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I “QUINDICI MESI AL FRESCO” DI MARCO RAMPERTI

Scrive articoli ed opuscoli durissimi contro il Re, gli anglo-americani, gli «intellettuali traditori» compresi quei divi del cinema che, affermatisi durante il Ventennio, si defilano dopo aver tanto ricevuto dal regime fascista. Terminate le ostilità, dinanzi al Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) veneziano che lo accusa di aver collaborato «con il nemico invasore» (i tedeschi) sarcastica è la riposta di Ramperti: «Non ricordo d’aver scritto a favore degli inglesi»

FONTE: https://www.barbadillo.it/106047-i-quindici-mesi-al-fresco-di-marco-ramperti/

Personaggio complesso e dai tratti a volte enigmatici, il novarese Marco Ramperti (1886-1964), nella desertificazione culturale imperante è un nome che ai molti dice nulla ed ai pochissimi dice molto. 

Scrittore e giornalista dalla penna graffiante e raffinata, polemista dal linguaggio forbito ed allo stesso tempo colorito, Ramperti impernia la propria esistenza appassionandosi al teatro, al cinema, alle lettere, alla musica, divenendo critico di primordine, Verrà elogiato da Gabriele D’Annunzio (1863-1938) e da Ezra Pound (1885-1972). 

L’Illustrazione italiana, La Stampa, Corriere della Sera, L’Ambrosiano, La Gazzetta del popolo, Il Tempo, La NotteIl Giornale di Sicilia, il Roma, tanti sono i giornali che si avvalgono della sua valente collaborazione. Intensa la produzione letteraria perfino nell’arduo secondo dopoguerra dove emergerà, su tutte, «Benito I imperatore», romanzo nel quale immagine l’Italia di Mussolini uscita vittoriosa dal Secondo conflitto. 

Nel periodo precedente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale (1914-18) è capo redattore del quotidiano socialista, L’Avanti diretto da Benito Mussolini – che fa impennare le vendite del giornale – con il quale Ramperti ha un rapporto difficile.   

Fermo nelle sue convinzioni socialiste, avversa il Fascismo. Per quanto la sua verve intellettuale gli procuri proprio durante il Ventennio mussoliniano un seguito di tutto rispetto, Ramperti non subisce alcuna fascinazione da parte del Duce.  Perfino la fascista Ovra (Organizzazione Vigilanza e Repressione dell’Antifascismo), nell’attenzionarlo, agisce con prudenza e cautela. 

Eppure, in taluni casi, il regime si avvale della sua collaborazione.  Commemorando Antonio Fogazzaro (1842-1911) autore del famoso romanzo «Piccolo mondo antico», nell’aprile del 1941, in una serata organizzata dai Guf (Gruppi Universitari Fascisti) di Vicenza, Ramperti parla al teatro Verdi in occasione della prima visione dell’omonimo film di Mario Soldati, presenti i principali protagonisti della pellicola: Alida Valli e Massimo Serato.

Quando il 10 giugno 1940 l’Italia entra nell’arena della Seconda Guerra Mondiale (1940-45) Ramperti, da italiano e socialista auspica la vittoria della Patria. Nonostante abbia ricevuto noie ed ostilità dal regime fascista, chiara è la sua filosofia patriottica:

«Quando i governi sono in errore o in colpe, si ha il diritto ed il dovere di insorgere, mai quando la Nazione è in guerra».

Nemico di opportunisti e doppiogiochisti, di battifiacca e pantofolai, mal sopporta i cambi di rotta. Quando l’armistizio dell’8 settembre 1943 provoca il cambio di fronte dell’Italia, Ramperti non muta fronte tant’è che, pur non essendo fascista, si catapulta nella incandescente trincea di Salò non per imbracciare un mitra ed indossare una uniforme del nascente Esercito della Repubblica Sociale Italiana, ma per fornire il proprio contributo intellettuale alla Patria «che affondava».

