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CORPO ESTRANEO. LA STORIA DI GIORGIO VALE

L’intera sequenza degli eventi che condussero alla morte avvenuta il 5 maggio 1982 in un appartamento di periferia presenta non pochi lati oscuri

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NdR: evidenziamo l’uscita del testo, ma non condividiamo affatto il commento a margine. La Storia di Giorgio è una Storia che evidentemente non rientra nelle vostre categorie interpretative da sociologi. Nulla avete capito e mai capirete. Giorgio Uno di Noi.

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FONTE: https://www.barbadillo.it/105883-annidipiombo-la-storia-di-giorgio-vale/

Gli anni di piombo custodiscono storie più o meno sconosciute al grande pubblico e, di riflesso, ferite mai del tutto cicatrizzate. Nel corso degli anni la proliferazione della memorialistica di fazioni contrapposte,  eretta a genere prevalente della narrazione riguardante quella stagione di violenza politica, si è rivelata poco o per niente adatta ad offrire strumenti validi di orientamento per i fruitori interessati a districarsi in una materia scivolosa e complessa. 

Nel quadro della generale carenza di studi storiografici accentuata, in particolare, nel caso del neofascismo – relegato nel “ghetto” della  riprovazione morale e della condanna senza appello, sull’onda di un’emotività refrattaria alle analisi e alle distinzioni di sorta e bersaglio di un radicalismo militante e  diffuso a vari livelli, ancora oggi non sopito – è frutto di un apprezzabile lavoro di ricerca e d’archivio, di carattere divulgativo più che riconducibile a clichè storiografici per espressa ammissione degli autori, “Corpo estraneo – storia di Giorgio Vale (1961-1982)”, monografia di Carlo Costa e Gabriele Di Giuseppe edita da Milieu edizioni nel 2021.

Le difficoltà di indagare, specialmente tramite l’utilizzo di fonti orali, un ambiente diffidente e chiuso verso l’esterno s’intrecciano con la rievocazione dello stato di guerriglia strisciante che trovava la forma più virulenta di espressione dello scontro politico e della lotta contro il sistema nelle contese che si registravano tra e all’interno dei quartieri urbani. 

E’ il magistrato Guido Salvini – non immune da pregiudizi quando addebita un’ideologia razzista “a tutta la destra…di quel tempo e non solo di quel tempo”, salvo poi chiedersi se l’accostamento a un’ideologia vera e propria abbia un fondamento in particolare per i Nar ed ignorando il ventaglio di posizioni e distinguo rintracciabili, limitandosi al tema della razza, non solo all’interno dei gruppi che da quella parte praticavano la lotta armata – a sottolineare nella prefazione l’importanza di una strategia che, silenziando le ostilità con le formazioni della sinistra extra-parlamentare nella direzione di una problematica pacificazione, individuava nello Stato il principale e comune nemico da abbattere.

Un neofascista atipico

Cresciuto nel quartiere romano della Balduina Vale, mulatto di origine eritrea, appassionato di armi, incarnò una serie di contraddizioni difficili da decifrare.  Fatta salva una fugace frequentazione della locale sezione missina, la sua breve esperienza politica è riconducibile al movimentismo di Lotta di Popolo e di Lotta studentesca, formazioni orientate al sovvertimento della società borghese nel nome di un comunitarismo europeo indipendente nel contesto politico internazionale e al superamento di contrapposizioni considerate obsolete (fascismo/antifascismo, destra/sinistra, Usa/Urss), trovando poi uno sbocco “naturale” nell’adesione a Terza Posizione.

Premesso che, ispirandosi alle Guardie di Ferro di Codreanu, il movimento eresse almeno in teoria a dogmi il rigore morale e un rigido inquadramento che si articolava in strutture intermedie fino alle cellule ristrette dei cuib (nidi) mutuati dall’organizzazione rumena, la repentina ascesa nelle gerarchie organizzative – dalla semplice militanza alla presenza stabile nei Nuclei Operativi incaricati di proteggere i volantinaggi nelle zone a maggior rischio di scontro – è in buona parte spiegabile sia con l’arresto di Roberto Nistri (di cui Vale era stato luogotenente) sia con la caratteristica più generale, attentamente camuffata, dell’esiguità del numero dei militanti. 

Il libro ripercorre in profondità – non senza imprecisioni, l’omicidio di Stefano Recchioni a margine della strage di Acca Larentia viene ad esempio attribuito a un capitano dei carabinieri, risultato prosciolto da quell’accusa in sede giudiziaria (ma sulla vicenda restano forti polemiche e contestazioni da parte di testimoni diretti dei fatti) – una serie di attacchi, ritorsioni e attentati a sedi di partito, il più colpito dei quali, numeri alla mano e specialmente nella capitale, fu quello missino. Peraltro, la percezione di ampi settori giovanili di destra che il partito della fiamma avesse deliberatamente scelto di non tutelarli accelerò il processo di formazione di un nucleo di lotta armata neofascista e anti-istituzionale, particolarmente attivo a Roma. Può essere interpretata nel senso di un’oscillazione relativamente lunga di Vale tra due opzioni, quelle della politica e della violenza, l’adesione ai Nar (quindi di una militanza parallela a quella di Terza Posizione, caso non isolato) e il sodalizio criminale con Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, sovrapposizione giustificata da motivi affettivi e strategici.

