ESTERI E GEOPOLITICA

BRASILE, LA VITTORIA DIMEZZATA DEL VECCHIO SINDACALISTA LULA

La terza vittoria presidenziale dell’ex sindacalista metalmeccanico (è già stato numero uno a Brasilia nel 2002 e nel 2006) è anche la più fragile. Qui vi spieghiamo il perché

FONTE: https://www.barbadillo.it/106706-ay-sudamerica-brasile-la-vittoria-dimezzata-del-vecchio-sindacalista-lula/

«La sinistra riparta da Lula», ora commenterà senz’altro qualche intellettuale “prog” nostrano. L’anziano leader del Partito dei Lavoratori (PT) è stato infatti rieletto alla presidenza del Brasile scalzando di misura il discusso Jair Bolsonaro. In realtà, a ben vedere, la terza vittoria presidenziale dell’ex sindacalista metalmeccanico (è già stato numero uno a Brasilia nel 2002 e nel 2006) è anche la più fragile e non solo perché Luis Inàcio da Silva ora ha 77 anni e molto meno vigore politico davanti a sé rispetto a vent’anni fa. 

Il trionfo di Lula è una vittoria dimezzata, innanzi tutto perché arrivata di misura, con un risultato (50,9% contro il 49,1% del candidato di destra) che sancisce la spaccatura verticale della più grande democrazia sudamericana. Solo due milioni in più di brasiliani hanno scelto Lula (un numero esiguo su un totale di votanti di circa 120 milioni) e lo hanno fatto solo al fotofinish, dopo che per molti mesi l’ex sindacalista era stato dato quale sicuro vincente già al primo turno. Da notare che nella prima tornata elettorale, un mese fa, la differenza fra Lula e Bolsonaro era stata di quasi sei milioni di voti, in questo senso il recupero della destra è un campanello d’allarme per il nuovo presidente. E ancor di più lo è il fatto che si è pronunciata a favore dell’ex militare la parte più importante e produttiva del Paese (il centrosud), oltre alla regione amazzonica, il polmone verde del Sudamerica ma anche la “nuova frontiera” dell’agroindustria verdeoro. 

Inoltre in molti Stati (il Brasile è una confederazione) hanno vinto governatori del partito liberale bolsonariano o di movimenti a lui vicini, come il repubblicano Tarcisio de Freitas (anch’egli ex militare), che ha strappato lo Stato di San Paolo (il più importante del Paese, con i suoi 45 milioni di abitanti) al candidato di centrosinistra Fernando Haddad. Senza contare che in Parlamento, a Brasilia, il nuovo governo Lula dovrà passare sotto le forche caudine dei conservatori, che hanno la maggioranza dei seggi. Insomma, per il vecchio leone del Pernambuco, da una vita radicato a San Paolo, la corsa inizia in salita.

A livello internazionale il ritorno al potere di Lula segue la tendenza in atto già da alcuni anni in America Latina, in virtù della quale i presidenti di centrosinistra (sia pure con caratteristiche molto diverse dalle analoghe categorie politiche europee) hanno recuperato terreno sui rivali di destra neoliberista: è accaduto in Messico con Andrés Lòpez Obrador (2018), in Argentina con il peronista moderato Alberto Fernandez (2019), in Perù con il populista Pedro Castillo (2021) e nello stesso anno in Cile con il giovane candidato di sinistra Gabriel Boric; più di recente, l’estate scorsa, in Colombia con l’ascesa di Gustavo Petro. 

Insomma, se è vero che l’America Latina va a sinistra, tuttavia non lo fa nella direzione che piace ai progressisti nostrani (atlantisti, europeisti, ultraliberisti e sostanzialmente favorevoli alla società liquida ipercapitalista): tranne forse il caso del Cile, la “izquierda” latinoamericana si colora di nazionalismo, si fa interprete di ideali di giustizia sociale e in campo internazionale è molto più aperta, rispetto a quella europea, al multipolarismo propugnato da alcuni Paesi emergenti e in primis da Cina e Russia. Anche in questo senso Lula, che nella sua vita ha dimostrato di essere prima di tutto un politico accorto e pragmatico, darà delle delusioni ai “piddini” nostrani. Sulla guerra tra Russia e Ucraina, ad esempio, ha già ribadito l’equidistanza del Brasile, sottolineando anche le responsabilità del governo Zelensky nel conflitto, come del resto hanno fatto quasi tutti i Paesi dell’area, che si sono ben guardati dall’imporre sanzioni economiche a Mosca. In questo senso l’onda di centrosinistra latinoamericana è lontana anni luce da quella statunitense che due anni fa ha portato al potere Biden.

Giorgio Ballario

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