paese, per il quale «servono regole comuni, finanziamenti e una strategia industriale condivisa e non ideologica»).</p>
<p>A sintesi dell’ampia riflessione l’intervento conclusivo di <strong>Marco Scatarzi</strong> (“Il futuro è nelle fondamenta”) che bene fissa le priorità, le “linee di vetta” si può ben dire, di un approccio non “rievocativo” dello Stato organico. Al contrario – nota Scatarzi – «questo libro rappresenta un gesto di rottura e un atto di coerenza», laddove «esorta alla riflessione critica e incrina i dogmi dell’aporia liberale. Un atto di chiarezza perché pone nuovamente <a href="https://www.secoloditalia.it/2025/06/la-vera-sfida-per-leuropa-quali-sono-le-idee-fondanti-per-un-vero-processo-ricostruttivo/" target="_blank" rel="noopener">un orizzonte dottrinario al centro del discorso</a>» e lo fa – aggiungiamo noi – declinando su più piani il concetto di Stato organico.</p>
<h2>Un atto di speranza, un impegno per lo sviluppo</h2>
<p>Con ciò riportando in primo piano la Politica, intesa come l’atto attraverso il quale lo Stato prende coscienza di sé, uscendo fuori da una dimensione meramente amministrativa, ripensando la propria essenza spirituale e non limitandosi a seguire il mondo, quanto piuttosto sperimentando la possibilità di dargli forma. Un atto di speranza ed un impegno non banale sui tortuosi percorsi dell’alternativa spirituale, dello sviluppo e della sovranità. Da approfondire. Contro ogni particolarismo.</p>
<p><em><strong>Mario Bozzi Sentieri</strong></em></p>
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		<title>Boni Castellane: “La remigrazione non è uno slogan, ma una categoria politica della sopravvivenza”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Jun 2026 05:05:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/06/19/boni-castellane-la-remigrazione-non-e-uno-slogan-ma-una-categoria-politica-della-sopravvivenza/">Boni Castellane: “La remigrazione non è uno slogan, ma una categoria politica della sopravvivenza”</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/remigrazione-intervista-boni-castellane-sopravvivenza-327328/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/remigrazione-intervista-boni-castellane-sopravvivenza-327328/</a></p>
<p style="text-align: justify;">Penna de <em>La Verità</em>, autore, saggista, giornalista, filosofo, aforista e polemista è lunga la lista di aggettivi che possiamo attribuire a <strong>Boni Castellane</strong>. Tra le varie sfaccettature del suo lavoro intellettuale, ora, si è affacciata la battaglia sul tema della remigrazione. All’indomani della manifestazione romana del Comitato Remigrazione e Riconquista, che ha portato in piazza oltre 10mila persone tutte (o quasi) con un tricolore, lo abbiamo intervistato per riflettere sulla parola politica del momento, o meglio su una visione che tiene sveglia tutta l’Europa. Chi la avversa e chi la brandisce, ma soprattutto ci interessano quali sono l<a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/" type="link">e regioni di uno scontro epocale che risponde al richiamo dell’identità</a>. In tal senso, per ragionare con Boni Castellane sul tema, abbiamo attraversato gli argomenti del saggio che ha scritto nel libro collettaneo (assieme ad autori come Jean-Yves Le Gallou, il nostro direttore Adriano Scianca, Progetto Razzia e tanti altri)<em> Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista</em>. Le parole, quindi, sono importanti e per questo ci immergiamo in esse.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Negli ultimi anni il termine remigrazione è passato da concetto marginale a tema di dibattito pubblico europeo. Quali fattori hanno reso possibile questo cambiamento e perché ritiene che oggi sia diventato impossibile ignorarlo?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Negli ultimi anni il termine remigrazione è emerso dal margine al centro del dibattito pubblico europeo perché la realtà ha finito per smentire, con una forza matematica e visibile, le narrazioni che per decenni avevano presentato le migrazioni di massa come fenomeni naturali, inevitabili o addirittura benefici. I flussi senza precedenti, le trasformazioni demografiche accelerate nelle grandi città, il collasso della coesione sociale in interi quartieri, l’impossibilità matematica dell’alternanza politica in diversi contesti metropolitani e la dipendenza strutturale della sinistra globalista da un bacino elettorale sostitutivo hanno reso evidente ciò che ho definito «strategia del cuculo»: un processo indotto, non spontaneo, finalizzato alla dissoluzione dell’ethnos europeo e alla costruzione di una società post-nazionale di consumatori atomizzati.  La rielezione di Donald Trump segna, a mio parere, la fine simbolica e pratica del globalismo mercantilista; da quel momento è tornato possibile affermare l’ovvio senza essere immediatamente espulsi dal discorso pubblico. La trasformazione della democrazia in dispositivo di dominio post-democratico – dove la maggioranza artificiale blocca ogni alternanza – non è più una profezia, ma un dato politico attuale.  Questo processo si manifesta in modo drammatico negli attuali fatti di Belfast. Il vedere riproposti i Troubles ma questa volta con l’alleanza di gruppi cattolici e protestanti si può spiegare soltanto considerando il fatto oggettivo della trasformazione dell’urbano in selvaggio: porzioni di città europee, risultato di oltre mille anni di civilizzazione, stanno regredendo a condizioni di conflitto etnico e tribale ad intensità costante. Le periferie delle città europee si stanno trasformando in spazi dove la legge del più forte e l’appartenenza di gruppo prevalgono sul diritto comune, segnando un regresso storico senza precedenti negli ultimi mille anni. La strategia del cuculo produce esattamente questo: non semplice «tensione sociale», ma la dissoluzione della forma urbana civilizzata stessa”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Nel volume <em>Remigrazione. Il percorso verso la riconquista</em> il tema dell’immigrazione viene collegato a questioni come natalità, identità, sovranità e coesione sociale. Perché, a suo avviso, questi aspetti non possono essere affrontati separatamente?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Natalità, identità, sovranità e coesione sociale non possono essere trattati come ambiti separati perché costituiscono un unico tessuto ontologico. L’immigrazione di massa, lungi dall’essere un fenomeno neutro, dissolve l’ethnos – sangue, lingua, cultura e terra – che è il fondamento storico della Nazione come «comunità di destino». Quando questo fondamento viene eroso, la natalità autoctona crolla non solo per ragioni economiche, ma perché viene meno il senso di continuità temporale e di fedeltà generazionale. La sovranità, intesa con Schmitt come «decisione sull’eccezione» e come nomos della terra, viene neutralizzata proprio da quei flussi che trasformano il demos in aggregato di individui intercambiabili.  La coesione sociale, infine, non è un semplice problema di «integrazione», ma la condizione stessa dell’esistenza autentica di un popolo. Separare questi aspetti significa ricadere nella logica illuminista e globalista che riduce tutto a contratto o a flusso economico, negando la dimensione spirituale e storica del Volksgeist di cui parlava Herder per giungere a quella «perdita della Patria» heideggeriana che si manifesta simultaneamente sul piano demografico, identitario, sovrano e sociale”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Una delle critiche più frequenti rivolte alla remigrazione è quella di essere uno slogan provocatorio più che una proposta politica concreta. Quali sono, invece, gli strumenti e le politiche che possono trasformarla in un progetto praticabile?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La remigrazione non è uno slogan, ma una categoria politica della sopravvivenza che si declina in una pluralità di strumenti e strategie attuative. Il suo carattere praticabile deriva innanzitutto dal riconoscimento che non esiste un «diritto cosmopolitico a migrare», mentre esiste un dovere di fedeltà alla Patria.  Concretamente, a mio parere le linee guida principali possono essere le seguenti:  accordi bilaterali di rimpatrio e incentivazione al ritorno volontario, soprattutto per coloro che non hanno conseguito un’effettiva integrazione; rimozione progressiva degli incentivi assistenziali che trasformano l’immigrazione in «materiale da assistere» necessario al mantenimento del Parastato gramsciano e ridefinizione rigorosa del diritto di cittadinanza, sottratta alla logica del contratto per ricondurla alla fedeltà gerarchica alla Tradizione incarnata nella Nazione. La remigrazione, in questa prospettiva, non è crudeltà né rivincita, ma atto riparatorio e restaurativo di un equilibrio vitale. È l’inversione del «processo di allagamento» di cui ho parlato nel mio saggio”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il libro riunisce autori provenienti da esperienze e percorsi diversi, ma accomunati da una medesima preoccupazione per il futuro dell’Europa. Quale contributo specifico ha voluto portare all’interno di questa opera collettiva e quale messaggio ritiene emerga con maggiore forza dal volume?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“Il percorso verso la riconquista è l’analisi della «strategia del cuculo» come dispositivo geopolitico ed economico di dissoluzione dell’ethnos europeo. Ho cercato di mostrare come l’immigrazione di massa non sia né naturale né neutra, ma il risultato di una convergenza tra dinamiche del Capitale (esercito industriale di riserva per la deflazione salariale) e progetto politico della sinistra globalista, che necessita di un flusso continuo di «materiale da assistere» per mantenere il controllo sui servizi sociali e sui nuovi assetti post-democratici. In questa cornice assume particolare rilievo, a mio parere, prendere coscienza dell’esistenza del Parastato gramsciano: la struttura parallela di potere che, attraverso l’egemonia culturale e istituzionale gramsciana, si è insediata nelle reti dei servizi sociali, nella burocrazia assistenziale, nelle organizzazioni non governative e negli apparati di gestione del consenso. Questo Parastato non si limita a erogare servizi, ma li trasforma in strumenti di riproduzione del proprio dominio, legando le masse immigrate a una condizione di dipendenza circolare e creando un clientelato strutturale che sopravvive anche a eventuali mutamenti elettorali. La mia analisi evidenzia come tale Parastato gramsciano renda la remigrazione non solo una risposta politica, ma l’unico atto capace di smantellare questa architettura parallela di potere. Il messaggio che, a mio avviso, emerge con maggiore forza dal volume è che la remigrazione non è una tecnica da contrapporre a un’altra tecnica, ma l’incarnazione filosofica di una politica dell’essere. È il rifiuto dell’«empatia suicida» e della neutralizzazione schmittiana del politico, è il ritorno all’ordo amoris che pone l’amore preferenziale per il vicino al di sopra dell’universalismo astratto”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Se dovesse indicare ai lettori la questione fondamentale che il dibattito sulla remigrazione pone all’Europa contemporanea, quale sarebbe? E quale ruolo possono avere cultura e metapolitica nel preparare le risposte politiche di domani?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">“La questione fondamentale che il dibattito sulla remigrazione pone all’Europa contemporanea è se un popolo abbia ancora il diritto – e il dovere – alla propria continuità temporale, analogamente alla memoria individuale. Senza questa continuità, l’esistenza si dissolve e con essa svanisce anche il soggetto politico. Cultura e metapolitica hanno un ruolo decisivo nel preparare le risposte politiche di domani. Esse sole possono «infilare il cuneo dell’insostituibile nella società dell’intercambiabile», per usare le parole di Régis Debray. Solo attraverso un lavoro rigoroso di chiarificazione concettuale – che riprenda e attualizzi Schmitt, Heidegger, Evola, Baudrillard tra gli altri – è possibile restituire al discorso pubblico la distinzione amico-nemico, il senso del nomos della terra e l’idea che la Nazione non è una costruzione amministrativa, ma una comunità spirituale. La metapolitica non sostituisce la politica, ma la rende possibile, risvegliando la capacità di affermare che i confini esistono e sono sacri. Senza questo lavoro preliminare, ogni proposta tecnica resterà fragile e reversibile. Con esso, la remigrazione può diventare ciò che già è nel profondo: l’atto attraverso il quale un popolo sceglie di non scomparire”.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Giorgio Palma</em></strong></p>
