POLITICA

DESTRA TERMINALE ADDIO – PARTE XVIII – La destra terminale prende congedo

di Gabriele Adinolfi

segue da PARTE XVII

LA DESTRA TERMINALE PRENDE CONGEDO 

Europa, sovranismo bottegaio, Euro, Bruxelles, post-democrazia, Costituzione: nulla di condivisibile. Sull’invasione russa in Ucraìna una larga fascia è chiaramente colpevole perché complice, anche se esistono eccezioni per motivazioni storiche nazionali (Spagna, Francia, Serbia). Gli “opportunismi” politici schiacciano le scelte qualificate.
Il problema non è che la dstra terminale sbaglia, ma il come lo fa e il perché.
Un’anima in pena che vaga fuori dal tempo e dallo spazio e si spegne nell’infelicità. Rigenerazione selettiva, addio alle larve. 

È questa la ragione principale del loro anti-europeismo e della loro brama di Exit che, tra tutte le sballate posizioni che collezionano, è certamente la peggiore e quella con cui non si può miniamente comporre, ben più della filo-russa che ne è in realtà una conseguenza.
Alla base di questo posizionamento, che storicamente, idealmente e prospetticamente è il più antifascista di tutti in quanto in controtendenza sia con Mussolini che con l’intero movimento fascista e neofascista, sta proprio quell’odio verso ogni cosa che li circonda e, in molti casi, il rifiuto di ogni Genius, ivi compreso del Genius Loci. 

Ci sono enormi difetti nella società europea e nelle istituzioni europee, ma l’abitudine di liquidare l’Europa come il supporto e l’apparato delle banche, dell’lgbt, o della Germania, o come serva degli USA, non è soltanto una bestialità in sé, lo è perché non c’è alcuna ragione per la quale, accettato questo meccanismo mentale, non si dovrebbe uscire dall’Italia o dalla propria città, dato che i difetti di Bruxelles e Francoforte sono espressione dei difetti nazionali. 

Accusare la UE per le politiche migratorie poi è a dir poco miope, dato che più volte essa è stata mitigata rispetto a politiche nazionali, come l’italiana e alle volontà dell’ONU che ha anche tacciato la UE di razzismo.
Non sto qui a difendere la UE così com’è, anche se sono consapevole che la maggior parte dei suoi difetti non sono quelli che le attribuiscono i destroterminali che, anzi, alcuni non li hanno nemmeno colti. Del resto è palese che quasi nessuno di loro conosca le differenze tra Commissioni, Parlamento, Stake Holders e nemmeno sappia quali sono le disposizioni che emette Bruxelles, ma parlino per partito preso. 

L’Europa va rivoluzionata: non smembrata, non spezzettata, ma rivoluzionata.
Qui interviene la parola d’ordine degli accidiosi e di coloro che blaterare sì, ma rimboccarsi le maniche mai! Ripetono a pappagallo la formuletta: la UE non può essere riformata, è per questo che va abbattuta per poi, magari, costruire diversamente l’Europa. Come se la storia non avesse insegnato che una volta distrutta una dinamica non è possibile farla ripartire diversamente e che, quand’anche ci si riuscisse, il ritardo storico subito rispetto agli altri sarebbe incolmabile, come dimostra il nostro fallito processo di unificazione nazionale del Cinquecento.
Oltretutto è una baggianata perché la UE è in continua riforma; dite piuttosto che non sapete neanche di cosa parlate e che non avete voglia di mettervi in gioco ma vi basta vegetare nel personaggio che recitate nel quotidiano.
Per chi invece non sia un indolente non ci sono altre opzioni che rivluzionare l’Europa.
Si può aprire un confronto tra prospettive che vadano in tal senso, purché mantengano il rispetto dell’idea di coesione e di potenza o, in subordine, prevedano limitate formazioni di alcuni governi europei di punta che possano sopperire alle lentezze e ai laccioli dell’attuale compromesso eccessivamente democratico aggiungendovi soluzioni snelle che poi trascineranno il resto.
Se invece si pretende di spaccare tutto, favorendo così gli altri players e questo solo per via di un disagio acrimonioso, andando beotamente appresso alle sirene di pseudo-economisti falliti, peraltro tutti graditi alla City, prospettando d’altronde un avvenire obbligatoriamente disastroso in nome di un malinteso nazionalismo, allora proprio non ci siamo.
Oltre che proporre uno scenario paralizzante, servile e sciocco, con questo “sovranismo” si è finiti con il confondere ogni cosa, inventandosi un’ideologia nazional-bottegaia per la quale favorire la produzione e l’esportazione di un signor Brambilla rispetto a un Monsieur Dupont o a uno Herr Mayer, sarebbe patriottismo. Così non è, perché il capitale non ha patria, e semmai conta solo dove 

questo verrà speso o investito, ma il signor Brambilla lo farà all’estero come Dupont o Mayer.
A rendere nazionale la funzione del capitale interviene un insieme di dispositivi che, se spinti fino agli orizzonti corporativi, non sono più capitalisti. Ma pur ripetendo a pappagallo termini che non significano nulla, presi in prestito da falene del pensiero dietro cui pur si sbava mettendo in mostra la propria inadeguatezza, quali “turboliberismo”, tutte le proposte fiscali ed economiche che si masticano nelle sette ghettizzate del sovranismo sono ultraliberiste mentre si partecipa inconsciamente a una guerra di classe intra-borghese.
Le risultanze della destra terminale sono profondamente ironiche. 

