ESTERI E GEOPOLITICA

L’EUROPA E QUELLA MINACCIA SOTTOVALUTATA DELLE NO GO ZONE

FONTE: https://insideover.ilgiornale.it/societa/l-europa-e-quella-minaccia-sottovalutata-le-no-go-zone.html

No-go zone, ossia area ad accesso vietato, anglicismo che sta poco alla volta entrando nel vocabolario degli italiani e, in esteso, di buona parte degli europei. Specifico è il loro significato: quartieri che, oltre a presentare un’alta concentrazione di attività criminose, possiedono altre peculiarità, tra le quali la repellenza alle forze dell’ordine, la composizione etnica variegata e la maggiore esposizione a fenomeni terroristici e di radicalizzazione religiosa.

No-go zone, quartieri in cui gli estranei, che siano dei semplici passanti o che indossino una divisa, è meglio che non entrino. E il cui sonno è meglio non spezzare, pena il loro risveglio violento e traumatico, come ricordano Francia 2005, Bruxelles 2006 e 2021, Rinkeby 2010 e 2017, Londra 2011, Stoccolma 2013 e 2017, Ellwangen 2018, Stoccarda 2020, Malmö 2020 e Digione 2020. No-go zone, uno scenario che, con una buona dose di lungimiranza politica, l’Italia ha mezzi e tempi per evitare.

L’Europa e la questione no-go zone

Espressione più esplicita ed espressiva del fallimento dei modelli di integrazione sperimentati dai paesi europei che per primi hanno avuto a che fare con l’immigrazione di massa, come Francia e Germania, le no-go zone vanno oggi espandendosi a macchia d’olio in lungo e in largo l’Europa.

I quartieri ad accesso vietato rappresentano un problema nella maniera in cui minacciano l’ordine sociale – come il crescendo di guerre urbane e sollevazioni incontestabilmente dimostra – e hanno le sembianze di zone grigie, anti-stati, in cui si intrecciano destini e interessi di crimine organizzato transnazionale, terrorismo e servizi segreti di potenze rivali. Potenze come la Turchia impegnata a infiltrare agenti provocatori, evangelizzatori e spie nelle sue diaspore, ivi costituendo delle cellule dormienti attivabili al momento opportuno per compiere omicidi, rapimenti o sollevazioni. O come la Russia, la cui lunga ombra aleggia nei quartieri ceceni sparsi per il Vecchio Continente.

Della questione no-go zone ne abbiamo parlato con Antonio Evangelista, veterano dell’antiterrorismo, oggi in pensione, con alle spalle una lunga carriera nell’Interpol italiana, ma distaccato in Giordania, in qualità di esperto per la sicurezza con compiti di analisi e consuenza, e già funzionario della Polizia di Stato con incarichi investigativi per le Nazioni Unite e l’Unione Europea nei Balcani.

Autore di tre libri basati sulle sue esperienze – La torre dei crani (2007, Editori Riuniti), Madrasse. Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa (2009, E.R. University Press) e Califfato d’Europa (2016, Iris Edizioni) –, con un quarto titolo in dirittura d’arrivo – Mediterraneo, scena del crimine (2023, Editori Riuniti) –, Evangelista è noto per aver isolato, nell’ottobre 2015, un tweet premonitore degli attentati del Bataclan.

Una delle principali minacce alla sicurezza dell’Europa è rappresentata dalla presenza al suo interno di una moltitudine di piccole enclavi, veri e propri etno-statai paralleli, che, dal Belgio alla Svezia, ne minacciano tanto la stabilità quanto l’integrità. Magniloquente, a questo proposito, il dibattito politico francese sul cosiddetto “separatismo islamista”. Trattasi di realtà afflitte da disoccupazione, degrado, potenti espressioni di segregazione sociospaziale, nelle quali è inevitabile, e per certi versi fisiologico, che proliferino criminalità e radicalizzazione. Perfetti bacini di reclutamento per crimine organizzato e terrorismo internazionale. Concentrandoci su quest’ultimo, mi chiedo e le chiedo: come si è arrivati ad un simile stato di alienazione sociale, semipermanente, che si traduce in rifiuti utilizzabili ad uso e consumo dalle organizzazioni terroristiche?