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		<title>I popoli fanno la storia: da Belfast e Roma, una scintilla per l’Europa</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/06/16/i-popoli-fanno-la-storia-da-belfast-e-roma-una-scintilla-per-leuropa/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 Jun 2026 04:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/ L’8 giugno il rifugiato sudanese Hadi Alodid ha brutalmente aggredito il tecnico radiologo Stephen Ogilvie a Belfast, capitale dell’Irlanda del Nord. La vittima si trova ora in coma e ha riportato numerose ferite al volto, al collo e alla schiena, perdendo l’occhio sinistro, in quello che appare come un vero tentativo di decapitazione in strada. Sono immediatamente [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/06/16/i-popoli-fanno-la-storia-da-belfast-e-roma-una-scintilla-per-leuropa/">I popoli fanno la storia: da Belfast e Roma, una scintilla per l’Europa</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/">https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/roma-belfast-europa-riconquista-remigrazione-327271/</a></p>
<p>L’8 giugno il rifugiato sudanese Hadi Alodid ha brutalmente aggredito il tecnico radiologo Stephen Ogilvie a <strong>Belfast</strong>, capitale dell’Irlanda del Nord. La vittima si trova ora in coma e ha riportato numerose ferite al volto, al collo e alla schiena, perdendo l’occhio sinistro, in quello che appare come un vero tentativo di decapitazione in strada. Sono immediatamente esplose dure proteste anti-immigrati, veicoli, case e negozi di immigrati sono stati dati alle fiamme. A nulla sono valsi gli appelli alla calma del premier Starmer e di altre autorità.</p>
<p class="s3"><strong>Questo terribile episodio è l’ultimo di una lunga serie che in tutta Europa vede come vittime designate i cittadini europei</strong>. Le motivazioni di questi atti possono essere le più disparate, ma al fondo è possibile individuare un odio per l’uomo europeo e per tutto ciò che rappresenta. Anni passati a costruire una narrazione che colpevolizza i bianchi per tutti i mali del mondo, e che per questo pretende che si svuotino di ogni tratto identitario forte, ha creato il clima culturale adatto affinchè questi episodi trovino un qualche tipo di giustificazione. Gli africani devono essere orgogliosi di se stessi, gli asiatici pure, gli europei non possono invece difendere la propria storia e la propria cultura senza incorrere in preventive accuse di razzismo e prevaricazione.</p>
<p class="s3">È del tutto evidente che un martellamento del genere, volto a colpevolizzare una sola fetta di popolazione per una sorta di “passato che non passa”, sta producendo forme di rigetto sempre più decise ed esplicite. Tanto più che l’uomo bianco, messo lui solo sul banco degli imputati, rischia spesso e volentieri violenze gratuite. Negli ultimi anni sono comparsi movimenti politici che si oppongono all’immigrazione incontrollata e che chiedono, in varia misura, una riaffermazione dell’identità culturale della propria nazione. <strong>Una richiesta che sta aumentando di intensità, e che, per ora, almeno in Europa occidentale, non sembra aver trovato risposta soddisfacente</strong>. Eppure la storia è ormai in movimento e le motivazioni della vita sembrano avanzare con crescente insistenza le loro ragioni.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Da Belfast a Roma: i popoli fanno la storia</h2>
<p class="s5">Nella sua risposta a <strong>Ernst Jünger</strong> contenuta nel volume <em>Il nodo di Gordio</em>, il giurista <strong>Carl Schmitt</strong> ricorda che la storia non si ripete, gli eventi sono sempre singoli, collocati in un momento preciso, ma, come per lo storico Arnold Toynbee, si articolano sempre sul binomio challenge-response, sfida-risposta, e dunque, in altro contesto, Schmitt diceva: «dobbiamo cercare quindi la domanda storica peculiare, la grande sfida, e la concreta risposta». Ciò sta a indicare che ogni tornante storico decisivo è attraversato almeno da una grande domanda, da una grande tendenza, che deve essere compresa in tutta la sua portata.  Ebbene, è almeno dalla comparsa del “momento” populista che i popoli, massificati e atomizzati finchè si vuole, cercano di tornare sulla scena. <strong>E non sono mai i singoli a fare la storia, a decidere del futuro, sono i popoli, i quali si fanno portatori di correnti profonde, anche difficili da capire.</strong> L’individuo, l’uomo d’eccezione, il capo carismatico – o anche l’élite – emerge quando ha la capacità di raccogliere le grandi questioni, di fare sintesi, e di coagulare attorno alla sua azione un ampio consenso.</p>
<p class="s5">La sinistra progressita, che si dice sempre dalla parte delle fasce più deboli e che dovrebbe essere la voce del popolo, fatica a comprendere le dinamiche attuali. Anzi, se è spesso pronta a giustificare con tutti i distinguo del caso proteste violente, aggressioni e crimini commessi da immigrati e nuovi europei di seconda e terza generazione, è altrettanto rapida a voltare le spalle alle richieste di quegli europei che vogliono che l’immigrazione incontrollata finisca, che le città tornino vivibili e che in generale si torni ad avere una cultura omogenea e condivisa. Questo popolo, confuso e arrabbiato, deve per forza di cose rivolgersi altrove, perché le istanze popolari, la voce degli autoctoni, non trova risposte.</p>
<h2 class="wp-block-heading">In Europa si agita una rabbia inascoltata</h2>
<p class="s5"><strong>La rabbia resta inascoltata</strong>. Alcuni movimenti politici sembrano porsi all’ascolto, ma all’atto pratico, almeno in Europa occidentale, le misure poste in essere sono insoddisfacenti, la volontà politica debole. Questo grumo oscuro che agita la storia sta facendo irruzione nell’unico modo in cui può farlo, dal momento che non viene compreso e incanalato positivamente dalla politica e dalla società. Belfast è una scintilla. <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/lerosimo-nel-cuore-della-modernita-le-riflessioni-sulla-violenza-di-sorel-292309/">La rivolta violenta chiama alla mente quel moto che fa la storia, che la tiene viva e costringe i cambiamenti bruschi, le fratture nel tempo storico</a>. Così scriveva <strong>Georges Sorel</strong> nelle <em>Riflessioni sulla violenza:</em> « Ogni uomo o potenza la cui azione consiste unicamente nel cedere non può che finire per ritirarsi nell’esistenza. Chi vive, resiste; chi non resiste, si lascia fare a pezzi».  La protesta pacifica ma decisa, con chiari obiettivi politici, è sempre da preferire alla violenza fine a se stessa. In questi giorni a Belfast la rabbia popolare si è sfogata in modo anche indiscriminato e controproducente. Tuttavia, volendo fare i distinguo che anche la sinistra fa in casi analoghi, si può ben dire che un’auto incendiata o una casa devastata non hanno la stessa gravità di un omicidio, di un tentato omicidio o di un atto terroristico in una via cittadina. Inoltre, si potrebbe arrivare a sostenere che danneggiare strutture legate al business dell’accoglienza significhi creare un danno a quel lucroso sistema.</p>
<p class="s5">Se la rabbia va sempre ascoltata e capita – come dicono i progressisti -, allora bisogna farlo anche in questi casi, uscendo dalla zona di comfort e guardando la realtà del problema: la situazione è esplosiva e le città stanno diventando invivibili, le culle si stanno svuotando, il destino dei popoli europei è in bilico. In questi casi – e saranno sempre più frequenti – l’unico approccio possibile, è quello di chi osserva gli eventi e attende il momento per guidarli in modo operativo, creativo, attivo. Perchè oramai il flusso non può e non deve essere arrestato. Non serviranno appelli contro le rappresaglie, non bisognerà invocare la calma. <strong>Bisognerà lasciare che le cose facciano il loro corso, che i popoli d’Europa trovino la loro espressione storica spontanea</strong>. Bisognerà capire quale sia la <em>challenge</em> di oggi e di domani.</p>
<h2 class="wp-block-heading">La sinistra ha trovato la sua nuova parola d’ordine: Tecnofascismo</h2>
<p class="s5">Studiosi e giornalisti stanno cercando di definire la tendenza storica che si sta manifestando. Uno dei termini più suggestivi è quello di tecnofascismo, che allude all’alleanza dei magnati della tecnologia con istanze anti-immigratorie, etnocentriche a favore dei bianchi.<a href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/tecnodestra-tecnica-futuro-tecnologia-accelerazione-progresso-325767/"> In realtà, come emerge da più parti, la parola tecnofascismo è imprecisa e viene usata in mancanza di un termine migliore e più attinente alla cosa che vuole descrivere</a>. Ma gli eventi sono ancora in evoluzione e non è del tutto chiaro dove si andrà a parare. La democrazia rappresentativa sembra sempre più in crisi, il patriottismo costituzionale che doveva fornire un collante alla società non sta funzionando come previsto, il sommarsi di crisi economiche, sociali, energetiche sta erodendo il tenore di vita delle classi medie.</p>
<p class="s5">In questo clima, acquistano credibilità posizioni politiche autoritarie e programmi politici che, almeno a parole, si propongono di rovesciare lo status quo. Infatti, ciò che inquieta gli osservatori è il ritorno sulla scena di istanze identitarie da parte dei cittadini occidentali ed europei. <strong>Perché finchè sono gli africani o gli asiatici a rivendicare con orgoglio la propria identità, va tutto bene, quando lo fanno gli europei bianchi, no</strong>. E allora si torna a parlare di nazionalismo, di razzismo e xenofobia. Ma sempre a senso unico, perché non si vuole vedere il razzismo anti-europeo che serpeggia e non si limita all’uso delle parole.</p>
<p class="s5">In questo senso, anche l’uso della categoria fascismo sembra davvero impreciso. In primo luogo bisognerebbe definire chiaramente cosa s’intende per fascismo, e se si pensa di includere Trump, Putin e Netanyahu all’interno di questo concetto, si stanno automaticamente escludendo le esperienze storiche degli anni ’30 del secolo scorso. Se invece ci si riferisce, fissandone i caratteri, al fascismo italiano guidato da Benito Mussolini, allora si fatica a farne, in tutta onestà intellettuale, un movimento centrato sulla questione della razza. Questo è diventato un tema nel <strong>1938</strong>, ma non era comunque un tema qualificante del fascismo in sé.</p>
<p class="s5">Se da un lato dunque si fa riscorso alla categoria di tecnofascismo in mancanza di termini migliori, dall’altro è evidente che la parola non ha una funzione puramente descrittiva, ma ha scopo critico e demonizzante. <strong>Tanto più che se si intravede come challenge futura l’avanzata del binomio tecnica e razza, bisogna anche ammettere che storicamente il fascismo, nelle sue varie declinazioni, è stato uno dei modi attraverso cui si è governato il tema della razza</strong>. Diversi sistemi comunisti furono accesamente nazionalisti e talvolta fecero perno su razza ed etnia per cementare la società. Ma anche monarchia e democrazia hanno conosciuto nel corso del tempo politiche razziali. Basti pensare che <strong>Joseph Arthur de Gobineau</strong>, autore del celebre <em>Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane</em>, era diplomatico e fu ambasciatore in vari paesi. Se questo è vero, è chiaro che l’uso del termine fascismo oggi è malizioso e fuorviante. Tanto più che, qualora si desse una chiara e onesta definizione di fascismo, il suffisso “tecno” risulterebbe superfluo e tautologico.</p>
<h2 class="wp-block-heading">Il capitalismo è nemico dell’identità</h2>
<p class="s5">Se allora una nuova sfida storica si annuncia nel ritorno in forza delle identità popolari, con tutto un carico di rabbia pronta a detonare, è urgente uscire dalle strettoie degli schemi mentali e sforzarsi di comprendere gli eventi e il loro possibile sviluppo. La sinistra progressista è oggi in difficoltà perché non riesce più a capire una realtà che non risponde ai parametri del politicamente corretto, dell’accoglienza indiscriminata e della incultura woke. <strong>Un conto sono utopie e teorie, un altro sono i fatti concreti</strong>. E ciò che si vede sono frustrazione, paura, orgoglio, rabbia, mescolati in una miscela che se non verrà rapidamente presa sul serio, ascoltata e compresa, produrrà esiti devastanti, destinati a segnare nel profondo la società europea.</p>
<p class="s5">I popoli ancora pronti a ribellarsi e a lottare sono popoli vivi, che non hanno ancora esaurito le energie vitali, nonostante tutto. Queste energie rischiano però di essere deviate, distorte e pilotate. La questione identitaria, che sta provocando un terremoto nelle agende politiche occidentali, non può limitare la propria battaglia solo all’immigrazione in sé, ma deve avere piena coscienza delal vasta portata di problemi connessi all’immigrazione incontrollata. <strong>Alain de Benoist</strong> diceva giustamente che non si può essere contro l’immigrazione e a favore dell’economia di mercato (e non si può essere contro il capitalismo e a favore dell’immigrazione), perché il capitalismo è il motore economico dei flussi migratori, che ha sfruttato fino a oggi per aprire nuovi mercati e assoldare manodopera a basso costo. Le due battaglie vanno di pari passo. <strong>L’autentica visione identitaria deve dunque essere necessariamente anti-capitalista, cioè contraria al dominio dell’economia sulla politica, al prevalere del profitto su ogni altro principio etico e alla concezione sradicata, universalista, livellante della vita.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading">Remigrazione, riconquista, rivoluzione</h2>