È difficile contestare che la destra terminale non abbia azzeccato nemmeno un posizionamento. Questo però è vero più per il come le posizioni sono state prese (ovvero con l’antagonismo ottuso e la pretesa di definirsi sempre contro) e per le derive psicologiche e mentali che l’hanno trasformata in soggetto clinico, che non per le scelte in sé, che qualche fondamento avrebbero potuto averlo. 

Il No Euro ad esempio è stato qualcosa di grottesco che ha palesato una totale immaturità politica per almeno tre ragioni: i suoi sostenitori non hanno nemmeno percepita la guerra che gli è stata mossa da vent’anni dal Dollaro che si è sentito minacciato; non hanno compreso l’importanza di una valuta europea anche nei conflitti di potenza; gli hanno contrapposto una marcia indietro impossibile e che, così come è stata descritta dai brillanti “economisti” sovranisti, ci avrebbe ridotto in miseria. 

Non hanno pensato di muovere un’opposizione da riforma radicale per la trasformazione della BCE, dei criteri di emissione e della proprietà sociale e nazionale della moneta, come sarebbe stato necessario. Non si trattava di difendere l’Euro così come è ma di incalzarlo per il meglio, non di aiutare a sabotarlo per il peggio e assecondando gli interessi della Sterlina e del Dollaro. 

Non si doveva essere antagonisti ma riformatori radicali, con ambizione rivoluzionaria. 

La difesa dei diritti calpestati dei cittadini e delle fasce produttive durante i lockdown non doveva tramutarsi in un guaire alla luna in nome di diritti costituzionali e di centralità democratiche, peraltro immaginate secondo l’interpretazione della democrazia diretta stile demagogia oclocratica, alla pentastallata. 

Non si trattava nemmeno di avallare la svolta tecncocratica e autoritaria in atto, ma di contrapporle forme organizzative e nuove forme di potere sociale in una proposta politica post-democratica popolare e significativa. Ma questo sarebbe stato impegnativo e non avrebbe soddisfatto l’emotività eccitata degli antagonisti e degli emuli dei testimoni di Jeowa. 

La visione degli scenari mondiali, sia diegli attuali sia di quelli che il ghetto terminale si rappresenta nelle sue utopie a buon mercato, sono a dir poco soggettivi ed irreali. Come abbiamo visto si fondano sulla rappresentazione di un fronte del Bene contro uno del Male, per nutrire la quale esso si limita a prendere per buona (se lo dicono Russia o Iran) o per accettare il suo rovescio (se lo dicono i media occidentali) la propaganda elementare con cui si giustifica di fronte alle plebi sciocche, distratte, superficiali e ignoranti il complesso degli interessi inconfessabili e delle ambiguità inspiegabili. Mancandogli qualsiasi elemento ideale, simbolico o carnale su cui fondare la propria adesione al Male della favoletta, esso fa intervenire nella partita tre argomenti ai quali ciecamente crede, non perché lo faccia in realtà ma perché deve credervi. 

Da oltre vent’anni viene scomodata la Geopolitica che diventa la chiave di ogni cosa. Non è mai chiaro se per geopolitica s’intenda la politica che qualsiasi nazione deve perseguire a causa della propria geografia e a prescindere dalla sua forma istituzionale o se il conflitto perenne tra il Logos della Terra e quello del Mare. Qui si parte dall’archetipo Roma-Cartagine e ci si schiera per la Terra come se si stesse con Roma. Alla base di questa semplificazione sistemica c’era del vero che può anche essere riadattato. Che oggi gli USA siano assimilabili al Logos del Mare è corretto, che la Cina sia liquidabile come Logos della Terra è per esempio discutibile, come sarebbe stato per il Giappone del secolo scorso. D’altronde le cose sono sempre molto diverse dalle formule riassuntive; 

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Roma sconfisse Cartagine proprio sui mari e decisiva fu la Prima Guerra Punica, Dopodiché i cartaginesi si tramutarono in potenza terrestre, partendo dall’Iberia e se dopo tanti rovesci Roma li sconfisse nella Seconda Guerra Punica, lo dovette al suo dominio del mare che impedì le congiunzioni e i rifornimenti tra l’esercito invasore e la madre patria. Su questo concordano tutti gli storici specializzati ma, soprattutto, non ce lo ha detto un intellettuale pieno di sé bensì Annibale. La Seconda Guerra Mondiale non deflagrò per la Polonia ma prima, quando conquistammo l’Etiopia, fondammo l’Impero, ci affacciammo sull’Oceano Indiano e vincemmo la Guerra di Spagna, mentre Roma si andava allargando verso lo sfocio di Ostia e Mussolini pensava di farne la regina del mondo eurafricano, dottrina alla quale egli stesso si dedicò. 