Scrive articoli ed opuscoli durissimi contro il Re, gli anglo-americani, gli «intellettuali traditori» compresi quei divi del cinema che, affermatisi durante il Ventennio, si defilano dopo aver tanto ricevuto dal regime fascista.    Terminate le ostilità, dinanzi al Cln (Comitato di Liberazione Nazionale) veneziano che lo accusa di aver collaborato «con il nemico invasore» (i tedeschi), sarcastica è la riposta di Ramperti: 

«Non ricordo d’aver scritto a favore degli inglesi».

Il 30 novembre 1945 finisce dinanzi alla Corte d’Assise di Torino. Il processo richiama un folto pubblico di giornalisti, avvocati, studenti, intellettuali, lettori.

Un centinaio sono gli articoli di giornale incriminati; premettendo di non essere «mai stato fascista», ad ogni accusa Ramperti replica con dovizia di particolari rimarcando il suo credo «socialista e repubblicano»; alcuni testimoni depongono a suo favore.

Ventiquattro ore dopo l’apertura dell’assise, il processo termina con la condanna a «16 anni di reclusione, interdizione perpetua dai pubblici uffici, confisca dei beni e pagamento delle spese processuali». Gli si aprono le porte del carcere.

Racconterà anni dopo la sua esperienza dietro le sbarre in un libro ricco di particolari, oggi riproposto dalla Oaks Editrice di Sesto San Giovanni «15 mesi al fresco» (http://www.oakseditrice.it/catalogo/15-mesi-al-fresco/).

Un volume intriso di ricordi, che parla anche di presente e di futuro, contornato da fatti ed episodi a tratti fiabeschi, a tratti burleschi, aspetti questi ultimi da non irridere e da non banalizzare visto il luogo austero dove maturano: il carcere.        

Nel girovagare carcerario fra Venezia, Torino e Saluzzo, il detenuto “politico” Ramperti condivide la sua esistenza con i “comuni”, reclusi condannati per omicidio, furto, rapina e via discorrendo. 

Privato della libertà per aver espresso delle opinioni, «Recluso d’un carcere, non austriaco ma italiano» – quello di Venezia – Ramperti afferma che la sua condizione non è migliore rispetto a quella patita da alcuni patrioti della causa risorgimentale per i quali aveva «tanto lagrimato, negli anni di scuola»: Silvio Pellico (1789-1854), Piero Maroncelli  (17951846).    

Riguardo la fede religiosa, per quanto Ramperti faccia trasparire un certo distacco, in realtà egli ne è permeato visto che scrive di Santa Chiara, Santa Elisabetta, Santa Caterina, della Veronica del Vangelo.   

Trasferito nelle carceri di Torino viene spedito in infermeria confortato dal medico che gli pronostica una permanenza non di sedici anni, ma «di due, tre al massimo».         

Quando si imbatte in don Zinaghi, ex cappellano della Folgore, che ha in «orrore ladri ed assassini», Ramperti impartisce al giovane sacerdote una lezione Evangelica senza precedenti persuadendolo ad avere un «pò di misericordia» per i «detenuti comuni», per gli «ergastolani» i «migliori di tutti».

In una colomba che entra ed esce dal carcere Ramperti vede un segnale Divino, quello dello Spirito Santo

Trasferito nel carcere di Saluzzo, è il Vescovo della città, un’«ottima persona», ad annunciare al Ramperti e ad altri cinque detenuti “politici”, nel corso di una visita ai reclusi, l’imminente libertà.

È intento a leggere «Le mie prigioni» di Silvio Pellico quando gli viene annunciata, per il giorno successivo, la scarcerazione. 

Quando giunge il momento del commiato non fa salti di gioia. Guadagna la libertà con mestizia in quanto vede entrare nel penitenziario, ad ali spiegate, la colomba Divina che ha rinunciato a posarsi sulla sua spalla di uomo libero.

Michele Salomone

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