<p class="s5">Come risulta ormai chiaro, la storia non si ferma alle teorie, non sottostà a schemi mentali e non si lascia incasellare in rigidi sistemi filosofici. Persino Lenin dovette adattare la teoria marxista alla realtà storica della Russia del tempo. Per capire davvero la fase di transizione attuale e il cambio di paradigma potenziale bisogna in primo luogo affrontare gli eventi con sguardo freddo e mente pragmatica, nessuna rigidità, nessuno schema del passato.  Il libro collettivo <em>Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista</em>, <a href="https://remigrazione.org/prodotto/remigrazione-il-percorso-verso-la-riconquista/">uscito recentemente per <strong>Altaforte edizioni</strong></a>, è l’ultimo di una nutrita serie di testi che studiano una strategia praticabile per invertire la tendenza alla distruzione dell’identità europea. È un primo importante passo verso una presa di coscienza continentale, verso quella che potrebbe essere una vera Rivoluzione europea.</p>
<p class="s5">Perché l’Europa si comprenda come civiltà e scopra il ruolo di potenza equilibratrice auspicato da Carl Schmitt, è necessario che gli eventi maturino, che le cose facciano il loro corso, anche doloroso e difficile, perché i popoli addormentati trovino le risposte, si diano delle avanguardie, riaccendano il coraggio. <strong>Allora si potrà fare largo un progetto politico reale, concreto, che oggi non ha nome e che non potrà avere i caratteri del passato</strong>. Le nuove sintesi si agitano nelle strade e nelle piazze, sta ai buoni europei smetterla con le rigidità teoriche. L’Europa è nel pericolo, ma solo il pericolo è fecondo.</p>
<p><strong><em>Francesco Boco</em></strong></p>
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		<title>Remigrazione e Riconquista</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Jun 2026 02:55:11 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Remigrazione e Riconquista, il corteo del 13 giugno a Roma partirà da piazza della Libertà: “Manifestazione popolare e trasversale, unica bandiera il tricolore” Roma, 8 giugno – “Il corteo per la remigrazione partirà da piazza della Libertà”. Lo annuncia in una nota il comitato Remigrazione e Riconquista, dando appuntamento a sabato 13 giugno alle ore [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>Remigrazione e Riconquista, il corteo del 13 giugno a Roma partirà da piazza della Libertà: “Manifestazione popolare e trasversale, unica bandiera il tricolore”</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Roma, 8 giugno – “Il corteo per la remigrazione partirà da piazza della Libertà”. Lo annuncia in una nota il comitato Remigrazione e Riconquista, dando appuntamento a sabato 13 giugno alle ore 15.</p>
<p style="text-align: justify;">“La manifestazione nasce per conferire il massimo slancio istituzionale a una proposta di legge di iniziativa popolare che ha già ampiamente superato, triplicandole, le firme necessarie per il deposito in Parlamento. Il consenso popolare è ormai un dato di fatto; ora deve tradursi in legge. Rivolgiamo un appello a tutti gli italiani che rifiutano la rassegnazione e desiderano restituire dignità alla Nazione. Il nostro invito supera ogni divisione ed è esteso a realtà sociali, associazioni, movimenti, partiti, parlamentari e amministratori locali che intendono battersi concretamente per porre un argine definitivo all’immigrazione incontrollata. Sarà un evento trasversale e l’unica bandiera ammessa sarà il Tricolore”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Nonostante le contro-manifestazioni organizzate dai centri sociali e sostenute dalla sinistra istituzionale – che mirano a scoraggiare la partecipazione, cercando di creare un clima di tensione – invitiamo tutti a unirsi a noi, portando un tricolore, e a raggiungere piazza della Libertà con le proprie famiglie. Sarà una piazza storica, serena e determinata. Nelle settimane successive al corteo depositeremo le firme alla Camera dei Deputati, pretendendo che una proposta di legge forte di un simile record di adesioni venga discussa e votata nel più breve tempo possibile”.</p>
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		<title>13 giugno. Roma. REMIGRAZIONE!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 04:00:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Non è il momento di restare a guardare. Se credi che l&#8217;immigrazione di massa stia cambiando il volto dell&#8217;Italia, se pensi che il nostro popolo abbia il diritto di restare padrone della propria terra, allora è il momento di esserci. Porta un tricolore. 🇮🇹 Porta la tua voce. Porta la tua presenza. Ogni assenza è [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignnone size-full wp-image-31698" src="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/06/photo_2026-06-05_13-27-54.jpg" alt="" width="1024" height="1280" srcset="https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/06/photo_2026-06-05_13-27-54.jpg 1024w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/06/photo_2026-06-05_13-27-54-240x300.jpg 240w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/06/photo_2026-06-05_13-27-54-819x1024.jpg 819w, https://www.kulturaeuropa.eu/wp-content/uploads/2026/06/photo_2026-06-05_13-27-54-768x960.jpg 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p><strong>Non è il momento di restare a guardare.</strong><br />
<strong>Se credi che l&#8217;immigrazione di massa stia cambiando il volto dell&#8217;Italia, se pensi che il nostro popolo abbia il diritto di restare padrone della propria terra, allora è il momento di esserci.</strong></p>
<p><strong>Porta un tricolore. 🇮🇹</strong><br />
<strong>Porta la tua voce. </strong><br />
<strong>Porta la tua presenza.</strong></p>
<p><strong>Ogni assenza è un favore a chi vuole il nostro silenzio.</strong></p>
<p><strong>📍 Roma</strong><br />
<strong>🗓️ 13 giugno – ore 15:00</strong></p>
<p><strong>Ci vediamo in piazza.</strong></p>
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		<title>Dopo il tecnofascismo, Babele: l’enciclica Magnifica Humanitas è una trappola affascinante</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 03:38:56 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte : https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/dopo-tecnofascismo-babele-enciclica-magnifica-humanitas-tecnologia-potenza-326980/ Dopo il tecnofascismo arriva Babele. La sequenza è quasi perfetta. Prima il progressismo secolare ha trovato la sua formula per esorcizzare tutto ciò che sfugge al linguaggio dei diritti universali, poi arriva la sponda religiosa, più sottile e forse più efficace: quella che non parla di tecnofascismo, ma di nuova Babele. Non accusa [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/06/02/dopo-il-tecnofascismo-babele-lenciclica-magnifica-humanitas-e-una-trappola-affascinante/">Dopo il tecnofascismo, Babele: l’enciclica Magnifica Humanitas è una trappola affascinante</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte : <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/dopo-tecnofascismo-babele-enciclica-magnifica-humanitas-tecnologia-potenza-326980/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/dopo-tecnofascismo-babele-enciclica-magnifica-humanitas-tecnologia-potenza-326980/</a></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo il tecnofascismo arriva Babele. La sequenza è quasi perfetta. <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/tecnodestra-tecnica-futuro-tecnologia-accelerazione-progresso-325767/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/tecnodestra-tecnica-futuro-tecnologia-accelerazione-progresso-325767/" type="link">Prima il progressismo secolare ha trovato la sua formula per esorcizzare tutto ciò che sfugge al linguaggio dei diritti universali</a>, poi arriva la sponda religiosa, più sottile e forse più efficace: quella che non parla di tecnofascismo, ma di nuova Babele. Non accusa frontalmente la tecnica di essere fascista, sia ben chiaro, ma la colloca dentro una scelta spirituale: o diventa strumento di fraternità, pace, custodia e bene comune, oppure si trasforma in <em>hybris</em>, dominio, efficienza disumana, torre destinata a crollare.<br />
È questo il punto decisivo della prima enciclica del <strong>Santo Padre Leone XIV</strong> <em>Magnifica Humanitas</em>.<a id="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html" href="https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html" type="link"> Sarebbe sbagliato liquidarla come un testo semplicemente anti-tecnologico</a>. L’enciclica è più accorta: riconosce che la tecnica non è in sé nemica dell’uomo, la definisce un fatto profondamente umano, legato all’autonomia e alla libertà; ammette che lo sviluppo tecnologico ha migliorato le condizioni di vita dell’umanità; afferma persino che le scoperte scientifiche sono un talento da far fruttare. <strong>Dunque no: <em>Magnifica</em> <em>Humanitas</em> non dice “fermate la tecnica”</strong>. Fa qualcosa di più profondo. La accetta, ma solo dopo averla sottratta alla categoria della potenza.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’enciclica Magnifica Humanitas contro la nuova Babele</h2>
<p style="text-align: justify;">La tecnica va bene se cura, connette, educa, protegge, include, alfabetizza, riduce il danno, custodisce la Casa comune e si lascia governare da criteri morali di giustizia, fraternità e pace. Diventa invece Babele quando costruisce verticalità, sovranità, accelerazione, autonomia strategica, deterrenza, superiorità industriale, comando. Tutto sommato è questa la morale della favola della lunga enciclica pubblicata dalla Santa Sede il <strong>15 maggio 2026</strong>. A prima vista, l’enciclica non vuole condannare la tecnologia <em>tout-court</em>, ma è sulla <em>“custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”</em>. Eppure, la struttura simbolica usata nell’apertura è netta: <em>“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme”</em>. Il richiamo a questa scelta epocale suona molto come un ammonimento. Da una parte Babele, opera umana grandiosa condannata dall’ira di Dio. Dall’altra Gerusalemme, città ricostruita nella comunione con Dio. La scelta, quindi, non viene posta tra arretratezza e sviluppo, né tra dipendenza e sovranità: viene posta tra orgoglio e sottomissione, tra città degli uomini e regno di Dio.<br />
Qui sta il cuore di tutta l’operazione. <strong>La questione tecnica viene tradotta in questione morale</strong>. La domanda smette di essere: quale civiltà controllerà l’intelligenza artificiale? Chi possiederà i data center, produrrà i chip, garantirà autonomia strategica al proprio spazio politico? E diventa: questa tecnologia custodisce la dignità? Include i fragili? Serve la pace? Sono domande legittime. Ma nel momento in cui l’Europa è già in ritardo, già dipendente, già incapace di pensarsi come potenza, rischiano di diventare l’ennesimo freno.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">L’Italia e l’Europa non hanno bisogno di altre prediche</h2>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il problema europeo – come abbiamo detto altre volte – non è l’eccesso di tecnica, ma la mancanza di una politica sovrana.</strong> Non abbiamo troppi data center, ne abbiamo pochi. Non abbiamo troppa industria militare, ne abbiamo troppo poca e troppo frammentata. Non abbiamo troppa energia, ne importiamo a caro prezzo. Non abbiamo troppo nucleare, lo abbiamo demonizzato per decenni. Eppure nel lessico di <em>Magnifica Humanitas</em> il pericolo principale sembra essere sempre l’eccesso: di potere, di efficienza, di dominio, di forza. L’enciclica coglie un punto reale quando osserva che il potere tecnologico è oggi nelle mani di attori privati transnazionali spesso più forti di molti governi, e che la tecnica non è neutrale perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia e la usa. Benissimo. Ma da questa intuizione dovrebbe discendere una conclusione opposta: se la tecnica non è neutra, bisogna conquistarla. Se il potere tecnologico è privato e transnazionale, bisogna ricostruire sovranità pubblica, nazionale, continentale. <em>Magnifica Humanitas</em> sceglie invece un’altra via: il discernimento comunitario. Discernere, orientare, accompagnare, custodire. Ma nel secolo dell’intelligenza artificiale e della guerra ibrida, dire “discernimento” non è neutro: è già di per sè una scelta di campo.<br />