Per geopolitica cosa intende il grosso dei terminali? Una fossilizzazione sull’antinomia Terra-Mare che è sempre stata imprecisa e che oggi è in gran parte rivoluzionata dall’intervento satellitare del Nomos dell’Aria come fece notare trent’anni fa Geminello Alvi? Oppure la scelta di una politica terrestre che ci vedrebbe eurasiatici piuttosto che eurafricani, ragionamento questo che sottintende una presunta omogeneità razziale raggiungibile piuttosto ad est che a sud, ma solo perché delle etnie e delle culture del sud e dell’est i più non hanno la minima percezione, neppure visuale ed epidermica. Così abbandonano del tutto l’ancoraggio italico e anche la visuale imperiale, a meno di non sottostare esclusivamente a quella germanica – però poi attaccano i tedeschi per l’economia e la finanza – o a quella russa o cinese. 

Quando invece chiamano in causa le motivazioni geopolitiche che impongono determinate scelte a qualcuno e le difendono, dimenticano un dettaglio di poco conto. Se la Russia ha invaso l’Ucraìna per ragioni geopolitiche queste riguardano la sua geopolitica non la nostra che c’impone di difendere l’Ucraìna, a prescindere da tutti gli altri motivi già ampiamente sufficienti. 

Un altro argomento a giustificazione dell’antagonismo astratto e delle utopie internazionali sta nel supposto scontro tra unipolarismo e multipolarismo, così come da propaganda del Cremlino. L’unipolarismo non esiste né esisterà mai perché è fisicamente impossibile e infatti le dottrine americane di potere che oscillano tra Kissinger e Brzezinski con richiami di Huntington, si fondano su di un multipolarismo asimmetrico, mentre la risposta russa punta ad una sostituzione dei canoni di controlllo e ad una chiara ristrutturazione maniacale e rigida dell’ordine mondiale. Un NWO peraltro che sta nelle teste di molti ma che è di fatto un Disordine Mondiale Organizzato, anche metafisicamente dominato dal Caos. Che lo si possa capire è forse troppo pretendere, ma se proprio ci atteniamo a spiegazioni più schematiche e più semplici, si notino le differenza tra Mosca e Washington su cosa effettivamente si basano, ad esempio nel WTO, per comprendere agevolmente che la Russia, scavalcata dai tempi nella ristrutturazione mondiale e lasciata indietro non solo da USA e Cina ma da India, Turchia, UE e Giappone, non un multipolarismo persegue bensì la difesa del suo potere malgrado le proprie incapacità, potere per il quale ha mobilitato tutto il mentale e tutte le risorse di filiazione sovietica, E propone soluzioni sovietiche di controllo. 

L’Unipolarismo comunque non esiste né mai è esistito, semplicemente non può perché delle leggi fisiche glielo impediscono. Anche su questo è intervenuta la distorsione del complottismo ottuso, quella stessa che ha creato l’ossessione del Governo Mondiale che “essi” (chiunque siano) progetterebbero di varare. È ridicolo, perché non solo non sarebbe realizzabile ma, qualora lo fosse, sarebbe fragilisssimo. Viceversa la governance mondiale sulla base dei CdA (sinonimi dei Soviet) è ben forte e stabile e riesce a mediare e sintetizzare costantemente la scissione e l’unità. La crociata contro un Unipolarismo che non c’è né potrà formarsi mai è già di per sé sufficientemente priva di senso. Altra cosa è l’Egemonia nel mondo multipolare asimmetrico, che dipende ovviamente dai rapporti di forza e dai legami consolidati da parte del player dominante. Per opporsi a quest’egemonia si dovrebbero rigettare gli schemi antagonistici che lo rendono stabile, sulla falsariga di Jalta e non reiterarli ché, al contrario si fa esattamente il suo gioco. 

I limiti dell’adesione a questa crociata inesistente non si esauriscono qui. Per che ragioni il ventilato Multipolarismo sarebbe meno sistemico o meno utile al potere capitalista e imperialista? Considerati i meccanismi totalitari della democrazia, questo scenario alternativo e rivoluzionario rischierebbe di essere ancor più liberticida, e il progetto indiscutibilmente neo-sovietico che i russi 

hanno espresso sulla sua riforma strutturale lo confermano.
Soprattutto, però, manca la considerazione di base: in nome di cosa ci si schiera per uno scenario piuttosto che per un altro? Che ruolo si è immaginato per noi Europa – e per noi Italia – in questi mutamenti internazionali? Più che dire che i nostri interessi non sono quelli americani e pretendere, erroneamente, che questo atteggiamento “”multipolare” sarebbe antiamericano, non viene espresso nulla. Perché, così come il loro antiamericanismo è imbevuto fino al midollo di schemi americani, l’antiglobalismo dei terminali è a sua volta profondamente global. Si possono identificare in qualsiasi modello esotico o in qualsiasi personaggio estraneo, mediante una xenofilia sorprendente in un ambiente che al contempo rifiuta l’immigrazione. Insieme alle contraddizioni palesi e inesplicabili che accompagnano un’incapacità di intelligere autonomamente e di esprimere un pensiero complesso, si manifesta chiaramente la mancanza di visuale a partire da un punto preciso, da una precisa appartenenza etnica e culturale (ma poi fanno i razzisti…) e, come già abbiamo visto, di fede, di fiducia e di prospettive che non siano tifose e servili, comunque delegate nella diserzione alla lotta e all’impresa. 

