POLITICA

DESTRA TERMINALE ADDIO – PARTE VII – L’equivoco russo

di Gabriele Adinolfi

segue da PARTE VI

L’EQUIVOCO RUSSO 

Le diverse fasi della politica del Cremlino: dall’intesa Parigi-Berlino-Mosca alla strategia antieuropea. Menorandum di Budapest e accordi di Minsk.
Una Jalta di serie B: Russia vs Europa, Gli interessi americani. Ambiguità moscovita nelle relazioni internazionali e bizzarri legami tra Cremlino e Casa Bianca. Stranezze in Siria. Battaglione Alya. 

Non è tanto la presa di posizione per la Russia ad essere demenziale, quanto il modo con cui quest’ultima viene rappresentata e vissuta, con negazione pervicace di ogni evidenza, con ostentazione costante ed orgogliosamente rivendicata dei paraocchi.
Scrivevo nel libro su cui ho lavorato più a lungo, nove anni, e che andò in stampa nel 2002 per le Edizioni Barbarossa, Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero, quanto segue: “Certo, resta da vaedere quando, se e soprattutto con che forza, l’attrito fra mentalità americana e coscienza europea si manifesterà. In questo caso ci può venire incontro la linea eurasiatica assunta dalla nuova Russia e perseguita con caparbietà dall’avvento di Putin”. 

Qualche capitolo prima, trattando del controllo satellitare, avevo scritto “L’unica struttura relativamente autonoma dall’UKUSA è la sua analoga russa, la FAPSI che annovera 54.000 funzionari al suo servizio”. In realtà l’anno successivo Putin avrebbe sciolto quell’agenzia e l’avrebbe sottoposta all’FSB. 

Era allora in vigore quello che in Francia fu definito asse Parigi-Berlino-Mosca che si opponeva all’invasione dell’Iraq. Sostenendolo in Italia parlai praticamente al vento perché nella cosiddetta area nessuno alzava la testa dal suo settarismo provinciale e l’idea di un’Europa Potenza non eccitava affatto, perché dunque interessarsi a ex spie sovietiche che facevano sponda a quelli che – a sentire i cialtroni notori – stavano impoverendo l’Italia? Mi sentii perfino ribattere che era meglio stare con gli americani che attaccavano l’Iraq che non con i francesi che lo intendevano salvare. 

Quando la Russia era potenzialmente complementare all’Europa non attirava particolarmente perché, avrei dovuto capirlo subito, in quest’area non si ha la minima intenzione di lavorare, d’impegnarsi, di battersi e soprattutto non si ha né fede né fiducia in se stessi ma si preferisce attendere una sorta di Messia Vendicatore che venga da altrove per ridurre tutto in rovine. 

Benché il cosiddetto partito europeo guidasse il Cremlino dal 2001 al 2006 e resstasse in gioco fino al 2011, quasi nessuno da queste parti divenne pro-russo: piacque Putin solo quando si mise a massacrare i ceceni, perché musulmani.
In realtà le influenze interne ed esterne delle mafie di potere a Mosca non erano così lineari. 

Nel 2008, benché l’orientamento fosse ancora relativamente filo-europeo, ci fu l’invasione della Georgia con annessione di due provincie. Stranamente la reazione occidentale fu blanda: la Francia di Sarkozy, l’uomo che tradì la poltica francese in senso sionista, espresse toni da pacificatrice. Un alto ufficiale israeliano che inquadrava i contractors georgiani venne condannato in Israele a una condanna pesantissima. Nessuno se ne accorse. 

Dal 2011 in Russia prevalse poi quello che si definisce il partito cinese, o anti-europeo.
Il consigliere di Putin, Igor Ivanov, era già finito in minoranza insieme a diversi ministri. Egli ed Andrey Kortunov condussero e conducono ancora un’opposizione ragionata, attribuiscono la svolta anti-europea del Cremlino alla presa d’atto che la nazione più estesa al mondo, ricca di risorse del sottosuolo, che ha un PIL ridicolo sul livello della piccola e poco popolata Spagna e che viene letteralmente ridicolizzata dai confronti con quello dell’India, non si è mai integrata nel mercato mondiale e ha un profondo senso d’insicurezza, ciononostante non rinuncia a tentazioni imperialistiche ma si è resa conto di perdere qualsiasi confronto con gli altri players, dall’Europa alla Turchia, ripiegando così, quasi pee disperazione, nella diplomazia della clava. Una scelta che essi ritengono rovinosa in quanto sostengono che se la Russia non trova un’intesa con la UE verrà totalmente fagocitata da Pechino.
Intanto sono i “pechinesi” a comandare ma il loro anti-occidentalismo è sospetto, è piuttosto un anti-Europa perché con gli USA s’intendono. Al posto di Ivanov il consigliori del Cremlino, con 

poteri estesi anche in politica militare ed estera c’è Sergey Karaganov che soprendentemente non solo è membro della Commissione Trilateral ma ha collaborato con il Council of Foreign Relations che ispira dal 1932 la Casa Bianca.
Parigi e Berlino vennero incontro a Mosca anche quando quest’ultima aveva intrapreso una politica a noi ostile, quantomeno per temperarla. Gli accordi di Minsk, che sono indiscutibilmente filo-russi, vennero imposti dalla Merkel e da Hollande, il tutto mentre Francia, Inghliterra e Stati Uniti tradivano l’impegno sottoscritto nel 1994 con Kiev in calce al Memorandum di Budapest, quando si erano impegnati a difendere l’integrità territoriale ucraìna. Si andò perfino oltre: Parigi armò i ribelli prorussi del Donbass fino al 2020 e smise di farlo solo quando la Russia attaccò la Francia e l’Europa in Mali, dove le è riuscito il golpe e che ora controlla con i contractors di Wagner. 