Soprattutto in Italia, dove questo discorso si innesta su una predisposizione culturale al No permanente. Il Ponte sullo Stretto diventa arroganza ingegneristica, non infrastruttura strategica. Il nucleare diventa minaccia, non autonomia energetica. Il riarmo diventa militarismo, non adeguamento minimo a un mondo in cui la guerra è tornata. Ogni progetto viene trascinato nel tribunale della fragilità: chi resta indietro? chi viene escluso? quale rischio? La prudenza diventa rinuncia, la valutazione d’impatto diventa sospensione permanente. <strong>L’Italia non ha bisogno di un supplemento di prediche contro Babele</strong>. Ha bisogno di cantieri, energia, industria, difesa, ingegneri, informatici, decisori capaci di guardare oltre il ciclo mediatico del giorno dopo.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">La grammatica religiosa si salda al pacifismo progressista</h2>
<p style="text-align: justify;">Infatti, la parte più esplicitamente politica dell’enciclica riguarda la guerra. Qui <em>Magnifica Humanitas</em> mette sotto accusa il riarmo, l’industria bellica, l’IA militare, la deterrenza, la logica amico-nemico, e riduce la teoria della guerra giusta a un diritto alla legittima difesa inteso nel senso più stretto. <strong>È il momento in cui la grammatica religiosa si salda al pacifismo progressista globale</strong>. Nessuno può negare che l’automazione della guerra ponga problemi reali. <a id="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/claude-veltroni-intervista-tecnica-potere-destino-325719/" href="https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/claude-veltroni-intervista-tecnica-potere-destino-325719/" type="link">Ma il mondo non diventa meno duro se decidiamo di parlarne con parole più miti</a>. Le potenze non smettono di armarsi perché rilanciamo dialogo e perdono. I droni non spariscono dal campo di battaglia perché ripetiamo che nessun algoritmo può rendere la guerra moralmente accettabile. <em>Magnifica Humanitas</em> parla come se il compito principale fosse impedire alla potenza di diventare dominio. Ma l’Europa si trova davanti anche al problema opposto: impedire alla propria impotenza di diventare destino. La Cina non rinuncerà all’intelligenza artificiale militare per rispetto della nostra inquietudine morale. Gli Stati Uniti non smetteranno di fondere Big Tech, difesa e industria strategica perché noi temiamo il castigo di Dio. La Russia non abbandonerà la guerra ibrida perché noi preferiamo la città fraterna di Neemia. Le potenze ragionano in termini di sopravvivenza, vantaggio, controllo. L’Europa, invece, rischia di ragionare in termini di colpa.<br />
Qui emerge la convergenza più profonda tra cristianesimo sociale, universalismo umanitario e progressismo regolatorio. Non si tratta di dire che siano identici, ma di vedere come, davanti all’accelerazione tecnologica, finiscano spesso per convergere nello stesso dispositivo: diffidenza e sospetto verso la forza, centralità degli ultimi come criterio di giudizio, primato del dialogo sul conflitto, della vulnerabilità sulla grandezza. È la forma contemporanea di ciò che Adriano Romualdi e Giorgio Locchi avrebbero ricondotto alla lunga durata dell’egualitarismo morale e della mentalità universalistica che rifiuta la dimensione tragica della politica. Il progressismo chiama “tecnofascismo” ogni energia vitale che non passa dal suo vocabolario di diritti e governance. L’enciclica chiama “Babele” ogni potenza tecnica che non si lasci subordinare al lessico di fraternità e bene comune. <strong>I registri sono diversi, la struttura è la stessa: neutralizzare la possibilità che la civiltà europea torni a pensarsi non solo come spazio da custodire, ma come forma da affermare.</strong></p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Alle città del deserto preferiamo Roma</h2>
<p style="text-align: justify;">C’è poi il passaggio su Tolkien. L’enciclica lo usa per evocare la responsabilità quotidiana, la cura del proprio campo contro le grandi maree del mondo. Tolkien viene richiamato però non per evocare guerra necessaria, giuramento, custodia armata del mondo, ma per addolcire la tecnica dentro un’etica del limite. Non Aragorn, non la spada riforgiata, non le mura da difendere: la piccola fedeltà quotidiana come grammatica anti-hybris. <strong>Un messaggio diretto a quella destra conservatrice che ama la terra ma diffida dell’acciaio, che parla di radici ma dimentica le infrastrutture.</strong> Una civiltà con anima e senza tecnica, però, diventa solo predica impotente. La vera alternativa quindi non è tra Babele e Gerusalemme. È tra chi costruisce il futuro e chi lo subisce; tra chi trasforma la tecnica in potenza formata e chi la riduce a oggetto di discernimento infinito; tra chi possiede infrastrutture, energia e capacità militare e chi possiede soltanto un vocabolario morale per commentare la propria dipendenza. Ma noi alle città del deserto preferiamo quelle dell’<em>homo europeaus</em>. Noi scegliamo Roma, la città che sorge come impresa umana e divina, il principio fondativo che separa un dentro e un fuori e rende abitabile uno spazio politico. Ma soprattutto, scegliamo una spiritualità che non chiede sottomissione ma elevazione.<br />
Una città senza mura, così come una Nazione senza confini, è solo un invito all’invasione. <strong>Il secolo che arriva non verrà deciso dai più capaci di discernimento comunitario.</strong> Verrà deciso da chi controllerà energia, tecnologia, industria, dati, spazio, IA e capacità militare. Se l’Europa affronterà questo passaggio con la sola teologia del limite, verrà governata da chi il limite lo stabilisce dopo aver conquistato i mezzi per imporlo. La tecnica senza anima è dominio. Ma l’anima senza tecnica è impotenza. E l’impotenza, nella storia, non ha mai salvato nessuna civiltà.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sergio Filacchioni</em></strong></p>
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		<title>Lo Stato organico europeo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 May 2026 02:58:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>AA.VV., Lo Stato organico europeo, Firenze, Passaggio al Bosco, 2026. Il Volume propone gli Atti dell’omonimo Convegno, organizzato dal Centro Studi KulturaEuropa a Roma, presso la Libreria Hora Felix, il 23 maggio 2026. Tale pubblicazione, curata dalle Edizioni Passaggio al Bosco, si colloca in una linea di continuità con tre volumi che raccolgono i contenuti [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/29/lo-stato-organico-europeo-2/">Lo Stato organico europeo</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong>AA.VV., Lo Stato organico europeo, Firenze, Passaggio al Bosco, 2026.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il Volume propone gli Atti dell’omonimo Convegno, organizzato<br />
dal Centro Studi KulturaEuropa a Roma, presso la Libreria Hora<br />
Felix, il 23 maggio 2026. Tale pubblicazione, curata dalle<br />
Edizioni Passaggio al Bosco, si colloca in una linea di continuità<br />
con tre volumi che raccolgono i contenuti di altre giornate di<br />
studio, poste in essere sempre da KulturaEuropa, e che hanno<br />
incontrato riscontri molto positivi da parte del pubblico, e non<br />
soltanto nella sua componente più vicina alla nostra Visione del<br />
Mondo. Si tratta di: Europa-Accelerazione-Potenza (2023);<br />
Eurotecnica (2024); e di PotenzaEuropa (2025).<br />
Il tema centrale riguarda lo Stato, nella sua declinazione<br />
“organica”, che, giustamente, si ritiene di centrale rilievo<br />
nell’attuale dibattito metapolitico, peraltro non sempre<br />
lungimirante, né strategico, se ci limitiamo ad istituzioni ufficiali<br />
o ad ambiti di partito. E l’oggettiva importanza del tema, che vede<br />
nello Stato non un mero apparato burocratico legato ad aspetti<br />
organizzativi esteriori, volto all’amministrazione di un esistente<br />
privo di radici d’ordine storico, spirituale ed etico, ma ridotto nei</p>
<p style="text-align: justify;">suoi aspetti materiali e meccanicistici, viene affrontata non<br />
soltanto da un punto di vista teorico e dottrinario, ma anche,<br />
considerata l’attuale contingenza a livello nazionale ed europeo –<br />
aspetti strettamente collegati in un contesto generale oggi<br />
particolarmente critico e pericoloso &#8211; di rilievo pratico e<br />
operativo. Vengono offerte linee d’azione, infatti, volte ad un<br />
superamento del vigente status di un’Unione Europea ancora<br />
ostacolata, nel compimento di quella centralità spirituale, politica,<br />
culturale ed economica esito del suo retaggio Storico, da troppi<br />
vincoli burocratici, da troppi veti incrociati, da una sudditanza<br />
totale verso centrali finanziare apolidi e lobbies rappresentanti<br />
non i popoli e la dignità del nostro Continente, ma interessi<br />
particolaristici di entità straniere.<br />
Risulta quindi necessario riscoprire, ovviamente nel contesto<br />
presente, quella dimensione qualitativa, solidaristica, basata su<br />
diverse, ma sinergiche, attitudini e competenze tipica della<br />
concezione organica dello Stato, teorizzata già dal pensiero<br />
antico. Lo Stato organico, infatti, è un’idea tradizionale: indica<br />
una forma, una sostanza profonda, cui il legislatore guarda per la<br />
cura di una comunità umana organizzata in termini di armonia e<br />
interrelazione. Il tutto, ovvero lo Stato, precede logicamente,<br />
anche se storicamente si realizza come fine ultimo, la semplice</p>
<p style="text-align: justify;">sommatoria delle singole parti che lo costituiscono. Ogni<br />
aggregazione deriva dal bisogno originario dell’uomo che non<br />
può vivere separatamente dai suoi simili: la famiglia, il ceto<br />
sociale, le unità produttive, le corporazioni etc., sono, in questa<br />
prospettiva, da intendersi quali parti necessarie e complementari<br />
in vista della vita del tutto.<br />
Il superamento del conflitto fra individui e gruppi umani, e quindi<br />
il passaggio storico dalla barbarie alla Civiltà sta, come è noto,<br />
alla base della nascita dello Stato moderno, come soggetto<br />
sovrano, dotato di forza legittima e di leggi, su un territorio e una<br />
popolazione. Solo allo Stato appartiene la pienezza del potere:<br />
questo secondo le dottrine di Machiavelli e di Hobbes (XVI e<br />
XVII secolo). Nelle teorie di quest’ultimo lo Stato è un enorme<br />
corpo artificiale, che ingloba, al suo interno, ogni altra entità o<br />
aggregazione particolare. È il detentore unico di sovranità, che gli<br />
è stata conferita al fine di tutelare, in primo luogo, la<br />
sopravvivenza dei singoli individui che, volontariamente, hanno<br />
trasferito, con un Patto, al sovrano quell’illimitata “libertà” di cui<br />
godevano allo stato primordiale. Tale concezione intende le<br />
circostanze umane e dei rapporti sociali, secondo un’ottica<br />
materialistica e meccanicistica, figlia del razionalismo e della<br />
secolarizzazione dell’età moderna, in cui a prevalere sono gli</p>
<p style="text-align: justify;">aspetti “oggettivi” esteriori, da governarsi in modo “scientifico”.<br />
E tale perimetro sarà fatto proprio, nei secoli a seguire, sia dalle<br />
correnti liberal-capitaliste, che da quelle social- marxiste, in teoria<br />
ostili alle prime, ma accomunate dalla medesima concezione<br />
economicistica ed utilitaristica della realtà umana e sociale. Sono<br />
norme contrattuali e grovigli di interessi materiali a caratterizzare<br />
l’orizzonte ultimo. Tutto il resto: speculazione filosofica, ricerca<br />
del sacro, senso di verticalità e di assialità, spirito identitario e<br />
comunitario, appartiene a ciò che è “sovrastrutturale”, mutevole,<br />
pallido riflesso di ciò che invece rappresenta la base concreta ed<br />
“oggettiva” del mondo: i rapporti di produzione.<br />
Di contro, la concezione organicistica, che, quale fiume carsico si<br />
è manifestata nel corso del divenire storico europeo, mira proprio<br />
ad esaltare quella dimensione qualitativa, solidaristica, basata su<br />
diverse, ma sinergiche, attitudini e competenze che, appunto,<br />
intendono lo Stato quale grande organismo vivente, espressione<br />
di una Comunità di destino.<br />
I vari interventi presenti nel testo intendono dare rilievo, appunto,<br />
all’urgenza di riscoprire e riconquistare quella dimensione.<br />
I capitoli e la Prefazione curati da G. Ferrara, F. Ingravalle, B.<br />
Scalici, F. Perizzolo, M. Cantù, così come le Conclusioni di</p>
<p style="text-align: justify;">M.Scatarzi, affrontano il tema generale dello Stato, della sua genesi,<br />
anche alla luce del Diritto Romano che ha unificato i popoli<br />
d’Europa, del suo significato nelle diverse epoche storiche,<br />
facendo riferimento a teorici, filosofi, dottrinari, che hanno<br />
affrontato il problema, sia in età antica (Platone, Aristotele etc.),<br />
sia in età moderna (Machiavelli, Hobbes, Bodin, Althusius etc),<br />
sia in epoche più vicine alla nostra (M. Weber, A.Mueller,<br />
O.Spann, C.Costamagna, J.Evola, P.Rauti, R.Sermonti etc.).<br />
Gli interventi di F.Guarente, E.Rivabella, F. Boco, M. Massarini,<br />