Infine è intervenuta la “dedollarizzazione”. Il conflitto in atto sarebbe stato prodotto dagli USA per salvare il Dollaro da una dedollarizzazione inevitabile che si dovrebbe realizzare intorno al BRICS. Senza soffermarci sul fatto che i players del BRICS hanno orientamenti e interessi ben diversi tra loro e spesso legati a quelli occidentali, è proprio l’impianto a essere campato in aria. 

La dedollarizzazione, se ci sarà, verrà da un insieme di fattori, il primo dei quali è legato alle criptovalute e al mining, ovvero si collega a uno scontro tra poteri e centri di detenzione di fonti energetiche. Non sappiamo quanto questo scontro sia reale, ma precede la guerra in Ucraìna e non vi è legato se non in minima parte (il cobalto del Donbass per frenare noi). 

Se invece pensiamo a concorrenze geo-economiche, il confronto Dollaro-Yuan è attivo, ma i geni di casa nostra, così implicati nei cavoli altrui, hanno dimenticato che da almeno venti anni il Dollaro è minacciato nella sua egemonia sui mercati dall’Euro e che vi ha reagito con guerre, insurrezioni, attentati, colpi di stato a non finire. Però difendere l’Euro non avrebbe fatto né farebbe rima con l’uccidere il padre, quindi ci si mobiliti sì, ma per lo Yuan! 

En passant cito l’ultima panzana di casa terminale: la guerra tra il sangue e l’oro. A parte il fatto che il sangue eventualmente è quello ucraìno, l’oro va identificato nella sparata di Putin per cui vi legherebbe il rublo. Non credo che lo farà ma, anche fosse, chi pensa che questo sia il ritorno a un’economia sana e non speculativa ha mangiato pesante. Il Dollaro è stato legato all’oro fino al 1971, quindi la finanza ha sconfitto i popoli e anche l’emissione monetaria alternativa tedesca, proprio con l’impianto che Mosca lascia intendere di voler recuperare. Il corso dell’oro è fissato dalla piazza finanziaria per eccellenza, la City. Non solo la scelta propagandistica del Cremlino è per il momento parolaia ma non incide affatto sul fondamento sistemico. D’altronde metterebbe a rischio la Russia di farsi fagocitare da chiunque perché quando Nixon mise termine alla convertibilità lo fece per un motivo ben preciso: la Francia di De Gaulle rastrellava dollari sui mercati e chiedeva agli USA di riprenderseli pagando l’equivalente nominale in oro. Anzi, con un accomodamento propagandistico, Parigi si sarebbe accontentata della metà. Questo avrebbe messo in ginocchio l’America, figurarsi cos’accadrebbe oggi della Russia! 

Infine la maggioranza delle posizioni sulla guerra in Ucraìna sono state sballate e fondate su scenari immaginari. Ma questo non vuol dire che non ci si dovesse impegnare per superare la guerra e per cercare vie di uscita che salvaguardassero gli interessi europei, non solo in senso energetico ma per esempio per la complementarietà economica russa rispetto all’indotto italo-tedesco. 

Peraltro la spaccatura totale tra Russia ed Europa non è l’ottimale, anche perché si repercuote in scenari africani e mediterranei, e, sulla base di queste considerazioni, e non d’infatuazioni per Putin, Kirill e Frankenstein o della favola alla rovescia nella quale la cattiva è Biancaneve, un atteggiamento ragionevole e costruttivo per il futuro non sarebbe stato inaccettabile. 

A determinare una spaccatura irreparabile tra diversi ambienti d’area non è stata tanto la scelta pro- russa di alcuni, quanto la mentalità con la quale è stata presa e la disinvoltura con cui sono stati 

effettuati alcuni crolli etici inaccettabili, che potranno anche essere perdonati con magnanimità ma non di certo dimenticati, dato che dimostrano il valore intimo e messo a nudo di qualcuno e sono segnali che indicano che in futuro questi cederanno ancora.
Tra l’altro alcuni sono stati fantastici: nel sostenre la causa russa hanno parlato con la stessa mala fede e con le medesime ipocrisie insolenti con cui si esprimevano i comunisti all’indomani dell’invasione di Praga, che, peraltro fu molto meno sanguinosa di questa. Altri, consapevoli dello strappo che stavano compiendo, hanno fatto ragionamenti astiosi sul neofascismo, tipici di chi sa di tradire ma intende accusare di tradimento chi non lo fa per sentirsi così tranquillo con la coscienza; dei ragionamenti che sono la copia carbone di quelli dei venticinqueluglisti. In una botta sola sono stati capaci di impersonare la peggior fauna del 1943 e qiuella del 1968 in un’autentica trasversalità della miseria umana. 

