KULTURA

DIONISO NEL TERZO REICH

Nel corso del ventesimo secolo diverse esperienze politiche di portata epocale hanno tentato di riattivare un legame con il passato storico. È stato così per l’Italia fascista e il suo richiamo esplicito alla romanità ed è avvenuto in uguale misura per la Germania nazionalsocialista, in cui fu il risveglio dell’eredità ellenica ad associarsi in tutta naturalità al pangermanesimo di regime. 

Il testo di Luca Leonello Rimbotti, Dioniso nel Terzo Reich (Settimo Sigillo, 27€) di recente pubblicazione, approfondisce proprio le similitudini intercorrenti tra la democrazia ateniese e il nuovo impero germanico. Quello che può apparire superficialmente come un rapporto forzato e improntato alla strumentalizzazione propagandistica si rivela in realtà assolutamente plausibile e coerente. Rimbotti, storico di cultura enciclopedica e studioso serio e attento, non lascia nulla al caso e grazie a un ampio e variegato apparato di note dimostra come gli aspetti che accomunano Atene alla Berlino degli anni ’30 sono molti e di importanza sostanziale. 

Il punto di partenza doveroso è definire la democrazia ateniese per quel che realmente fu, fuori da ogni retorica democratica politicamente corretta oggi in voga: «la democrazia etnica greca nulla ha da spartire con gli universalismi della moderna “democrazia” liberale, che di fatto è una satrapia del denaro in mano a plutocrati estranei al popolo, ridotto a massa livellata e narcotizzata da una valanga di metodica disinformazione. La differenza sta tutta nel concetto cardinale che ad Atene la democrazia non è un diritto, ma un privilegio». È proprio sotto la guida carismatica di Pericle (461-429 a.C.) che la democrazia assume più che in passato i tratti di privilegio concesso per nascita. La riforma da lui voluta infatti riconosceva come cittadini liberi della città solo i nati da entrambi i genitori ateniesi, escludendo così dai diritti-doveri di partecipazione attiva alla vita pubblica il resto della popolazione ateniese, cioè la maggioranza. Si trattava insomma di una democrazia esclusivista e che affermava con forza il primato della comunità popolare sull’individuo. Il singolo cittadino era infatti chiamato a partecipare alle assemblee e alle feste popolari, occasioni di vita fondamentali per mantenere vivo il tessuto socio-politico di Atene. Il popolo, il demos della parola democrazia, si caratterizzava dunque per due elementi inestricabili tra loro: «il sangue e il suolo, nel senso che la parola vuol dire popolo antropologicamente inteso, ma al tempo stesso esprimendo, come demo, anche l’unità territoriale in cui è suddiviso lo spazio attico». Una concretezza che appare oggi inconcepibile.

Il Terzo Reich tentò dunque di richiamarsi asplicitamente a elementi di questo genere nel tentativo di fare del risveglio dell’Ellade arcaica il fulcro della propria missione politica. Il totalitarismo tedesco sembrava per certi versi ispirarsi al modello della democrazia totalitaria ateniese; totalitaria dal momento che coinvolgeva a tutto tondo la vita del cittadino, il quale era sempre inserito nella propria comunità politica in modo attivo. Allo stesso modo il regime nazionalsocialista volle fare della comunità di popolo un corpo unitario, attivamente mobilitato per la potenza e la bellezza. Lo stesso gusto classico per i corpi nudi e proporzionati, l’arte come educazione popolare, l’architettura come espressione tangibile dell’identità del popolo furono tutti caratteri che la Germania dell’epoca cercò di mutuare dall’antichità greca. E ancora, la figura del Führer venne spesso esplicitamente comparata a quella di Pericle, volendone così rafforzare il ruolo decisivo e la portata storica.