e di G. P.Joime, si occupano, in termini rigorosi e, nel contempo,<br />
chiari, di fondamentali tematiche legate al mondo del lavoro,<br />
facendo riferimento, sempre secondo un’ottica organicista, al<br />
tema della partecipazione delle forze produttive alle politiche<br />
aziendali; ai nuovi quadri normativi presenti in Italia, e in altre<br />
realtà europee; agli sviluppi tecnologici con le conseguenze, non<br />
necessariamente negative che ne possono derivare, soprattutto in<br />
merito alla robotica e all’IA per quanto attiene all’organizzazione<br />
del lavoro. Prevale, in ogni caso, il riferimento ad una centralità<br />
del livello politico, che oggi appare ridotto ad una dimensione<br />
fondata su partiti, secondo logiche e schemi superati già durante<br />
il secolo scorso. È, infatti, sotto gli occhi di tutti, la crisi del<br />
sistema democratico “rappresentativo”, basato su concessioni di</p>
<p style="text-align: justify;">deleghe in bianco, per nulla affatto espressione di quella<br />
sovranità, che si vorrebbe ancora attribuire al popolo. Si è già<br />
accennato che il sistema partecipativo, in perfetta linea con la<br />
concezione organica dello Stato, offrirebbe una concreta<br />
possibilità di superamento dello status quo, nel nome, appunto,<br />
della responsabilità individuale e di gruppo, in tutti i settori vitali<br />
in cui si articola una società moderna. Vengono messi in<br />
discussione, dagli intervenuti al Convegno, altri punti-chiave<br />
dell’epoca nostra. Tra gli altri: il ruolo dell’economia e della<br />
finanza bancaria in un welfare che tenga conto, più che una<br />
spasmodica ricerca di profitto per il profitto ad ogni costo sociale,<br />
dei lavoratori e, in modo particolare, delle giovani generazioni e<br />
del loro futuro in un quadro generale di riferimento che può essere<br />
soltanto europeo, e non limitato alle angustie di singoli Stati; si<br />
tratteggia un possibile futuro assetto, e anche questo pensato in<br />
termini continentali, riguardante il mondo delle energie<br />
rinnovabili e di un ritorno ponderato all’utilizzo dell’energia<br />
nucleare.<br />
Ultimo contributo, ma certamente non per ordine di importanza,<br />
quello di F. Viola e di S.Filacchioni, incentrato sulla questione<br />
giovanile, dell’istruzione e della armonica formazione, nei suoi<br />
aspetti complementari; uno legato allo spirito, l’altro al corpo, due</p>
<p style="text-align: justify;">dimensioni dell’essere umano, che non possono, pena<br />
l’alienazione, essere intesi quali aspetti solo accidentalmente<br />
collegati fra di loro. La sfida è per una scuola integrata europea<br />
che sappia guidare lo studente ad una forma mentis libera e<br />
critica, piuttosto che ad intenderlo quale vaso da riempire di<br />
nozioni e da indottrinare con riferimenti ad ideologie “alla moda”<br />
che appariranno alle generazioni future quali rottami alla deriva.<br />
Ci avviamo a concludere. Il riferimento all’Idea di Stato e, in<br />
particolar modo, alla sua declinazione tradizionale, quella<br />
organica, non rappresenta un atto nostalgico, né la<br />
contemplazione di vaghe e vuote utopie. Si tratta di una<br />
prospettiva realmente rivoluzionaria, non certamente nel senso di<br />
una sterile ribellione “intellettuale”, ma nel senso di un meditato<br />
ritorno ideale al mito fondante della nostra Civiltà europea. È un<br />
messaggio lanciato verso il futuro, verso quelli che verranno dopo<br />
di noi.<br />
Lo abbiamo già detto: l’idea di uno Stato organico europeo<br />
rappresenta l’esito del percorso culturale operato da<br />
KulturaEuropa in questi ultimi anni. Ma è anche un inizio, un<br />
nuovo inizio. Di certo il cammino da affrontare sarà complesso<br />
ed arduo: ma non per questo si deve rinunciare o proclamare una</p>
<p style="text-align: justify;">resa incondizionata a tutte le tendenze negative che oggi<br />
sembrano prevalere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Giuseppe Scalici</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>NOVITÀ IN LIBRERIA</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/26/novita-in-libreria-2/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 26 May 2026 02:49:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.kulturaeuropa.eu/?p=31655</guid>

					<description><![CDATA[<p>Centro Studi KulturaEuropa LO STATO ORGANICO EUROPEO Interventi di: Giancarlo Ferrara, Francesco Ingravalle, Giuseppe Scalici, Francesco Perizzolo, Francesco Guarente, Ettore Rivabella, Francesco Boco, Marco Massarini, Ferdinando Viola, Sergio Filacchioni, Matteo Cantù, Gian Piero Joime, Marco Scatarzi In un mondo attraversato da crisi sistemiche – economiche, energetiche, culturali e geopolitiche – le categorie tradizionali della politica [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/26/novita-in-libreria-2/">NOVITÀ IN LIBRERIA</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Centro Studi KulturaEuropa<br />
LO STATO ORGANICO EUROPEO</p>
<p>Interventi di: Giancarlo Ferrara, Francesco Ingravalle, Giuseppe Scalici, Francesco Perizzolo, Francesco Guarente, Ettore Rivabella, Francesco Boco, Marco Massarini, Ferdinando Viola, Sergio Filacchioni, Matteo Cantù, Gian Piero Joime, Marco Scatarzi</p>
<p>In un mondo attraversato da crisi sistemiche – economiche, energetiche, culturali e geopolitiche – le categorie tradizionali della politica e dell’economia mostrano tutti i loro limiti. Questa serie di interventi nasce dall’esigenza di superare tali schemi, proponendo una visione organica capace di leggere la complessità del presente senza ridurla a semplificazioni ideologiche.</p>
<p>Attraverso analisi che intrecciano storia, filosofia politica e scenari contemporanei, gli autori delineano i contorni di un nuovo paradigma: uno Stato che non sia mera sovrastruttura amministrativa né strumento di interessi particolari, ma espressione viva di una comunità, radicata e consapevole.</p>
<p>Un modello che rifiuta tanto l’individualismo atomizzato quanto le derive globaliste, per recuperare il senso di appartenenza, funzione e responsabilità. Dalla critica all’economia finanziarizzata alle trasformazioni del lavoro e dalle dinamiche geopolitiche alle sfide dell’innovazione tecnologica, emerge un percorso coerente verso un’idea alternativa di sviluppo e sovranità.</p>
<p>INFO &amp; ORDINI:<br />
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		<title>Roma, Kulturaeuropa rilancia lo Stato organico europeo: una sfida oltre il Leviatano moderno</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/20/roma-kulturaeuropa-rilancia-lo-stato-organico-europeo-una-sfida-oltre-il-leviatano-moderno/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 May 2026 02:50:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fonte: https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/stato-organico-europeo-kulturaeuropa-roma-convegno-326664/ Sabato 23 maggio, a partire dalle ore 17, la Libreria Horafelix di Roma, in via Reggio Emilia 89, ospiterà l’annuale convegno del Centro Studi Kulturaeuropa. Il tema scelto per questa edizione è quello dello “Stato organico europeo”, formula che dà anche il titolo al volume omonimo pubblicato da Passaggio al Bosco, che sarà disponibile proprio per [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/20/roma-kulturaeuropa-rilancia-lo-stato-organico-europeo-una-sfida-oltre-il-leviatano-moderno/">Roma, Kulturaeuropa rilancia lo Stato organico europeo: una sfida oltre il Leviatano moderno</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/stato-organico-europeo-kulturaeuropa-roma-convegno-326664/">https://www.ilprimatonazionale.it/approfondimenti/stato-organico-europeo-kulturaeuropa-roma-convegno-326664/</a></p>
<p style="text-align: justify;">Sabato 23 maggio, a partire dalle ore 17, la Libreria Horafelix di Roma, in via Reggio Emilia 89, ospiterà l’annuale convegno del <strong>Centro Studi Kulturaeuropa</strong>. <a id="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/17/riflessioni-sullo-stato-organico-centro-studi-kulturaeuropa/" href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/17/riflessioni-sullo-stato-organico-centro-studi-kulturaeuropa/" type="link">Il tema scelto per questa edizione è quello dello “Stato organico europeo”</a>, formula che dà anche il titolo al volume omonimo pubblicato da <em>Passaggio al Bosco</em>, che sarà disponibile proprio per l’occasione. <strong>Il convegno si inserisce in una fase storica segnata da trasformazioni profonde.</strong> L’epoca dell’intelligenza artificiale, dell’ipercapitalismo e della ristrutturazione degli equilibri internazionali impone infatti una riflessione radicale sulla forma Stato, sulla sua crisi e sulla sua possibile rifondazione. Al centro del dibattito vi sarà il progressivo svuotamento dello Stato moderno di derivazione giacobina, ormai sempre più incapace di rappresentare comunità reali, esercitare sovranità effettiva e ricomporre legami sociali spezzati dalla logica del mercato globale.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Kulturaeuropa rilancia la sfida dello Stato organico</h2>
<p style="text-align: justify;">La questione posta da Kulturaeuropa non è soltanto teorica. Riguarda il rapporto tra potere politico, comunità, partecipazione e destino europeo. Lo Stato moderno, ridotto spesso a macchina amministrativa, apparato fiscale o semplice garante del mercato, appare sempre meno in grado di rispondere alle fratture prodotte dalla globalizzazione, dalla tecnocrazia e dalla dissoluzione dei corpi intermedi. La sovranità, svuotata verso l’alto da organismi sovranazionali e verso il basso da interessi privati e finanziari, rischia di diventare una parola senza contenuto. <strong>Da qui la necessità di tornare a pensare una concezione organicistica dello Stato, capace di superare tanto l’individualismo liberale quanto il collettivismo astratto</strong>. Uno Stato non inteso come semplice Leviatano moderno, né come dispositivo mercantile al servizio dell’economia, ma come forma politica superiore, capace di ordinare, rappresentare e integrare le energie vive di una comunità. Non una nostalgia ottocentesca, dunque, ma il tentativo di interrogare il presente con categorie più profonde di quelle offerte dal lessico dominante.</p>
<h2 class="wp-block-heading" style="text-align: justify;">Oltre il Leviatano mercantile</h2>
<p style="text-align: justify;">Il punto decisivo è proprio questo: la crisi dello Stato non può essere letta soltanto come crisi istituzionale o amministrativa. È una crisi di senso. <strong>Lo Stato contemporaneo pretende ancora obbedienza, ma fatica a generare appartenenza; produce norme, ma non visione; gestisce emergenze, ma non costruisce destino.</strong> In questo vuoto si inseriscono poteri impersonali, reti economiche, automatismi tecnici e piattaforme globali che condizionano la vita dei popoli più di quanto facciano molti governi formalmente sovrani. Il convegno di Kulturaeuropa vuole quindi aprire un confronto sulle possibilità di una diversa architettura politica europea. Una forma Stato capace di ripristinare nessi comunitari, sociali e partecipativi, senza ricadere negli schemi consumati della modernità politica. Una sfida rivolta, come sottolineano gli organizzatori, alle “intelligenze pensanti” e alle future élite, chiamate a misurarsi con una domanda essenziale: può l’Europa tornare a pensarsi come soggetto storico, politico e spirituale, oppure resterà un mercato amministrato da apparati senza anima? Kulturaeuropa proverà a indicare una direzione: non la difesa stanca dello Stato com’è, ma la ricerca di una forma politica più alta, capace di andare oltre il puro governo dell’esistente.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Centro Studi Kulturaeuropa</em></strong></p>