La ciliegina sulla torta l’hanno poi messa i “pacificatori” che fanno la rima con i paciffisti degli apparati sovietici occidentali. D’altra parte dalla Lubjanka il discorso e i metodi non sono mai mutati, la società non è più ispirata al socialismo reale, questo è vero, il che non osta la proprietà privata, in compenso favorisce oligarchie del denaro e non impegna più lo Stato a dare tetto e lavoro a ogni cittadino. La mentalità dal canto suo non è mutata di una virgola perché gli apparati hanno, tutti, una propria intelligenza collettiva come certi insetti e i loro riflessi non cambiano mai. Su un paio di cose i sovietici erano maestri e, per quanto ridimensionati nel loro raggio di azione, gli apparati russi lo sono ancora: da un lato la disinformazione e la sovversione mentale e linguistica; dall’altro la prassi che si svolge in una formidabile discrezione con ossessione di segretezza. Per il primo punto si tenga sempre presente che quello che denuncia Orwell nel 1949 e che preannuncia il programma della CIA MK ULTRA, era già stato attivato dai Soviet nel 1920, cioè un trentennio prima. Sarebbe stata una costante: la concezione e il varo di sovversioni da parte russa e poi l’intervento americano nel metterle in atto più efficacemente per via di un’intelligenza meno rozza, dovuta al rapporto con società più evolute e sofisticate di quella edificata sui mugichi. Per quanto concerne l’organizzazione capillare e maniacale dei russi, si pensi a quando nel 1946 il funzionario sovietico dell’Ambasciata di Ottawa, Gouzenko, passato all’Occidente, rivelò come l’URSS fosse entrata in possesso dei segreti nucelari tramite le sue spie ad altissimo livello. Con i dati in suo possesso ci volle abbastanza tempo per smantellare solo parzialmente la rete in cui militava e che faceva capo al colonnello Zabutin. Una delle cinque reti spionistiche, a dire di Gouzenko, attive in Canada e nemmeno la più importante. Nessuna delle reti era in contatto con le altre e solo a Mosca ne conoscevano la composizione. 

Permangono attive, perfino dagli stessi palazzi di allora, strutture di disinformazione e di arruolamento sovversivo, che si sono illustrate – esattamente come alcune strutture americane – durante la Covid per strumentalizzare i No Vax, non sulla questione in sé, ma nella partita a più players sulla geopolitica dei vaccini e sulle tempistiche della ripresa economica, che, una volta ripartita da noi, è stata nuovamente bloccata dall’attacco russo all’Ucraìna e dalle speculazioni sull’energia. 

In maniera più “light” e meno “esoterica” si è però articolata la tecnica para-spionistica nel dopo Gorbaciov. Esistono strutture basate in Occidente e divise settorialmente per target, indirizzate alle sinistre, alle destre, a Visegrad, alla Germania (via Stasi) e via dicendo. Esse fanno capo ad oligarchi, tutti ex (?) dirigenti dei servizi russi o loro figli. Così, visto che parliamo delle destre terminali, queste sono impigliate nella rete di Konstantin Valeryvich Malofeev, istitutore della Fondazone San Basilio il Grande, impegnata a raccontare alle destre la “verità” sulla Russia che esse vogliono sentire. Il che non è un inedito perché, dopo l’invasione di Budapest nel 1956 e l’isolamento dei comunisti in Occidente, da Mosca si articolarono appunto propagande diverse con target variegati (socialisti, cristiani, democratici e perfino nazionalisti) e fu allora che partì la balla della Russia in difesa dei popoli bianchi: una balla poi evoluta con il tempo. Alexander Dugin, figlio anch’egli di un alto funzionario dei servizi, presta la sua opera all’interno della struttura di Malofeev. Ragion per cui, chi vuol senirsi prendere in giro per delegare una speranza, dato che non è in grado di contare su se stesso, si appecorona alla propaganda moscovita senza chiedersi nulla su di essa. Dalla Lubjanka il discorso e i metodi non sono mai mutati, lo sono, forse gli utili idioti che li 

ricevono e che li ripetono. Dico forse perché – qui mi marxianizzo un pochino – non dobbiamo dimenticare che le fasce sociali insoddisfatte di ieri erano attratte dalla sinistra e oggi dalla destra ed è possibile che sia solo un involucro soggettivo e di poco conto quello che distingue gli utili idioti in questione da una generazione all’altra. 

Ergo, se questi destroterminali sono identici ai comunisti, ai pacifisti e ai cattocomunisti di allora, essi sono il problema, molto di più della scelta emotiva che hanno operato.
Non è stata tanto la questione in sé a mostrarsi dirimente, quanto il come è stata vissuta. D’altronde, giacché questo conflitto ha acuito in maniera esponenziale la tendenza a rinchiudersi nel delirio, è palese che a molti sono saltati i fusibili e sono divenuti ormai irrecuperabili anche per se stessi. 

Non tutti i filorussi sono stati affetti da questa patologia, benché essa ne esprima tendenzialmente la posizione collettiva. Non è il cosa, ma è il come a rappresentare uno spartiacque decisivo. Il come etico e il come neurologico, direi.
Ben venga allora un dibattito costruttivo con chi ritiene che in qualche modo si debba operare per raggiungere la pace e ricucire con Mosca. Un dibattito possibile solo se vengono mantenute tutte le premesse necessarie, in mancanza delle quali esso non ha alcun senso né alcuno scopo costruttivo. La Russia, esattamente come ogni altra nazione, dev’essere considerata nell’ottica degli interessi europei ed è dall’Europa e in nome dell’Europa che si deve ragionare. 