La Russia aveva compiuto a tradimento un’altra scelta sia con l’ingerenza in Libia sia con l’intervento in Mali pugnalando alle spalle la Francia. L’offensiva golpistica e terroristica russa si concentra anche su altre nazioni del Sahel, in particolare il Burkina Faso e quel Niger in cui Parigi aveva cercato di coinvolgerci negli interessi strategici locali. Discretamente e senza che nessuno si preoccupi di farlo notare, la Russia in Africa sta compiendo una vera e propria guerra all’intera Europa, sia per privarla degli sbocchi verso le risorse strategiche, sia per spalancare la strada a migrazioni massicce quali non ne abbiamo né conosciute né immaginate finora. Non si tratta di dettagli di poco conto o di mosse di un Risiko di società, perché rispondono perfettamente alla necessità americana di contenere la corsa europea al rilancio di potenza e all’accesso alle terre rare. Chi continua a cianciare sulla nostra necessità di non essere coinvolti nel conflitto che in Ucraìna è divenuto caldo e palese al tempo stesso, sta sulle nuovole: la Russia ha dichiarato guerra a noi. 

La Russia con queste mosse ostili, operate ben prima dell’invasione dell’Ucraìna, ha scelto una linea di contenimento europeo, accettando di fatto l’avvento di una specie di Jalta di serie B tra Russia ed Europa. Per capire di cosa parliamo, Mosca ha già fatto balenare un ricatto preciso. Bloccando il grano e affamando gli africani, possedendo le chiavi per l’attraversamento del Sahel (Mali) e quindi per aggredire il Mediterraneo (Libia) ci ha già minacciati di sommergerci di masse e masse di profughi. Nell’agosto di quest’anno il Ministero degli Esteri di Mosca ha accusato gli europei di essere razzisti, e ha detto che devono accogliere invece masse di profughi perché si devono ancora far perdonare per il colonialismo di cui, a detta russa, non ha fatto ammenda. Frattanto era esplosa la questione ucraìna su cui sarà opportuno soffermarci un istante. Ma, visto che ci siamo, parliamo anche della Siria. Indiscutibilmente Mosca è intervenuta a difesa di Damasco, o più esattamente della sua base navale di Tartus. Tuttavia il grosso è stato compiuto da siriani, iraniani ed hezbollah, mentre i russi si sono illustrati soprattutto nei bombardamenti terroristici delle città. Per ben due volte, una Putin e una Lavrov, hanno dichiarato la disponibiltà russa a un cambiamento di governo in Siria. Ma, soprattutto, vanno considerate le relazioni in Siria tra Mosca e gli USA e tra Mosca ed Israele. 

Mosca stessa rivelò che le operazioni militari venivano costantemente coordinate per telefono con i comandi americani in una Siria che frettolosamente si spaccia come liberata dalla Jihad e rimasta indipendente ma che, se si osserva la cartina e ci si sofferma sugli snodi energetici, è spartita e lottizzata come garbava a Washington. Gli osservatori si sorprendono quando si accorgono che le truppe russe e americane in Siria fraternizzano. E che dire d’Israele, i cui raid aerei non sono mai stati osteggiati dai russi? Basta lasciar parlare il viceministro della Difesa di Tel Aviv, Schuster che ci rivela per quale motivo Israele non ha interesse di aiutare l’Ucraìna, ovvero perché, a suo dire, esiste un’alleanza strategica tra lo Stato ebraico e Mosca che, peralro, protegge le pattuglie israeliane da attacchi iraniani o libanesi. Successivamente, per via dell’invio massiccio di droni iraniani a Mosca, il ministro per la Diaspora, Nachman Shai ha suggerito che Israele invii a sua volta armi in Ucraìna. Al momento in cui scriviamo non si è ancora realizzato, ma forse non si realizzerà perché la sua richiesta è stata rigettata dal ministro della Difesa in persona Benny Gantz “Voglio chiarire che non venderemo armi all’Ucraìna”. La questione è ovviamente molto ambigua ed intricata, anche perché la principale comunità ebraica in Israele è russa e perché gli israeliani sono ancora debitori del sostegno militare di Stalin per la loro vittoria nella prima guerra contro gli 

arabi e, quindi, per la nascita del loro Stato. Armi israeliane in risposta ai droni iraniani? Possibile, ma finora l’unico sforzo bellico, sia pur limitato, Tel Aviv lo ha prodotto in senso opposto. Inviando il Battaglione Alya.
La Russia del 2022 non è quella del 2002 e quindi le ragioni di sostenerne la politica da parte di europei, di nazionalisti, di patrioti o di nazionalrivoluzionari non c’è più. 

Che poi ci siano delle necessità oggettive di ricollegare l’Europa con le risorse e gli spazi della Russia è un altro discorso. Purché non sia in ottica di sudditanza.
Perché ciò possa riproporsi dovrà dapprima cambiare la classe dirigente del Cremlino, con o senza Putin che sembra essere più il garante degli equilibri tra clan di quanto sia il policy maker della Russia. 

Continua nella PARTE VIII

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