KULTURA

IL RACCONTO DI BERNANOS JR TRA AVVENTURE DI MARINERIA E FANTASY

Dopo più di 50 anni dall’ultima edizione Bompiani, nell’ottima collana “Il Pesanervi”, Edizioni Hypnos riporta meritoriamente in libreria “La montagna morta della vita”, racconto postumo di Michel Bernanos, figlio del più noto Georges

FONTE: https://www.barbadillo.it/106872-aspide-il-racconto-di-bernanos-jr-tra-avventure-di-marineria-e-fantasy/

Dopo più di 50 anni dall’ultima edizione Bompiani, nell’ottima collana “Il Pesanervi”, Edizioni Hypnos riporta meritoriamente in libreria “La montagna morta della vita”, racconto postumo di Michel Bernanos, figlio del più noto Georges. Figlio d’arte, morto suicida a 41 anni, come un altro Georges – Simenon – scrittore di romanzi d’avventura esotici e di polizieschi, Bernanos firma un romanzo breve (o racconto lungo) che, almeno di primo acchito, sembra nettamente diviso in due parti: la prima è marinaresca, a metà tra W. Hope Hodgson, Stevenson e la ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge (con tanto di colonna sonora degli Iron Maiden), impregnata del folklore nordico dell’Olandese Volante, mentre la seconda è fantastico-fantascientifica, ma a suo modo anche post-apocalittica, un po’ “La via dei Re” di Malraux e un po’ “La strada” di Cormac Mc Carthy. 

A una lettura più attenta però la cesura, costituita dal naufragio del vascello su cui erano imbarcati i due protagonisti – il narratore e il vecchio cuoco Toine, ormai unici superstiti di tutto l’equipaggio – è piuttosto un trait d’union tra un genere di “orrore” e l’altro: se nella prima parte infatti l’orrore è quello che traspare dai topoi propri della narrativa piratesca (il “nonnismo” sui mozzi con tanto di giri di chiglia quasi letali, la fame, lo scorbuto, le liti tra marinai che culminano spesso in accoltellamenti e omicidi e infine l’immancabile cannibalismo, con la sua indelebile traccia morale e sociale che Selma Lagerlöf tratteggia così bene in “Bandito” e che ha aleggiato, spettrale, anche su una delle spedizioni polari del coraggioso Shackleton), nella seconda parte l’orrore si trasferisce “fuori” dall’uomo e “dentro” la Natura, una natura naturans da film di Indiana Jones, misteriosa e ostile, piena di fiori tropicali e liane carnivore, grotte buie, sabbie mobili e cieli grigi e purpurei, in cui alla predominanza dei regni vegetale e minerale corrisponde una totale assenza di quello animale – eccezion fatta per i due protagonisti errabondi, s’intende. 

E se questo è il ruolo che giocano nella trama i tre regni della Natura, che dire di Dio? Seppure sullo sfondo, la tematica religiosa tanto cara all’ingombrante e cattolicissimo padre dell’autore ritorna, insieme a una certa tendenza aforistica, nell’opera del figlio – forse anche suo malgrado – suscitando mixed feelings in chi legge come in chi scrive: il protagonista, oramai giovane adulto razionale, è quasi infastidito quando il buon Toine nomina ripetutamente quel Dio che credeva relegato nella sua infanzia, ma anche, più o meno figurativamente, l’inferno e il diavolo, elementi non a caso centrali in “Monsieur Ouine”. E d’altra parte anche un certo curato di campagna diceva “l’inferno è non amare più”…

Ciò che colpisce di più ne “La montagna morta della vita”, comunque, non è tanto la pletora di citazioni, omaggi e richiami letterari di cui il racconto letteralmente pullula, alcuni palesi, altri più velati e persino impossibili per ragioni squisitamente cronologiche, che Juan Asensio non manca di documentare nella ricca e ben argomentata postfazione (a quelli già citati possiamo aggiungere Philip K. Dick, il Gordon Pym di Poe, l’immancabile padre nobile delle terre incognite Lovecraft, perfino qualche dettaglio paesaggistico e… oftalmico della Mordor tolkieniana, nonché lo spesso misconosciuto “Le teste del cerbero” di Gertrude B. Bennett, e i “montanari esoterici” Daumal e Jodorowsky), quanto il fatto che la suddetta pletora di citazioni non appesantisca di un solo grammo la freschezza e la genuinità della narrazione, che mantiene il suo ritmo serrato e il suo potenziale immaginifico capace di appassionare il lettore, a prescindere dalla sua età e dall’ampiezza della sua biblioteca, conducendolo per mano fino al finale, inevitabilmente nient’affatto lieto, ma non privo di una residua stilla di umanità. Senza contare l’intrinseca modernità di un mondo “green” che, ben lungi da qualsiasi prometeismo, decentralizza e anzi, marginalizza l’uomo e le sue opere… piacerebbe anche a Greta Thunberg!

*“La montagna morta della vita”, racconto postumo di Michel Bernanos per Hypnos, euro 15,90

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