Se si eccettua il totale fallimento della maldestra spedizione punitiva a Radio Città Futura, finalizzata a proporre da una posizione di forza una specie di tregua all’extra-parlamentarismo di sinistra, l’unico progetto di una certa rilevanza politica fu quello, mai realizzato e orientato ad assumere un ruolo egemonico all’interno di un ambiente diviso, dell’evasione di Pierluigi Concutelli. 

Mentre la convergenza rivoluzionaria con i rossi non si concretizzò neppure a seguito dell’alleanza con Sergio Calore, leader del gruppo “Costruiamo l’Azione” che coinvolse Fioravanti nel proposito di uccidere l’avvocato di tanti missini Giorgio Arcangeli ritenuto responsabile della cattura dello stesso Concutelli e della scoperta di un covo dei Nuclei Armati Rivoluzionari, l’assalto al liceo “Giulio Cesare” del maggio 1980 (con il ferimento quasi mortale di un appuntato di polizia) viene indicato come momento della scelta definitiva di Vale dello spontaneismo armato, definito nel comunicato di rivendicazione – che imitava il registro stilistico delle Brigate Rosse – “rivoluzionario” e contrapposto alle strutture dello Stato imperialista.

Uno “strano” suicidio

Omicidio del magistrato Amato, strage di Bologna, esecuzione di Francesco Mangiameli: in rapida successione l’estrema destra, lacerata da vistose spaccature interne – spesso di natura marcatamente personale e connesse più ad interessi criminali che politici – tra i Nar con Terza Posizione da un lato e con i gruppi aspramente criticati della generazione precedente (Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo) dall’altro, si ritrovò coinvolta nella strage della stazione del 2 agosto 1980 e in clandestinità dopo l’emissione di una raffica di mandati di cattura.

L’esigenza di spostarsi continuamente si tradusse in una sorta di alleanza con ambienti della malavita comune gravitante attorno a Renato Vallanzasca, che garantì supporto e sostegno logistico alla banda di Fioravanti, alla continua ricerca di risorse economiche – di qui i rapimenti a scopo di estorsione, le rapine a banche, gioiellerie e armerie, azioni spesso sfociate in omicidi nelle quali Vale svolse ruoli attivi o funse “da palo” – per non dissolversi e mantenere vivo il progetto dell’evasione di Concutelli.

Il coinvolgimento nell’operazione “terrore sui treni”, il macroscopico depistaggio architettato dal Sismi con il conseguente indirizzamento sui Nar delle indagini relative alla strage di Bologna, determinò a carico del ragazzo una serie di capi d’imputazione dai quali venne scagionato solo dopo la morte, una volta appurato che non agì da collettore con gruppi neofascisti francesi (Fane) e tedeschi. 

L’archivio della famiglia Vale

Emerge peraltro dall’archivio familiare che i genitori iniziarono già prima un carteggio con il figlio (agevolato da un tramite poi individuato dai servizi), esortandolo a costituirsi oppure ad espatriare e, soprattutto, che funzionari del Sisde adoperando nomi di copertura, dell’Ucigos e della Digos avviarono trattative con il padre per indurre il figlio a consegnarsi o, comunque, nella speranza di un abboccamento.

Strani episodi a supporto dell’ipotesi che il fratello Riccardo fosse pedinato ed ambiguità operative – la Digos fece circolare la falsa notizia secondo la quale il ricercato era rimasto ferito durante una furiosa sparatoria con le forze dell’ordine, mentre la sua reale individuazione a seguito di un conflitto a fuoco vero e senza conseguenze non venne comunicata ai familiari, nonostante le promesse verosimilmente ricevute da questi ultimi – costituiscono il prologo di un epilogo tragico.

L’intera sequenza degli eventi che condussero alla morte avvenuta il 5 maggio 1982 in un appartamento di periferia presenta non pochi lati oscuri: la prima versione ufficiale, ripresa dall’Ansa e secondo la quale venne ucciso dagli agenti, si trasformò repentinamente in un suicidio poi confermato dall’autopsia. Elementi controversi – una lettera anonima ricevuta dai genitori che accreditava la tesi dell’omicidio, la circostanza per cui l’ambulanza giunse sul luogo del misfatto molto tempo dopo rispetto a quanto riportato nella versione ufficiale, i misteri delle cartelle cliniche e della prova del guanto di paraffina, il fatto che nessuno dei centoquaranta proiettili esplosi dalla polizia avesse colpito Vale – possono forse indurre a ritenere che la sparatoria sia stata una messinscena, consumata dopo che il latitante era stato disarmato e ucciso. Il caso venne archiviato nonostante le battaglie del padre, che denunciò con un esposto alla procura i funzionari dei servizi che intavolarono la trattativa.

Al netto delle difficoltà interpretative di alcuni passaggi delle testimonianze di pentiti come Cristiano Fioravanti e Walter Sordi, è condivisibile – a modesto parere di chi scrive – la conclusione degli autori che evidenzia come, nel confuso e convulso contesto a cavallo degli anni settanta e ottanta, si mosse un giovane introverso della Roma-bene, rimasto prigioniero – sostanzialmente per responsabilità proprie, ferma restando l’enigmatica conclusione – di una spirale di violenza che ne ha totalmente cancellato il ricordo, estraneo persino a larga parte della comunità politica di riferimento solitamente molto attenta alla commemorazione dei propri morti.

Andrea Scarano

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