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		<title>RINASCITA DELL&#8217;EUROPA IMPERATIVO CATEGORICO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 02:45:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diceva Kant &#8220;agisci come se la tua massima dovesse avere valore universale &#8220;. Questo imperativo rischia di essere molto problematico se vien distaccato dalle tradizioni, dalla cultura, dal bios dei popoli e, in tal senso, la modernità è piena di nefasti esempi in tal senso. Tuttavia, a nostro avviso, vi è un ottimo punto dell&#8217;imperativo [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/15/rinascita-delleuropa-imperativo-categorico/">RINASCITA DELL&#8217;EUROPA IMPERATIVO CATEGORICO</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Diceva Kant &#8220;agisci come se la tua massima dovesse avere valore universale &#8220;. Questo imperativo rischia di essere molto problematico se vien distaccato dalle tradizioni, dalla cultura, dal bios dei popoli e, in tal senso, la modernità è piena di nefasti esempi in tal senso. Tuttavia, a nostro avviso, vi è un ottimo punto dell&#8217;imperativo kantiano, nel momento in cui questo vien calato nei suoi aspetti concreti. Se il ragionamento che si segue funziona nelle seguenti modalità, ovvero: tenuto conto della natura umana, quel che io desidero è veramente valido per tutti? Questo chiaramente dovrebbe essere il ragionamento di un corretto uomo politico, il quale, chiaramente, non può certo obbedire a un comando interiore che prescinda dal popolo su cui governa. Tuttavia lui dovrebbe agire sempre tenendo presente che se ciò che vuole per sè tutti i cittadini, o almeno il maggior numero, possano realmente adoperarlo, allora è veramente auspicabile. E questo è sempre stato in effetti la chiave del successo di molti dei grandi politici della storia europea, che per convenzione si può chiamare &#8220;capacità di sintesi&#8221;. D&#8217;altra parte, sempre secondo quanto dice Kant, l&#8217;imperativo si fonda sulla capacità razionale dell&#8217;uomo di imporsi una legge che ha riconosciuto come universalmente valida. È evidente tuttavia che nessun uomo prescinde mai dalle emozioni, dai piaceri, dai dolori, dalle esperienze vissute, dai ricordi e dagli affetti. Dove però entra in ballo la razionalità? Nel momento in cui si guarda a ciò che è in se stessi e più prossimo, per ampliare lo sguardo verso ciò che è più distante e, dopo aver collegato il tutto secondo rapporti di causalità, stabilire una legge che si è valutata la più idonea a garantire la felicità generale. D&#8217;altra parte è questa l&#8217;essenza della politica. La maggioranza degli uomini sono portati ad amare in primis se stessi e ciò che è a loro più vicino. Tuttavia per criterio di necessità non possono prescindere dagli altri e non possono nel formarsi una loro visione del tutto da ciò che dagli altri apprendono. Gli uomini più virtuosi sono quelli che osservando proprio tali fenomeni, si domandano: tenuto conto che questa è la natura, come si fa a rendere comune la felicità e a risolvere la tensione tra persona e comunità, prossimità e lontananza? Ne consegue che i politici virtuosi e illuminati non sono affatto esenti da bisogni o desideri, ma hanno la speciale abilità di trovare diletto nel ragionare sui problemi generali, nel risolvere i problemi e nel comprendere qual è la causa che può far scaturire la comune felicità? Nell&#8217;uomo più libero, quindi, si verifica una disposizione decisamente rara. Il suo riuscire nell&#8217;impresa di rendere il più possibile migliore la vita degli abitanti della sua terra coincide perfettamente con la sua realizzazione personale. La sua volontà di potenza, per dirla con Nietzsche, non è dissimile da quella altrui. Stabilito ciò, si può asserire che chiunque sia animato da un&#8217;ideologia, se con ideologia si intende un sistema teorico chiuso, in cui la parte debba dominare sul tutto, non può veramente essere politico e uomo di stato. Chiaramente ci riferiamo ai due impianti ideologici dominanti nella modernità, quello liberale e quello marxista. Un liberale, infatti, non è liberale, in quanto è convinto che la felicità umana si raggiunga con il liberalismo, ma è liberale in quanto ritiene che il liberalismo sia una scienza assoluta e infallibile, alla luce della quale vada interpretato ogni fenomeno storico e sociale. E lo stesso dicasi evidentemente del marxismo. Quando un sistema che ambisce ad essere politico mira ad annullare il molteplice, rivela che la sua volontà va nella direzione opposta a quella autenticamente universale, se universale significa, come in effetti è, ciò che si predica di molte cose differenti. Perché l&#8217;Europa risorga, ha bisogno di una nuova classe politica che abbia come suoi principi motori le seguenti consapevolezze: I capi di uno stato sono portati ad agire con virtù e sono loro a poter decretare se occorre intraprendere una guerra, o tenere la pace, in quanto sanno quali sono le condizioni materiali di un esercito, il fine da conseguire, i rischi, i benefici, etc. Il saper fare la guerra, il condurre un esercito non è una cosa da tutti, in quanto tutto quanto esiste nel potenziale e nel materiale va distinto secondo criteri di forma e di gerarchia. Il far fare a tutti le stesse cose è assolutamente insensato, in quanto lo scopo della causa formale è creare un soggetto nuovo che abbia le caratteristiche delle parti in un ordine ben definito. Se tutti fanno tutto non perde senso la creazione dell&#8217;organismo nuovo, ma permarrà il mero sopravvivere di tanti individui atomizzati. In più l&#8217;obiettivo della causa formale è la conoscenza delle parti. Se io ho tanti uomini davanti a me, ciascuno sarà più portato a svolgere al meglio un compito diverso da quello degli altri. Se il mio obiettivo è rendere il molteplice unitario, quindi creerò un unico sistema di tante parti ma ciascuna perfettamente unica in sé stessa. Ciò è il dialogo interiore con cui un vero politico dovrebbe animare il proprio cuore e la propria mente. Certamente oggi, senza qualcuno che abbia i mezzi per realizzare quanto auspichiamo tutto può sembrare impossibile, ma, prima di ogni rivoluzione, occorre fondamentalmente un atto di fede. È la natura degli uomini europei che porta a compimento il fatto che anche nei momenti di maggior buio certi tipi spirituali si riconoscano e scoprano di essere affini. Ed è l&#8217;atto di fede unita a costanza e perseveranza che porta a prevalere. Chi vince poi una battaglia instaura un sistema valoriale antico e inedito al tempo stesso, andando a fissare quei precetti che poi dovranno essere trasmessi alle future generazioni. Quindi, quanto qui è stato sinteticamente esposto ha la doppia funzione di dare degli orientamenti che ciascuno possa intendere per realizzare un futuro nuovo e poi di descrivere nel modo più preciso l&#8217;agire dei tempi che saranno più favorevoli per tutti coloro i quali fanno del risorgere dell&#8217;Europa e della sua centralità lo scopo della propria esistenza, dal momento che è questo alla fine il vero e unico imperativo categorico che davvero conta nell&#8217;epoca dei grandi mutamenti, delle scelte e delle indecisioni.</p>
<p><em><strong>Ferdinando Viola</strong></em></p>
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		<title>DISPONIBILE DAL 14 MAGGIO IL LIBRO &#8220;REMIGRAZIONE: IL PERCORSO VERSO LA RICONQUISTA&#8221;</title>
		<link>https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/13/disponibile-dal-14-maggio-il-libro-remigrazione-il-percorso-verso-la-riconquista/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 02:50:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’hanno definita eufemismo. L’hanno paragonata alle deportazioni. L’hanno sventolata per far vivere ancora l’agonizzante antifascismo militante. Invece, cos’è realmente la Remigrazione? Una parola che farà tornare gli italiani e gli europei interpreti del proprio futuro. La Remigrazione è la storia, la storia di un popolo che ha deciso di diventare protagonista, percorrendo la strada del [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/13/disponibile-dal-14-maggio-il-libro-remigrazione-il-percorso-verso-la-riconquista/">DISPONIBILE DAL 14 MAGGIO IL LIBRO &#8220;REMIGRAZIONE: IL PERCORSO VERSO LA RICONQUISTA&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’hanno definita eufemismo. L’hanno paragonata alle deportazioni. L’hanno sventolata per far vivere ancora l’agonizzante antifascismo militante. Invece, cos’è realmente la Remigrazione? Una parola che farà tornare gli italiani e gli europei interpreti del proprio futuro.</p>
<p>La Remigrazione è la storia, la storia di un popolo che ha deciso di diventare protagonista, percorrendo la strada del destino. L’agitazione della sinistra davanti a questo vocabolo è la visione plastica di tutto quello che è successo negli ultimi mesi in Italia. Dall’occupazione della sala stampa del Parlamento per impedire di presentare la proposta di legge sul tema, fino al tentativo di criminalizzare il confronto sull’argomento dell’immigrazione.</p>
<p>Per questo il libro &#8220;<strong>Remigrazione. Il percorso verso la Riconquista</strong>&#8221; raccoglie una serie di interventi, di vari autori, atti a costruire una parola destinata a essere centrale nel dibattito politico e culturale dei prossimi anni.</p>
<p>Disponibile dal 14 maggio su <a href="http://www.remigrazione.org">www.remigrazione.org</a> e sul sito web della casa editrice, <strong>Altaforte Edizioni</strong>.</p>
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		<title>Quanto capitalismo può sopportare la società</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 11 May 2026 02:46:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sociologo inglese Colin Crouch (docente fino al 2011 di Governance e Management Pubblico presso l’Università di Warwick – Business School) ha posto, nel 2013, una questione decisiva: “Quanto capitalismo può sopportare la società”. Siamo liberi di porre, dopo di essa, un punto interrogativo, oppure di non porlo, come non lo pone Crouch nella traduzione [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/11/quanto-capitalismo-puo-sopportare-la-societa/">Quanto capitalismo può sopportare la società</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il sociologo inglese Colin Crouch (docente fino al 2011 di Governance e Management Pubblico<br />
presso l’Università di Warwick – Business School) ha posto, nel 2013, una questione decisiva:<br />
“Quanto capitalismo può sopportare la società”. Siamo liberi di porre, dopo di essa, un punto<br />
interrogativo, oppure di non porlo, come non lo pone Crouch nella traduzione italiana del suo libro<br />
originariamente intitolato Making Capitalism Fit for Society, Quanto capitalismo può sopportare la<br />
società, tr. it. di Paola Marangon, Laterza, Roma-Bari, 2014). Manca il punto interrogativo; il libro<br />
tratta, infatti, di un progetto. Il progetto di limitare l’impatto sociale del capitalismo. Si tratta di<br />
scoprire perché la socialdemocrazia abbia la potenzialità di limitare questo impatto sociale. Dicendo<br />
questo si dice, però, che capitalismo e società sono termini di una contraddizione, se non attuale, per<br />
lo meno possibile; si dice che lo sviluppo incontrollato del capitalismo potrebbe distruggere la società,<br />
cioè i nessi vitali che rendono ciascun essere umano socius di ciascun altro essere umano; serve a ben<br />
poco rilevare che il capitalismo è un prodotto della società; serve a tanto poco, quanto servirebbe<br />
rilevare che un tumore è un prodotto della dinamica fisiologica di un organismo. Il paragone non è<br />
azzardato: se l’economia capitalistica punta alla realizzazione del profitto senza preoccuparsi delle<br />
ricadute sociali della ricerca del profitto stesso, è il caso di ricordare che il profitto non ha limiti,<br />
perché è calcolato sulla base di scale numeriche che misurano la realizzazione di un desiderio, il<br />
desiderio di “avere di più” per “essere di più”. Il profitto ideale cresce continuamente, allo stesso<br />
modo delle neoplasie o tumori maligni perché, come nel caso delle cellule tumorali, è andato perduto<br />
il senso della produzione di un bene, cioè il vantaggio dell’organismo nel suo complesso o la<br />
funzionalità della produzione per l’organismo nel suo complesso; per le cellule tumorali, l’organismo<br />
non esiste se non come fonte di risorse da divorare per soddisfare una fame infinita. Il destino del<br />
tumore è quello dell’organismo che esso distrugge: andare distrutto con il proprio ospite. Tutto quello<br />
che occupa il campo semantico della parola “economia” è strumento dell’essere umano, non di alcuni<br />
esseri umani. Data la “fatalità” della legge ferrea dell’oligarchia, enunciata da Robert Michels già<br />
negli anni Dieci del Novecento, che alcuni esseri umani cerchino di funzionalizzare – e con<br />
successo!- l’esistenza di tutti gli altri al proprio benessere è nella logica delle cose; ma non è<br />
inevitabile, né si risolve in un “vantaggio per tutti” come ritiene l’ortodossia liberista e neoliberista.<br />
Questo è il punto di partenza della socialdemocrazia, nelle sue più diverse varietà.<br />
Il punto di partenza della socialdemocrazia è, notoriamente il pensiero di Karl Marx; in particolare<br />
un passo della Critica del programma di Gotha del 1875: “Dopo che con lo sviluppo generale degli<br />
individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti delle ricchezze sociali scorrono</p>
<p style="text-align: justify;">in tutta la loro pienezza, &#8211; solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la<br />
società può scrivere sulle sue bandiere: &#8211; Ognuno secondo le sue possibilità; a ognuno secondo i suoi<br />
bisogni!”<br />
Dopo che….. scriveva Marx. Questo “dopo” non è mai giunto. Il socialismo / comunismo teorizzato<br />
non si è mai realizzato. A proposito della storia del comunismo, non a caso, scrive Luciano Canfora,<br />
“la prima domanda che si impone è: come mai i partiti politici sorti nel solco dell’Internazionale<br />
