POLITICA

DESTRA TERMINALE ADDIO – PARTE I – In principio era il nerbo

di Gabriele Adinolfi

IN PRINCIPIO ERA IL NERBO 

Mussolini. Il Msi e il neofascismo. L’avanguardia e il ghetto. L’ossessione del tradimento. La destra terminale con mentalità “pussista”. 

Una guerra mondiale, un tradimento morale, un riscatto epocale, una guerra civile il cui vincitore autoproclamato si faceva strada dietro i carri dell’invasore, una lunga e sanguinosa epurazione, una Costituzione scritta contro, una messa fuori legge, una discriminazione istituzionalizzata e una damnatio memoriae. 

Con tutto questo sulle spalle nasceva il neofascismo che avrebbe potuto trincerarsi nella tristezza rabbiosa, come nel suo primo canto che recitava “siamo nati in un cupo tramonto”.
Viceversa non andò propriamente così. Ci fu invece una notevole differenza con tutte le altre espressioni nostalgiche del passato o ad esso contemporanee (borboniche, asburgiche, sabaude ecc). A spiegazione di questa felice anomalia c’era di sicuro un perché che si chiamava vitalità. 

Del movimento e del regime concepiti e imperniati su Mussolini si parla a vanvera, sia da parte dei suoi detrattori che degli apologeti, perché quasi nessuno sa più di cosa si trattasse.
Non è tanto questione di scelte sociali ed economiche o di modelli politici, quanto di straordinaria genialità, di capacità d’inventiva e di sintesi. Non furono dei dogmi o dei precetti che spinsero a guardare a Mussolini con una vera e propria devozione non solo gli italiani e milioni di europei, ma giapponesi, arabi, indiani. 

Condottiero sorto dal popolo, egli incarnava un’Auctoritas al contempo intellettuale e morale e soprattutto una ricerca costante della giustizia nella partecipazione e nell’etica.
Fu il rivoluzionario del secolo, un vero e proprio riformatore radicale che lascia pensare agli Zoroastro, ai Bonaparte, ai Furio Camillo, agli Ottaviano Augusto. 

Impossibile imprigionarlo negli schemi, non perché fosse un trasformista come cercano di dipingerlo i suoi detrattori, ma perché aveva una tale capacità di anticipo sui tempi e di sintesi tra le contraddizioni che è arduo trovare qualcuno cui compararlo.
Con l’andare dei decenni, e prevalentemente negli ultimi quattro, i suoi pretesi eredi lo hanno ingessato. Chi ne ha fatto un socialista pragmatico, chi un difensore della famiglia, chi un paladino di non precisati valori, chi il tribuno dei proletari. 

Ognuno ha mummificato un suo personalissimo Mussolini, senza risparmiarsi la fatica di vivisezionarne a proprio piacimento l’opera sì da condannarne un aspetto o un altro a seconda del proprio gusto personale: chi i Patti Lateranensi, chi l’alleanza con i tedeschi, chi l’emancipazione delle donne, chi la magnanimità. 

Il rapporto mentale con il Duce e con l’intero passato si è andato man mano sclerotizzando in senso mortifero, smarrendo il fondamentale. Sono nati così dogmi rigidi e si è preso a ragionare proprio come gli antichi compagni di Mussolini, quelli che ruppero con lui quand’egli colse la valenza rivoluzionaria della Nazione. I pussisti come li chiamava lui – da partito socialista unitario – si dimostrarono una massa di inutili, ottusi, incapaci di cogliere la realtà cui opponevano concetti preconfezionati (se la realtà non si adatta alle nostre idee tanto peggio per la realtà, aveva detto Lenin). Insulti, anatemi, dogmi, scemenze binarie: tutto questo attenagliò l’intero movimento socialista dal 1914 al 1925 e questo attenaglia oggi i residui marginali dei presunti eredi di Mussolini, che ne stanno invece incarnando precisamente lo spirito opposto. 

Che si definiscano tradizionalisti, sovranisti, rossobruni e chi più ne ha più ne metta, cambia poco: è il fatto stesso che si definiscano e immancabilmente con formule ideologiche assolute – peraltro mai verificate nel reale – che li rende cadaveri che respirano, come i pussisti di allora, come gli antifa. Ogni tanto mi viene la tentazione di pubblicare frasi di qualche dibattito politico di allora senza specificare di chi sono le singole battute per divertirmi a vedere quanti riconoscerebbero le parole di Mussolini e quanti, invece, prigionieri della propria immagine dogmatica e falsata, invertirebbero i soggetti, identificandolo magari con Turati. 

Poi c’è tutto il resto. Perché la destra terminale non ha più nulla a che vedere con chi pretenderebbe 

invece di rappresentare una fedeltà con l’autoproclamata irriducibilità dei duri e puri, sebbene le posizioni politiche e ideologiche prese negli ultimi tempi sono estranee al fascismo se non addirittura contrarie alla sua storia ideale, e benché la mentalità con cui vengono concepite sia totalmente inconciliabile con esso. 

Non si tratta né di “tradimento”, perché non parliamo di posizioni abbandonate per opportunismo, dato che sono solitamente scelte ghettizzate, marginalizzate e psicolabili, né, ovviamente di “evoluzione”, anzi!
Di certo si dovrà voltare pagina in modo traumatico e definitivo per non consegnare il seme ancor vivo alla triste e incattivita agonia dei destroterminali che lo sterilizza. 

Ma come si è giunti fin qui? Perché non fu così per il primo trentennio del dopoguerra? 

Continua nella PARTE II

Lascia una risposta