Esistono poi singole tradizioni politiche di alcune nazioni che possono giustificare un tepore nella visione europea, perché sono legate a storie precise. In Spagna il particolarismo iberico e le reminiscenza imperiale hanno sempre dettato singolarità; in Serbia un malinteso panslavismo lega ai russi benché questi abbiano costantemente tradito Belgrado; in Francia è ancora molto presente un sovranismo d antico stampo maurrassiano; in Germania abbiamo il mai risolto rapporto russo- tedesco: chi appartiene a quegli ambienti può essere istintivamente filo-russo. 

Per evitare schizofrenia ciascuno di loro deve però spiegarsi e spiegarci come possa sostenere la secessione del Donbass rifutando quelle della Catalogna, della Corsica o del Kosovo, la quale ultima era peraltro un’opzione prevista nella costituzione jugoslava e quindi l’unica legittimata tra queste quattro. 

Un’opzione filo-russa che non sia di per sé tradimento della cultura storico-politica di appartenenza è possibile nelle nazioni che abbiamo elencato e, per estensione, per il Belgio, e qui ci si ferma. Questo non assolve nessun tedesco, spagnolo, francese, serbo, fiammingo, dal non tenere in conto i fatti etici e le scelte ideali, ma lo può inserire nel novero dei ragionevoli con i quali si può costruire qualcosa, sempre che il suo ragionamento non sconfini nel delirio abituale. In Italia invece è arduo trovare una ragione storico-culturale o una tradizione che giustifichino una scelta che sembra dettata esclusivamente da rancore, ignoranza, estrema superficialità o psicopatia. Non escludo che qualcuno prima o poi la presenti, finora non mi ci sono imbattuto. 

Ben venga un dibattito costruttivo con chi ha una mente sana e una propsettiva accettabile, chi parte invece dal presupposto che la Russia, la Cina, Nettuno o un asteroide, debba intervenire a “liberare” l’Europa non è di nessun interesse. Né più ne meno di chi sostiene l’asteroide, Nettuno, la Cina o la Russia in nome di una patologica opposizione a un Male Assoluto che non può esistere per definizione. 

Qualunque proposta pacificatrice deve avere alla base l’etica, il senso di giustizia, il rispetto per chi si difende in armi dall’imperialismo straniero e non sognarsi minimamente di svilirlo per i propri calcoli.
Infine, tra tanti anti-globalizzatori uniformati e americanizzati nel cervello “antiamericano” per cui ogni cosa alla fin fine è uguale ad ogni altra cosa, non è lecito ignorare appositamente toni, espressioni ideologico-politiche e simboli adottati né scordarsi la storia delle parti in causa. 

Detto altrimenti: la questione russo-ucraìna può essere letta in diversi modi, del resto, come ci dicono costantemente i filo-Putin per giustificarsi, è più complessa di una semplice invasione imperialistica. Ovvio: tutto è sempre più complesso, ma i fatti incontrovertibili e palesi non possono essere stravolti. Sembra di essere in presenza del giustificazionismo miserabilista della sinistra sulle ragioni che inducono a delinquere. Quali che siano, non si possono mai confondere il criminale con 

la vittima e metterli sullo stesso piano. Tra l’altro chi lo fa oggi a proposito di Russia e Ucraìna è quasi sempre anche un sostenitore della proposta di legge per la quale è lecito uccidere chiunque violi la proprietà, a prescindere dalla minaccia che costui rappresenta per chi spara. Della serie: l’unica coerenza sta nell’incoerenza. 

Comunque stiano le cose, uno sforzo pacificatore va operato nella dignità, nel rispetto e con un senso di giustizia. Qui però pongo una domanda a coloro che, per impazienza o per calcolo materiale, considerano indispensabile un accordo con Mosca a guerra finita. Come pensano di poterlo realizzare senza spaccare l’unità europea, senza mettersi contro l’intero insieme dei popoli del nosrto est? Il che non sarebbe soltanto deleterio in termini di politica e di potenza, ma perfino per la nostra macchina economica. Pacificare si dovrà ma non a qualsiasi prezzo e se si vuole iniziare un percorso graduale, ragionevole e prospettico di ricucitura, lo comprendo, perché sarebbe, finalmente, un cambiamento dal tifo per il massacratore. 

Tutto questo però sottintende un abbandono dei canoni pregressi di settarismo antagonistico acrimonioso e incapacitante e dello stato patologico in cui versano animi e menti.
Ergo, è possibile per poche persone, il grosso essendo stato ormai formattato in modo psico-settario. 