comunista, per lo più nel biennio 1920-1921, sono diventati altro nel breve giro di un<br />
cinquantennio?” Altro: anziché avviare l’estinzione dello Stato, come auspicato da Marx, il<br />
comunismo, nel corso del XX secolo, ne è divenuto una delle forme: quella del Partito-Stato in<br />
contrapposizione allo Stato oligopolistico pluripartitico.<br />
Oltre alla storia del comunismo-Stato – sviluppato da Lenin- dalla teorizzazione di Marx e di Engels<br />
è derivata, attraverso il revisionismo di Eduard Bernstein (1850-1932), una versione del socialismo<br />
che punta a dilatare gli spazi democratici all’interno dell’economia capitalistica e a realizzare,<br />
gradualmente, la giustizia sociale che è il nucleo della teoria comunista della società senza classi. Ma<br />
anziché attuarsi con una rivoluzione, essa si sarebbe dovuta attuare attraverso riforme in grado di<br />
avvicinarsi, nei limiti del possibile, all’ideale della giustizia sociale. Come? Dilatando il controllo<br />
della produzione capitalistica attraverso l’azione dei partiti socialisti detti “socialdemocratici” e dei<br />
sindacati a essi oggettivamente legati; realizzando il massimo di giustizia sociale nelle condizioni<br />
date, senza abolire la proprietà privata dei mezzi di produzione: uno sforzo di “democratizzare il<br />
capitalismo.<br />
Il volume di Crouch consiste di una ampia e dettagliata riflessione sulle ricadute sociali del<br />
capitalismo nel tempo della globalizzazione (l’opera risale al 2013), un tempo che ha visto non<br />
soltanto l’implosione del modello sovietico, sostituito da una oligarchia capitalistica piuttosto<br />
disinvolta, ma anche il rafforzamento del modello a partito unico cinese e l’accentuazione dei tratti<br />
oligarchici del capitalismo oligopolistico statunitense. L’Unione Europea si colloca in una “zona<br />
intermedia” tra capitalismo di partito e capitalismo delle multinazionali: la zona dell’“economia<br />
sociale di mercato” (secondo la formula di Ludwig Erhard e di Wilhelm Röpke).</p>
<p style="text-align: justify;">Nella Prefazione, Crouch scrive: “Negli Stati Uniti d’America le disparità di reddito hanno raggiunto<br />
livelli estremi, tanto da suscitare il timore che possano dissestare l’economia. A esprimere questo</p>
<p style="text-align: justify;">parere non sono soltanto i “progressisti”, dai quali ci si possono aspettare opinioni del genere, ma<br />
anche il Fondo monetario internazionale (Fmi) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo<br />
Economico (Ocse).” Fatto notevole, questo, perché Fmi e Ocse sono sempre stati indifferenti alle<br />
disuguaglianze o hanno teso, addirittura, a favorirle, sono sempre stati assertori della tesi secondo la<br />
quale “se i ricchi stanno bene, anche l’economia sta bene”; ora, invece, sembrano accorgersi che la<br />
drastica diminuzione dei redditi medio-bassi e quelli dei più ricchi, soprattutto nel settore finanziario,<br />
continuano a salire potrebbe segnare il malessere dell’economia. Un malessere evidenziato anche<br />
dalla crisi del 2008 che ha rivelato la tendenza del capitalismo a dipendere dallo Stato “per salvarsi<br />
dalle sue stesse contraddizioni a spese della collettività”. Il capitalismo, soprattutto nella sua versione<br />
finanziaria, assume l’aspetto di un fenomeno parassitario che rende urgente una serie di operazioni di<br />
rettifica. Se non altro per una ragione: più la forbice fra ricchissimi e poveri si apre, maggiori sono le<br />
probabilità di eventi fortemente destabilizzanti che potrebbero mettere capo a fenomeni meramente<br />
distruttivi, tali da evocare scenari analoghi a quelli del film di Walter Hill I guerrieri della notte<br />
(1979).<br />
La disuguaglianza – scrive Crouch – sta diventando “una questione di primaria importanza, il potere<br />
delle grandi multinazionali produce un numero crescente di problemi per i consumatori, i lavoratori<br />
e i cittadini, e il disinteresse per le esigenze collettive crea problemi allarmanti per i danni arrecati<br />
all’ambiente”. Le nostre società sembrano essere sempre meno disposte a produrre beni pubblici o a<br />
coprire “rischi collettivi, mentre i prodotti della ricchezza in aumento premiano una minoranza che<br />
continua ad assottigliarsi.” Un simile regime di oligopolio genera molte esternalità: l’inquinamento<br />
ambientale, il cambiamento climatico, la tendenza degli istituti finanziari a produrre “bolle<br />
speculative”; né si può dire che esso assomigli al “mercato perfetto” della teoria: qui abbiamo il<br />
mercato imperfetto, la concorrenza imperfetta che genera l’oligopolio e la riduzione dei competitors<br />
sul mercato a pochi colossi. Questa complessa realtà estirpa “lo Stato sociale, l’idea dei diritti dei<br />
lavoratori e altri importanti elementi dei compromessi sociali che hanno conferito alla seconda metà<br />
del ventesimo secolo il suo carattere distintivo”.<br />
La mercatizzazione della società disgrega la fiducia che dovrebbe regnare nei rapporti commerciali e<br />
generano la crescente complessità del diritto contrattuale, la crescente complessità del settore<br />
assicurativo e della giurisprudenza civile e amministrativa. I comportamenti legali, ma non giusti,<br />
tendono a proliferare in un clima di diffidenza: i nessi comunitari scompaiono e in loro luogo compare</p>
<p style="text-align: justify;">l’ “uomo” che “è un lupo per l’altro uomo”, come già era stato osservato da Carl Polanyj. L’esito di<br />
questa situazione non sarebbe la “lotta di classe”; tutt’altro: comparirebbe l’”idra dalle cento teste”<br />
della lotta di ognuno contro ogni altro, si rafforzerebbero gli aggregati sociali che funzionano come<br />
organizzazioni criminali. L’incertezza che regna nella società a concorrenza imperfetta è legata al<br />
tramonto di ogni prospettiva solidaristica; il motto neoliberista è, sempre e comunque: “Arrangiati!”<br />
e, di solito, chi lo formula, ha già pensato a come far salvare dallo Stato i propri profitti. La società<br />
neoliberista è la società della doppia morale il cui motto è “Fate quello che dico, non quello che<br />
faccio!”<br />
Se le istituzioni sono controllate dai gruppi di pressione delle multinazionali, ogni disastro finanziario<br />
è pagato non da chi lo ha provocato, ma dalla collettività; con la socialdemocrazia, invece, lo Stato e<br />
i contribuenti dovrebbero assumersi la gran parte dell’onere di compensare le esternalità; attuare<br />
sistemi di controllo dell’attività bancaria che deve tornare utile alla collettività, elevare le indennità<br />
di disoccupazione rendendo compito del pubblico potere stimolare la creazione di posti di lavoro e<br />
tutelare con nuovi posti di lavoro la funzionalità del sistema pensionistico. Lo Stato – che siamo tutti<br />
noi, nel concreto- non può ridursi a mero spettatore delle dinamiche economiche e sociali, ma deve<br />
intervenire, nella sua concretezza di governo secondo gli obiettivi che fino a qualche tempo fa hanno<br />
guidato i sistemi di Welfare.<br />
Secondo Crouch è chiaro che un Welfare sulla base dello stato-nazione non è più praticabile, ma è<br />
possibile soltanto in unità geoeconomiche e geopolitiche più estese. Come l’Unione Europea; “il<br />
mezzo più diretto per democratizzare l’Unione Europea e incoraggiare i partiti e i governi a lavorare<br />
in modo costruttivo sarebbe una regola formale molto semplice in virtù della quale la Commissione<br />
venga eletta dal Parlamento Europeo e non nominata dagli Stati membri. In tal modo la Commissione<br />
si trasformerebbe nel governo d’Europa e indurrebbe i partiti di ogni colore a elaborare programmi<br />
transnazionali efficaci e a prendere sul serio le elezioni.”<br />
In altri termini, il futuro del Welfare, nella misura in cui esso è una possibilità reale, è nella riforma<br />
istituzionale dell’Unione Europea; e, potremmo aggiungere, nella misura in cui l’Unione Europea<br />
divenga uno Stato organico federale europeo.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Francesco Ingravalle</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>L’UE e la Disintegrazione dell’Integrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Kulturaeuropa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 03:51:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[EUROPA ACCELERAZIONE POTENZA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La fetta di Europa che si riunisce nell’Unione Europea non è un’entità priva di innovazione, capitale o competenze, e non ha nemmeno un problema di mancanza di idee. Nonostante tutto però, continua a perdere terreno in modo sistematico e preoccupante rispetto agli altri attori, e ciò succede perché ha un problema molto più grave: l’incapacità [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.kulturaeuropa.eu/2026/05/05/lue-e-la-disintegrazione-dellintegrazione/">L’UE e la Disintegrazione dell’Integrazione</a> proviene da <a href="https://www.kulturaeuropa.eu">KULTURAEUROPA</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La fetta di Europa che si riunisce nell’Unione Europea non è un’entità priva di innovazione, capitale o competenze, e non ha nemmeno un problema di mancanza di idee. Nonostante tutto però, continua a perdere terreno in modo sistematico e preoccupante rispetto agli altri attori, e ciò succede perché ha un problema molto più grave: l’incapacità strutturale di trasformarsi acquisendo potere economico e geopolitico.</p>
<p>Due interventi recenti lo confermano brutalmente, con una chiarezza disarmante: da un lato Cecilia Bonefeld-Dahl, dall’altro Enrico Letta. La prima dei due è Direttore Generale di DIGITALEUROPE, membro dell’Industrial Forum della Commissione Europea e del Advisory Group for Emerging and Disruptive Technologies ANTO, e sulla base del <a href="https://www.digitaleurope.org/news/digitaleurope-survey-stronger-growth-conditions-are-needed-in-europe/">report di fine 2025</a> ha riflettuto su quello che ormai è dichiarabile come il fallimento industriale UE. Il secondo, da sempre uno dei più grandi sostenitori dell’UE, denuncia <a href="https://www.theparliamentmagazine.eu/news/article/qa-the-eu-must-be-obsessed-with-completing-market-integration-in-the-next-three-years-enrico-letta-says">in un’intervista a The Parliament Magazine</a> il fallimento politico: il mercato unico resta incompiuto dopo oltre trent’anni. In modo complementare, entrambi raccontano una verità semplice e insieme quasi oscena: l’Europa produce innovazione, ma l’UE impedisce sistematicamente che diventi potenza.</p>
<p><strong><u>La balla della mancanza di innovazione</u></strong></p>
<p>Per molti anni il ritardo UE è stato inserito in una narrazione piagnona e castrante, secondo la quale gli Stati europei componenti l’UE avrebbero sofferto di una cronica insufficienza di creatività tecnologica: poche “big tech”, pochi “unicorni” (cioè startup ancora non quotate valutate almeno 1 miliardo di US$), svantaggio sistematico e quasi “per costituzione” rispetto a USA e Cina. È ovvio il motivo del successo di questo tipo di racconto: da una parte è una semplificazione rassicurante perché suggerisce una soluzione semplice, ossia l’aumento dei fondi per ricerca e startup; dall’altra offre un alibi consolatorio ai fatalisti alfieri della stagnazione.</p>
<p>Per quanto tutti i nemici d’Europa, interni ancora più che esterni, possano essere sodisfatti per questa diagnosi, essa è semplicemente sbagliata: l’Europa innova, produce ricerca avanzata, filiere industriali sofisticate, eccellenze in molti settori inclusi il manifatturiero, l’energia, la robotica, l’ingegneria spaziale, la fisica quantistica e il settore medico. Il problema attiene alle fasi successive all’innovazione, quando questa dovrebbe essere trasformata in potere economico e geopolitico globale, e invece&#8230; Le imprese nascono e crescono fino a un certo punto, oltre il quale si scontrano contro il muro dell’antieconomicità, quindi o si spostano, o vengono acquisite altrove – quando non chiudono direttamente i battenti. Non è un incidente, e nemmeno la mano insondabile del Fato: è un meccanismo strutturale dell’UE.</p>
<p>È strutturale perché l’Unione Europea parla continuamente di un Mercato Unico solo formale e non funzionale, e che non potrebbe comunque esistere perché ne sono stati realizzati solo gli aspetti normativi, fiscali e sanzionatori: anche ammesso che lo si voglia fare, ciò è reso impossibile da un complicato sistema di cappi al collo, ostacoli e trappole.</p>
<p>Il risultato è che l’Europa produce innovazione, l’UE fa ogni cosa possibile per frenarla, e la potenzialità europea finisce per essere regalata o quasi agli altri.</p>
<p><strong><u>…ma ci sei o ci fai?</u></strong></p>