È fondamentale capire, dal punto di vista sociale, che Stato Islamico e Al-Qāʿida si sono fatti largo proponendosi come l’unica salvezza per molti giovani, musulmani e non. Il loro messaggio era chiaro: abbracciare una rivoluzione islamica globale, essere parte di qualcosa, portare la rivoluzione nel mondo.

Alla radice di queste scelte, certamente, si trovano ragioni diverse. E una di queste risiede in coloro che hanno vissuto esperienze di scacco, sudditanza, umiliazione, frustrazione, oggettivizzazione, e che nutrono progetti di riscatto destinati a tradursi in ipercompensazioni di segno uguale e opposto: distruggere colui o coloro che fino a ieri mi/ci hanno distrutto. È così che Al-Qāʿida, Stato Islamico e altri gruppi simili diventano viatico di rivolta e vendetta, che l’ideologia diventta paravento di giovani, anche istruiti, che scelgono la battaglia finale della loro vita per essere celebrati come eroi contro il sistema crociato. Le prime vittime dell’incantesimo del terrore sono persone che si sono inadeguate, frustrate, socialmente escluse, mortificate, arrabbiate. Si sfrutta la rabbia fornendogli un nemico e manipolandola.

Esistono schiede di giovani, disoccupati e inoccupati, furiosi quanto basta per guardare nella direzione sbagliata. Quanti di questi giovani guardano già al divo dei social media, il carismatico mujāhid che utilizza Facebook, Twitter e Instagram per mostrare com’è la vita all’interno del Califatto? Divenire parte di un’organizzazione famosa nel mondo come lo Stato Islamico dà un senso di appartenenza e orgoglio, mentre le teste si riempiono di fantasie non meno infide di quelle dei loro paesi. LibertéÉgalitéFraternité.

Tutto ciò sembra indicare che esista un identikit dell’abitante-tipo della periferia, ma non solo, che è più vulnerabile di altri all’evangelizzazione degli imam radicali o all’autoradicalizzazione.

I cattivi maestri cercano e confidano in quelle esperienze di scacco sociale, umiliazione e frustrazione per scovare potenziali martiri, che attraverso la conversione risorgono dalle miserie per costruire il loro riscatto. Si cerca la “sporca dozzina” confinata negli angoli oscuri della società, da glorificare per una frazione di secondo, quanto basta a premere il pulsante del paradiso. Su queste giovani menti, destrutturate e suggestionabili, tali insegnamenti sono devastanti e producono violenza e morte.

Così era nell’agosto 2008 a Bologna, dove operava una cellula di Al-Qāʿida, guidava dall’imam Khalil Jarraya, che addestrava kamikaze per l’Afghanistan. Khalil era un ex mujāhid della guerra di Bosnia, detto “il colonnello”, che predicava l’odio contro il paese che lo aveva ospitato e che nel 2005 festeggiava, al telefono, per gli attacchi avvenuti contro tre alberghi di lusso, compiuti da dei kamikaze, che fecero decine di morti (ndr, gli attentati di Amman). E così era anche per Nusret Imamović, che predicava il “suo Corano” in Bosnia facendo propaganda con Husein Bilal Bosnić, che prima del 2010 aveva già visitato l’Italia per convertire, reclutare e che più tardi fu condannato dai giudici di Sarajevo per aver arruolato giovani volontari per lo Stato Islamico.

Terrorismo islamista e crimine organizzato transnazionale, una collusione che è stata riscontrata in molte aree ad accesso vietato. Dal Belgio alla Francia. Quanto è datato questo tipo di rapporto?