Eppure ciò che fonda la potenza di Atene e Berlino, città sorelle a distanza oltre duemila anni, non sono solo le configurazioni politiche ma anche il richiamo a una medesima divinità, il cui ruolo viene largamente esplicitato nel corso del volume: si tratta chiaramente di Dioniso. Il dio che viene solitamente associato all’oscurità, all’irrazionalità e agli istinti più bassi sembrerebbe superficialmente mal legarsi a una politica dell’ordine, dell’equilibrio e della bellezza. Rimbotti però evidenzia come la potenza dionisiaca non sia soltanto distruttiva perché racchiude in sé una forza attiva, creativa, che spesso si tende a dimenticare. Dioniso come Wotan e Shiva dunque, il centro nascosto di una religione politica allargata a tutta la comunità. «I valori irrazionali che scuotono il dio, e la vita che su di loro sia misurata, non indicano sregolatezza e caos come fine esistenziale, evidentemente, ma sono mezzi interiori atti alla lotta che occorre per aggiogare proprio il caos e la sregolatezza, senza reprimerli, ma dando pieno sfogo, fino ad esaurirli. L’istinto va vissuto e padroneggiato, certo non represso».

Non solo, il richiamo esplicito a Dioniso allude anche alla profonda connessione del popolo con il mito ancestrale e con la terra su cui abita da generazioni. È un richiamo a quello che l’autore chiama l’archetipo storico genetico, una connessione forte e carnale con le radici e col sangue inteso come vita espansiva e potente, tesa al conseguimento di alti obbiettivi per la comunità di popolo. Il volk politicamente inteso, riattivato dalla militanza totale nazionalsocialista e ricalcata sul coinvolgimento sociale che impegnava i cittadini liberi nell’Atene democratica. Se nella Grecia antica il teatro costituiva a tutti gli effetti un rito comunitario, il Terzo Reich tentò con le adunate oceaniche e le coreografie imponenti di recuperare quel sentimento di stupore misto a timore che solo può conquistare, attraverso l’irrazionale, le anime degli uomini.

Questo fondo di potenze biologiche viene dunque messo in forma dal progetto politico, teso a una valorizzazione degli aspetti tellurici, carnali, emozionali in funzione di una loro rettificazione eroica: «religione solare e religione tellurica – Apollo e Dioniso – sono i due poli necessari e paralleli della paganitas. Il tellurismo non è che lo scrigno, immutato dall’Antichità fino al XX secolo, di un’energia che si innalza, forza arcana che sgorga dal popolo e dal suolo su cui esso vive e lavora, e che in quanto tale sia in Grecia che in Germania venne protetta con apposite leggi e specifici rituali, intesi a far salva quella che si reputava essere l’identità sancita da Madre Natura».

La politica razziale della Germania degli anni ’30 quindi attingeva a piene mani dal patrimonio ellenico, allo scopo di educare il popolo a uno stile di vita avulso dalle distorsioni della modernità. Si incontrano qui la paidèia greca e la Bildung germanica, cioè la formazione dell’uomo che doveva essere organica, totale, comprensiva di ogni ambito dell’esistenza. Di nuovo, tra le due esperienze politiche si riscontra una vicinanza politico-culturale nonostante la notevole distanza temporale. 

Ed è ovvio citare Platone come ispiratore massimo della politica del Reich. Tra i vari, autori come Günther e Hildebrandt, perfettamente allineati alle posizioni del partito, scrissero importanti opere tese a strappare il filosofo greco dai dibattiti teorici dei filosofi accademici e a riscoprirne l’opera politica, maggiormente improntata a un’azione concreta nel presente. Il nazionalsocialismo tentò quindi di fare di Platone (assieme a Nietzsche) il cardine su cui ispirare la costruzione di una società gerarchica, tesa a modellare un uomo sano, bello e colto in esplicita rottura con la visione individualista e democratica prevalente a inizi Novecento. Il movimento di rottura avveniva dunque nel nome di una riattivazione nella contemporaneità dei più antichi principi di educazione e governo degli uomini: il risorgere di una democrazia totalitaria, la quale affermava con forza travolgente il primato militante della comunità sul singolo e lo restituiva a una dimensione di piena realizzazione di sé nel dovere e nella responsabilità. 

Francesco Boco 

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