<p>La domanda sorge spontanea, ma spesso la risposta rimane nella sfera delle intuizioni, del non detto, talvolta per opportunismo e altre per pudore. Da una parte l’UE insiste sul concetto di autonomia strategica, a dire il vero quasi sempre identificandola col fine ultimo dei salassi deindustrializzanti e senza progetto del Green Deal. Se mettiamo insieme gli effetti devastanti dell’ecologismo alla cieca con i difetti strutturali intrinsechi, non possiamo che domandarci come e quando possa mai realizzarsi questa autonomia se l’industria non può decollare o, addirittura, collassa sotto il peso di costi interni devastanti e competitività all’esterno inesistente. Dall’altra parte, l’UE fa ciò che imputava all’Italia della prima repubblica, ossia regolamenta tutto, anche ciò che non c’è o non c’è più: Data Act, AI Act, Cyber Resilience Act, Green Deal, e decine di altri pacchettini e pacchettoni normativi hanno trasformato l’Europa in una superpotenza regolatoria, con costi ed effetti a dir poco drammatici. L’onere della proliferazione legislativa scriteriata ha raggiunto i 500 miliardi di euro all’anno, con un aumento del 12% solo nell’ultimo anno rispetto alle stime già pesanti del rapporto Draghi. I costi della così detta “compliance”, cioè un mix di obblighi e divieti di matrice green e moralistica, cui è sottoposta la produzione nel territorio UE, rallentano ogni anno di più un mercato che rende l’Europa sempre meno autonoma – d’altra parte se le tue aziende chiudono o scappano, la scelta diventa fra comprare fuori dall’UE o tornare indietro di un secolo o due.</p>
<p><strong><u>Ritenzione Freudiana?</u></strong></p>
<p>L’Europa è una delle aree più ricche del pianeta grazie a enormi risparmi privati, ai quali non coincidono investimenti proporzionali, e ciò accade per un motivo molto semplice: non conviene. Potrebbero essere canalizzati in investimenti a vari livelli, portando altrettanta crescita, ma il rischio è considerato troppo elevato e i risparmi restano dove sono, erosi lentamente da inflazione e costi crescenti. Ciò conduce ad una amarissima e forse brutale verità: tutti questi aspetti finanziari, sociali, produttivi e scientifici, sono sotto il giogo di una mancanza di decisione – o forse proprio di capacità &#8211; politica che ormai va per i 40 anni.</p>
<p>Oggi, nel 2026, l’UE non ha realizzato il mercato unico – il che, vista la forma desiderata, non è detto sia un male – ma soprattutto non ha nemmeno integrato i mercati nazionali in modo efficiente e orientato alla potenza europea. Ha anzi imbiancato il sepolcro dell’integrazione europea ammantandolo di emergenze discutibili, propositi senza progetto e ideologie che speravamo fossero sepolte, tenendo insieme il tutto col pugno di ferro delle sanzioni e dei divieti.</p>
<p>L’Europa dell’UE è sospesa: troppo integrata giuridicamente per essere flessibile, troppo assediata dalla proliferazione giuridica ideologizzata per diventare potente. Alla radice c’è un errore strategico di sequenza: l’UE ha messo regolazione e ideologie politiche surreali d’impotenza prima della realtà e dello sviluppo, promuovendo e stabilizzando così una condizione di debolezza cronica che non sa più come superare, a meno di riformulare la stessa UE.</p>
<p><strong><em><u>“eccoti seduto con le mani nei capelli che ti chiedi come mai come mai”</u></em></strong></p>
<p>Invece che rafforzarsi puntando sulle eccellenze d’Europa, l’UE ha cercato una mobilitazione di retroguardia, agitando l’autonomia strategica come feticcio raggiungibile solo attraverso il quadro iper-normativo ideologizzato, elevato a dogma e divinità. Quello costruito dall’UE è un sistema progressista sofisticato, disorganico, innaturale e regolamentato oltre ogni immaginazione, dentro il quale l’Europa sta perdendo i sensi.</p>
<p>Le proiezioni su recessione e deindustrializzazione dicono che ci siamo quasi: ancora un triennio UE così, e il declino d’Europa entrerà in una fase idealmente irreversibile.</p>
<p>Non è tanto un problema di incompetenza, quanto di interessi distorti: le istituzioni UE guadagnano potere producendo regole sovrastatali, non rimuovendole; i governi nazionali guadagnano o perdono consenso in base a quanto lasciano intendere di difendere la nazione pur senza mai davvero farlo. Nella pratica, gli europei e l’economia reale pagano tutto il conto. Le carte buone &#8211; cultura, idee, scienza, manifattura – l’Europa le ha tutte, ma l’UE che le tiene in mano deve aver capito male le regole, a meno che non abbia deciso volontariamente di perdere, disintegrando l’integrazione.</p>
<p><em><strong>Francesco Perizzolo</strong></em></p>
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		<title>Centralità etica e geografica</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2026 02:19:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una reale concezione organica dello Stato non può prescindere dal principio &#8220;Il tutto è condizione della parte&#8221;. Tale postulato, però, è bene ricordare, è un principio fondamentale della geometria euclidea, che Aristotele poi utilizza per spiegare la fisionomia della polis comprendente famiglie e villaggi. È fondamentale richiamare ciò alla memoria per chi si ispira ad [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una reale concezione organica dello Stato non può prescindere dal principio &#8220;Il tutto è condizione della parte&#8221;. Tale postulato, però, è bene ricordare, è un principio fondamentale della geometria euclidea, che Aristotele poi utilizza per spiegare la fisionomia della polis comprendente famiglie e villaggi. È fondamentale richiamare ciò alla memoria per chi si ispira ad una visione tradizionale e al contempo dinamica e attuale. Per noi che siamo ispirati dal Mito dell&#8217;Europa e che ambiamo al fatto che essa diventi nuovamente partecipe e protagonista della Storia, la costruzione di un&#8217;Europa come non l&#8217;abbiamo mai vista significa superamento totale di ogni retorica progressista e materialista ma anche di ogni approccio conservatore che nei fatti si rivela non meno nocivo. Tale attitudine si traduce spesso nei seguenti slogan: &#8220;lo stato europeo non è mai esistito&#8221; &#8220;L&#8217;Europa è troppo divisa e diversa al suo interno&#8221;. La storia per sua essenza è un continuo dinamismo, un progressivo passaggio da Potenza ad Atto. Se va rifiutata ogni utopia e ogni idea di linearità che porta inevitabilmente al meglio, non bisogna nemmeno dimenticare che quanto succede all&#8217;interno del tempo e dello spazio è sempre la realizzazione di qualcosa che possibile era già prima di venire alla luce. La sfida, infatti, di noi europei deve essere precisamente il ritorno a quel desiderio di scoprire l&#8217;Eterno per portarlo nella realtà concreta. Quel che conta è sapere che un reale progresso è sempre relativo ad una sfida, e mai una legge assoluta e astratta, ed è perennemente integrazione e superamento del precedente, non annullamento. Noi incarniamo una visione inconciliabile e incompatibile con quello che comunemente viene definito mondo progressista non perché amiamo l&#8217;immobilismo, ma perché siamo dell&#8217;avviso che progresso non sia distruzione, nichilismo e negazione del precedente. Al contempo, però, non possiamo che rifiutare chiunque reagisca a ciò con un approccio che resta sempre nella stretta logica del prima e del dopo e veda nel glorioso passato europeo non un terreno fertile cui attingere per innovare, divenire e costruire, ma un recinto sicuro da &#8220;difendere&#8221; in modo sterile. Perché quanto ciò asseriamo sia chiaro, ricorriamo qui ad uno dei massimi esempi in ambito letterario, religioso e civile, Dante Alighieri, la cui opera &#8220;De Monarchia &#8221; si rivela particolarmente attuale per lo scenario contemporaneo. Riprendendo il ragionamento sillogistico tipicamente aristotelico, Dante, ancor prima di addentrarsi nella famosa questione del suo tempo circa i ruoli del potere spirituale e di quello temporale, asserisce che l&#8217;Impero è necessario al bene e alla salvezza del genere umano, come unico garante di Pace. Il Sommo partiva dal presupposto che come l&#8217;uomo si sviluppa nell&#8217;intelletto quando può vivere in pace, e siccome l&#8217;uomo non è esso stesso un tutto, ma una parte di qualcosa di un genere ben più ampio, come una città garantisce pace e prosperità tra villaggi, come un regno la garantisce tra le città, così è necessaria una Monarchia universale, ovvero un Impero, che tenga uniti regni diversi. Tuttavia, e qui è bene essere estremamente precisi, per evitare qualsiasi strumentalizzazione, quel che Dante intendeva con universalità non coincide affatto con ciò che odiernamente si intende. Fondamentalmente per Dante impero universale significava unità del mondo allora conosciuto, comprendente tutta l&#8217;Europa, l&#8217;Asia Minore e il Nord Africa. E, a proposito, di tutto e di parti, il perché di questo, si comprende bene osservando anche la conformazione generale dell&#8217;Orbe terracqueo. L&#8217;Europa è il centro tra Est e Ovest. E il mondo romano tra Nord e Sud. Organicità quindi non era affatto qualcosa di teorico, ma un che di assolutamente concreto. Avere pace e stabilità significa esercitare autorità e potere militare su un territorio che sia armonicamente rapportato rispetto al Centro. Quel che è stato il grande motore di tutta la storia, ovvero l&#8217;eredità romana e germanica è un fatto assolutamente naturale, dettato dalla possibilità di essere in linea mediana rispetto al Nord e rispetto al Mediterraneo. Chiunque parli di posizione strategica dell&#8217;Italia nel Mediterraneo, non può prescindere dal suo sviluppo in primis pienamente europeo, come fra l&#8217;altro tutta la storia dimostra. L&#8217;Italia è quel ponte che da modo all&#8217;Europa di avere un ruolo strategico nel Mar Mediterraneo. E il fatto che oggi il mondo sia in totale caos con l&#8217;Europa stretta a tenaglia tra Ovest ed Est non è casuale. Tutto è simbolico, compresa la geografia. Se essere virtuosi significa essere centrati e radicati al tempo stesso, senza cedere a nessuna visione orizzontalmente estremistica e omologante, cosa che precisamente rappresentano i modelli politici e culturali occidentali e orientali, non si può che vedere nell&#8217;Europa, oltre che per tenuta interiore e rispetto di ciò che si è, il naturale approdo. Questo certo non implica annullamento di ciò che ci ha preceduto. Chiunque creda che unità europea significhi tornare a stadi prenazionali o chiunque ancora si faccia fascinare da modelli decentralizzati è totalmente fuori dal tempo. Una sana unità vuol dire che L&#8217;Europa deve occuparsi di tutto ciò che riguarda noi europei nell&#8217;integrità generale della politica estera militare ed economica, lasciando autonomia a tutto ciò che non necessita di centralismo, secondo il principio di Unità nelle differenze. Questo può implicare ovviamente, anzi, il nostro auspicio è che ciò avvenga nel lungo termine, anche recupero di territori e identità locali, nonché superamento di quanto di più deteriore abbia provocato negli ultimi secoli l&#8217;impostazione liberale, illuminista e giacobina dello stato, purché si tenga presente che non si può far finta che questi avvenimenti mai si siano verificati. Tutto quel che succede influenza le generazioni presenti e future. Quel che si può fare è correggere le storture avendo un sano senso della realtà e avendo presente prima quel che è più necessario e fondamentale. Per vivere oggi e perché la nostra civiltà sopravviva, perché si trovi un modello sociale realmente alternativo a quello ora in vigore, l&#8217;unità europea è il primo passo. Per tornare poi al discorso che operava Dante, mutatis, mutandis, l&#8217;analogia è incredibile a proposito di tradizione e innovazione. Egli usa un argomento aristotelico, eppure all&#8217;epoca di Aristotele il massimo politico che i greci concepivano era la polis. Ai tempi di Dante molto era mutato, tanta acqua era passata sotto i ponti, compresa la conversione dell&#8217;intera Europa al Cattolicesimo. Ciononostante, l&#8217;intero ragionamento aristotelico continuava ad avere valore e i nuovi assetti politici non avevano annullato quelli precedenti, dalla polis alla famiglia. Se davvero si vuole essere fieri della propria civiltà e autenticamente rispettosi dei propri antenati, invece che concentrarsi sui fatti avvenuti, li si prenda come esempio nello Spirito. L&#8217;Europa unita non c&#8217;è mai stata, esattamente come prima di Alessandro Magno non vi era mai Stato l&#8217;idea di regno, Prima di Roma l&#8217;idea di Impero e prima di Dante l&#8217;idea di Impero che trovasse armonia tra potere spirituale e temporale. Quel che conta non è se i fatti siano accaduti ma se possano accadere e se l&#8217;atteggiamento rispetto a ciò che ci ha preceduto sia di sano e continuo sviluppo coerente rispetto ad eterni valori oppure mera negatività distruttiva, che evidentemente non può essere sconfitta da chi immagina di cristalizzare il tempo e crearsi un giardino idilliaco di confortante alienazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Ferdinando Viola</strong></em></p>
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