Per queste ragioni mi sento di sostenere “destra terminale addio”, non perché io stia tagliando i ponti con essa, cosa che già avevo fatto oggettivamente da quando è nata, ma perché ormai si trova alla deriva completa per non aver saputo cogliere il cambio epocale in campo sociologico, politico, istituzionale, internazionale, sì da non avere più alcun posizionamento né prospettiva e perché le turbe del pensiero settario definitivamente impazzito stanno sempre più esprimendo profili da 104. La sola cosa che spiace è che in questo carrozzone privo di orientamenti sono presenti tante persone in cerca di risposte e si tratta di persone che non sono ancora deviate. Purtroppo chi guida tribu, clan e associazioni è troppo preso a soddisfare gli impulsi facili della base invece di orientarli e lascia così l’insieme alla mercé del peggio, perché se la logica è massificata, vi prevale sempre il passo del più lento e il cervello del più scemo. Così assistiamo a posizioni illuminanti di élite che vengono negate e soffocate nelle espressioni ufficiali della sua stessa scuderia. Dato che da anni la politica è diventata amministrazione degli interessi tribali, o, se vogliamo usare un eufemismo, comunitari, si perde il tempo dietro a obiettivi di piccolo cabotaggio, prigionieri delle trattative tattiche e degli opportunismi, solitamente più inseguiti che soddisfatti. Fino a quando non interverrà un cambio coraggioso e radicale di mentalità, senza accomodamenti, sarà arduo immaginare un nuovo percorso che nulla abbia a che fare, per spirito e mentalità, con quello che ha condotto in questo buco nero. Nessuno è esente da colpe. 

La destra terminale prende dunque congedo con il mondo e con se stessa, avvitandosi sempre di più nel suo sprofondare. Ogni giorno che passa cresce lo iato tra il reale e la rappresentazione che essa se ne fa e il credito destroterminale scema perfino nei riguardi dei terminali di ogni tipo che si disarticolano a loro volta come formicai avvelenati e impazziti; sembrano degli agonizzanti insetti a cinque stelle. 

L’ultima svolta sociopolitica che in linguaggio turbato si definisce Gran Reset, ha talmente cambiato le cose che mentre il formicaio impazzito agonizza, coloro che i destroterminali ritengono abbiano usurpato il loro posto nel captare simpatie e voti, sono chiamati a cercare sintesi inevitabili di politica e di governo, nelle quali potrebbero perdersi per scarsa coscienza di alterità, L’avvitamento ormai palese alla loro destra intanto non può avere che un esito: l’aumentare dell’estremismo dell’acredine e dello scatenarsi – più sul web che fisicamente – di haters che pronunciano scomuniche e auspicano catastrofi cogliendo segni di un disastro globale sempre più imminente e di un vaneggiato risveglio angelico-vendicatore di massa dietro l’angolo: di eccitazione in eccitazione la destra terminale, anzi terminante, collezionerà disillusioni e più si isolerà, più singole sette virtuali si odieranno e scomunicheranno a vicenda. Infine gente infelice e sbandata produrrà drammi a se setessa in esistenze personali prive di serenità e di equilibrio e soggette a seri rischi di demenza. La logica di setta moltiplicherà intanto, e a prescindre dal loro comportamento, le accuse di tradimento non si sa fondate su cosa né in nome di quale ortodossia o superiorità etica. 

Ma la setta maledice chi non è della setta specie se inteso concorrenziale alla setta; non s’interroga sul perché lo maledice e ancor meno su se stessa perché, se dedicasse un po’ del suo tempo all’introspezione, rischierebbe di accorgersi che non è niente, anzi non è.
D’altronde nel suo rapporto malato con i traditori del momento essa alterna agli insulti la questua con il piattino in mano per ottenere dagli stessi soldi o posti di lavoro in nome di un dovuto che non si sa da cosa nascerebbe. Non accade mai che gli irriducibili provino a cogliere un’occasione istituzionale non per prendere ma per dare disinteressatamente, per offrire idee, proposte, soluzioni o progetti per il bene di tutti e che non debbono ostentare il marchio di fabbrica o portare vantaggi a chi si vuole duro e puro, ma che di puro raramente ha qualcosa e di duro talvolta il cervello. 

Ma poi, per proporre soluzioni, progetti o idee bisogna esserne provvisti. C’è qualcuno?
Non buona per il re né per la regina, la destra terminale non ha alcuna proposta sua, rimastica quelle degli scarti delle altre culture politiche mettendosi a fare la corte a comunisti falliti, nostalgici azionisti, santoni di religioni ibride e sincretiche (i Fusaro, i Meluzzi, i Mori, i Dugin, solo per citare i più gettonati nel jokebox, che ho scritto così e senza refuso). Non vive come parte di un popolo e non s’immagina come innovatrice ma come castigatrice di costumi (altrui) e zitella bigotta.
Non sa cosa significhi Amore ma solo Rancore. Non ha più alcun ruolo, neppure immaginario, cui aspirare perché la realtà è impietosa e la piena del fiume mette fine alla vita effimera degli insetti che hanno campicchiato in riva, volticchiando appena appena sopra il fondo paludoso.
Per la sua acredine e per i suoi astrattismi preoccupanti si potrà dire di essa, parafrasando Marx ed Engels, ma in tutt’altro significato, che “un fantasma si aggira per l’Europa”. Non un fantasma perché faccia terrore, ma perché si tratta di un’anima in pena che odia la vita in quanto non è più incarnata e vaga senza fine né speranza. 