Pensiamo a Senad Ramović, arrestato nel 2008 in Serbia, nel Sangiaccato, con quindici wahhabiti armati fino ai denti. Prima della guerra, lui, fece il bandito. Nel 1999, a Bologna, trafficava prostitute con il fratello. Erano una cinquantina le giovani donne, tutte dell’Est, segregate, seviziate e torturate.

Per quanto concerne il narco-banditismo, è sufficiente guardare ai sequestri di Captagon, la cosiddetta “droga del Daesh”, il “coraggio chimico”. I sequestri di Captagon si sono moltiplicati dal 2017 in tutta Europa, Italia compresa, oltre che in Giordania, Libano e Siria, peraltro col coinvolgimento dell’indotto del Califfato in precedenza occupato dalla macchina amministrativa del terrore.

Il fenomeno della “gangsterizzazione del terrorismo” si muove in entrambi i sensi.

Come e perché l’Italia è riuscita ad evitare, fino ad oggi, scenari di banlieuezzizazione?

Sicuramente, dal punto di vista sociale e politico, l’Italia è riuscita finora a evitare fenomeni di “ghettizzazione”, sviluppatisi invece nelle banlieue parigine e nei “Molenbeek” del Belgio. Queste realtà si sono dimostrate il miglior terreno di coltura dove fare proseliti e poi reclutare per la Jihād. E non vanno sottovalutati quegli imam itineranti che si muovono a caccia di rabbia e frustrazione dei più emarginati, o comunque di soggetti facili da irretire, quale che sia la ragione della loro predisposizione.

Le tecniche di manipolazione sono tante, variegate, cambiano a seconda del contesto e dei soggetti, e gli “uomini di fede” sono bravi a fare proseliti. Ecco allora che il reclutamento si basa sempre su valutazioni culturali, sociali e storiche dell’area e dei soggetti da reclutare. Se si è dinanzi a giovani di “buona famiglia”, studenti universitari come i terroristi degli attentati di Londra del 7 luglio 2005, che fecero 56 morti, si farà leva sul patriottismo di origine, rinfrescando storia, cultura e orgoglio nazionale. Se si è dinanzi a giovani delle classi sociali più modeste si farà leva sulla frustrazione derivante dalle difficoltà/impossibilità di integrazione sociale nel paese che ha ricevuto gli immigrati. E se si è in contesti sociali precari, con governi corrotti e oppressivi, senza futuro per i giovani, si farà leva sulla rabbia di un futuro non solo incerto ma financo impossibile da immaginare, facendo della ribellione una bandiera per il riscatto sociale e per un paese più giusto e “democratico”.

In Italia sembra mancare quel risentimento tra le comunità di immigrati che, invece, caratterizza ancora oggi alcuni paesi e le loro politiche estere e ciò è indubbiamente un vantaggio sia dal punto di vista sociale sia per le attività di prevenzione e contrasto degli organismi della sicurezza. Ecco allora che proprio il modello italiano potrebbe essere uno spunto utile a cui guardare per molti paesi europei che hanno manifestato grande interesse per il nostro CASA, che può essere un esempio di condivisione informativa ‘intelligente’.

Come si esce dal circolo vizioso di segregazione-radicalizzazione-esplosione che attanaglia le periferie multietniche dell’Europa; circolo che flussi migratori, dinamiche demografiche e miopia politica non fanno che alimentare ed esacerbare? Anche e soprattutto alla luce della possibilità che potenze ostili e attori nonstatuali sfruttino questi ventri molli e zone grigie per far sanguinare l’Europa.

Prevenzione, educazione e integrazione sociale; altrimenti qualcun altro è già pronto a reclutarli. E la crisi sociale ed economica che sta per abbattersi in Europa potrebbe essere l’occasione attesa da cattivi maestri e burattinai dalle menti raffinatissime, della quale potrebbero beneficiare indirettamente anche “paesi amici”, inclusi gli Stati Uniti, il cui ruolo, per usare le parole del professore e sociologo Pino Arlacchi, sarebbe passato «dal governo mondiale all’estorsione mafiosa, dove chi offre il servizio è anche il soggetto che crea la minaccia».

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