Fino a qualche tempo fa il cosiddetto ambiente metteva in mostra carenze enormi nei propri effimeri tentativi politici, che si trattasse di metodologia, analisi, linguaggio e, immancabilmente, di assenza di strategia. Ci siamo impegnati incessantemente per imporre svolte, anche minime, settoriali, temporanee, che hanno avuto anche effetto per periodi brevi e in campi limitati o, almeno, hanno lasciato qualche elemento di autocritica alla portata di tutti. 

Da un paio di anni in qua non si tratta più di questo. La disinvoltura, l’improvvisazione, il particolarismo, l’individualismo, l’opportunismo immediato, sono difetti tipici dell’antropologia di destra cui restano legati i più, e forse soprattutto quelli che rifiutano l’etichetta di destra senza avvedersi che proprio loro ne collezionano le peculiarità negative. Il fascismo e la gran parte delle rivoluzioni nazionali non furono però opera di uomini con mentalità di destra e questo è il principale gap storico-politico con cui facciamo i conti. 

Ma oggi si è passati direttamente allo stadio dell’astrazione malata e della camicia di forza: il problema diventa collettivamente insolubile e può solo produrre rinascite e rigenerazioni ristrette e selettive, obbligate peraltro – direi fortunatamente – a essere aperte al mondo e non inchiodate all’entropia. 

Con che mentalità agire, con che metodologia, con che prospettive, con quali obiettivi lo si ripete da anni ormai, basti rileggere, per esempio, i documenti politici Sorpasso neuronico, Aquarius e Anticorpi, Non è questo il contesto adatto, qui è stato comunque detto l’essemziale e, aggiungo, che si continua a fare l’essenziale in una fatica di Sisifo che conosce la variante di più di un masso che giunto alla cima non è rotolato giù. L’unico supplizio ancor in vigore, per quanto mi riguarda, è quello di Prometeo che si vede divorare il fegato, non da un’aquila però, ma dalle galline. 

Ma ci sono massi che non precipitati a valle possono rivelarsi utili per una nuova fondazione con tutti i crismi. 

So perfettamente che si susseguono le iniziative in controtendenza come era evidente che sarebbe accaduto e sono orgoglioso di avere svolto e di continuare a svolgere una funzione in questa rigenerazione, silenziosamente ma inesorabilmente in atto. Affinché il futuro non sia caratterizzato da acredine e turbe mentali vissute ed esaurite interamente in un cul de sac, è necessario che chi ne è in grado ritorni a ragionare secondo la mentalità da cui pretenderebbe di essere stato generato. 

È al tempo stesso proibitivo, semplicissimo e indispensabile.
Ma si parte solo con una boccata d’aria pura, dalla riscoperta dell’ironia, dell’empatia, della carnalità, dalla rimozione dei concetti fossilizzati, dei tabù e dei dogmi incapacitanti. Perché l’attuale morte cerebrale, politica e spirituale, irreversibile per parecchi, è il risultato di un processo che è partito dall’auto-emarginazione e dall’assunzione del negativo. Un negativo in quanto negazione che pretende di farsi affermazione negando e, ovviamente non ci riesce, ma anche come nagatività mentale e spirituale. Niente più “Me ne frego” da troppo tempo.
Ogni tanto ripenso a un libro di testo del mio liceo in cui cinquant’anni fa era stato inserito uno studio americano sulla psicologia del fascista. Ne venivano fuori dei repressi sessuali, con poca capacità comunicativa, ossessionati dal padre forte e/o dall’assenza del padre, figura con la quale non avevano fatto i conti. Mi sbellicai dalle risate perché non ce n’era uno che fosse uno, tra quelli che conoscevo, che avesse una qualsivoglia similitudine con quest’immagine. Oggi non è più così e alla domanda lecita la risposta è purtroppo semplice. Quelli che gli americani definivano fascisti erano i sociopatici che si aggrappavano a simboli forti per celare la propria fragilità e con cui sfogare la propria acrimonia: di fascista non avevano assolutamente nulla. Americanizzandosi la società (ma potremmo dire occidentalizzandosi o russificandosi perché ormai è la stessissima cosa) molti prodotti marginali si sono creduti fascisti e hanno occupato uno spazio nel quale, tataggi o riferimenti storici a parte, i fascisti sono una minoranza separata in casa.
Non è solo questione ideologica ma esistenziale. Invece di essere rancorosi, rivoltati, rabbiosi, si deve ripartire dalla gioia di vivere, anche e soprattutto nelle avversità, anche e soprattutto nell’affrontare il Fato, così come perfettamente ha descritto Hans Friedrich Karl Günther in Religiosità Indoeruopea.
Porre al centro l’Essere, la Forma, la formazione, la coscienza di cosa si è, le gerarchie valoriali e naturali, il principio, lo stile, la disciplina, il disinteresse personale e di gruppo, essere animati da Amor e da volontà creatrice, per una rivoluzione creativa.
Si può e qualcosa s’intravede; non saranno in molti a prendere il volo, troppi sono irrecuperabili alla vita e all’intelligenza e perfino a qualsiasi genere di lotta. Malgrado tutto spiace per loro ma così dev’essere e così sarà. 

FINE

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