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(IM)PREPARATI ALLA GUERRA: TUTTI I LIMITI DELLA DIFESA UE

FONTE: https://it.insideover.com/difesa/impreparati-alla-guerra-tutti-i-limiti-della-difesa-ue.html

A metà settembre del 2021 la presidente della Commissione Europea, Ursula von Der Leyen, durante il discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento riunitosi a Strasburgo, ha affermato che “abbiamo bisogno della Difesa europea” riportando nell’agenda dell’Ue l’esigenza di dotarsi di una Difesa comune.

La causa scatenante è stata la gestione unilaterale, da parte degli Stati Uniti, del ritiro dall’Afghanistan, che ha sostanzialmente escluso gli Alleati facenti parte della Nato dai processi decisionali dell’operazione di evacuazione di Kabul. Allora l’attuale crisi ucraina appariva solamente un lontano spettro, e sul tavolo dell’Unione era giunto il dossier per stabilire un primo contingente militare condiviso che dovrebbe andare a costituire una Expedition Force, ovvero una forza di primo intervento da inviare in aree di crisi. Una forza più ampia rispetto al primo Eu Battlegroup composto da 1500 unità: avrà una consistenza di almeno cinquemila uomini ed il suo quartier generale, pensato come un comando permanente, sarà a Bruxelles.

Contestualmente, in quella occasione, la presidente aveva tenuto a sottolineare la necessità di avere un “Joint Situational Awareness Center”, ovvero un centro comune che raccolga e metta a sistema tutte le informazioni delle varie agenzie di intelligence europee, che sino a oggi hanno sempre agito un po’ troppo in modo indipendente e slegato le une dalle altre. Parallelamente era stata individuata la necessità di approcciarsi al fronte del Cyber Warfare in modo più coordinato, per aumentare la propria sicurezza cibernetica al punto da far diventare l’Ue leader nel settore: qualcosa di raggiungibile attraverso la definizione del nuovo “Eu Cyber Resiliant Act” che permetterebbe di avere una legislazione unica in merito. Senza dimenticare lo Space Warfare, tornato prepotentemente in auge per via dei maggiori assetti spaziali schierati dalle potenze avversarie che comprendono anche sistemi “killer” per contrastare le capacità satellitari.

Lo scoppio del conflitto in Ucraina ha rimescolato le carte, costringendo l’Ue ad affrontare il tema della Difesa comune in modo molto più approfondito: l’11 marzo 2022, a Versailles, sono state elaborate nuove linee guida per intraprendere le azioni a breve, medio e lungo termine necessarie per ovviare alle carenze esistenti nell’Unione in questo ambito. Queste sono state individuate, in linea generale, nei tagli ai bilanci dopo il termine della Guerra Fredda, che hanno ricevuto un ulteriore giro di vite in occasione dapprima della crisi economica del 2008 e successivamente dallo scoppio della pandemia, e nella troppa enfasi posta sulle operazioni fuori area che ha portato con sé la scarsa (o nulla) attenzione rispetto alle forze terrestri pesanti (meccanizzate/corazzate/artiglieria). Come diretta conseguenza si è assistito al taglio del personale, alla riduzione del numero di mezzi (con impatto nell’industria europea) e delle scorte di materiali, che infatti ora, con l’invio di aiuti militari all’Ucraina, stanno preoccupando i governanti non solo di oltre Atlantico.

Occorre quindi migliorare non solo la quantità e la qualità degli strumenti militari dell’Ue, ma anche l’attività di coordinamento per il procurement militare: nonostante, da tempo, in Ue esistano degli organismi preposti per la messa a sistema del comparto Difesa, come l’Occar (Organisation Conjointe de Coopération en matière d’Armement), l’Agenzia Europea per la Difesa, la Pesco (Permanent Structured Cooperation), a cui si è affiancato il recente European Defense Fund (Edf), la maggior parte dei Paesi europei continua a preferire la via “autarchica” motivata dalla salvaguardia dell’industria nazionale e della sovranità.

Il doppio binario dei caccia

La situazione, anche per questo, non è rosea: in Europa, per fare un esempio, in questo momento ci sono due programmi per la costruzione di un caccia di nuova generazione (Tempest e Scaf – Système de Combat Aérien du Futur), con quello anglo-italo-svedese (e presto giapponese) che dimostra maggiore flessibilità progettuale e una migliore tabella di marcia, anche in considerazione del know how accumulato da Italia e Regno Unito nella partecipazione al programma Jsf (F-35). Una duplicazione che porta con sé una concorrenza interna controproducente (e dannosa per l’industria) insieme a una futura linea logistica “doppia”, quindi con dispendio di risorse e difficoltà di interdipendenza: problemi visti anche in Ucraina per le armi occidentali.

La mancanza di mbt

Dal punto di vista delle forze terrestri, se possibile, la situazione è ancora peggiore: negli eserciti dell’Europa occidentale il numero degli Mbt (Main Battle Tank) è drasticamente crollato col termine della Guerra Fredda. La Repubblica Federale Tedesca a metà degli anni ’80 aveva a disposizione 5mila tank composti da Leopard 1 e 2 e da M-48 modernizzati, mentre l’Italia poteva contare su 1200 tra Leopard 1, M-60A1 e circa 500 vecchi M-47. Oggi Berlino ha in servizio 224 carri Leopard 2 la cui operatività è tutta da dimostrare stante le difficoltà strutturali della Bundeswehr dove il tasso di efficienza dei mezzi, siano essi aerei, terrestri o navali, è preoccupante, e in alcuni momenti relativamente recenti è stato anche disastroso.

Guardando alle forze corazzate del nostro Paese la situazione non sembra essere migliore: dei 200 Mbt Ariete C1 si stima che solo la metà siano davvero pronti al combattimento. Anche se l’età dei carri occidentali non si discosta molto da quella dei mezzi russi, la situazione è allarmante: l’ultimo Leopard 2 è uscito di fabbrica nel 1992, mentre nel 1986 veniva completato il prototipo dell’Ariete C1. Il carro armato più moderno che può schierare l’Ue è il francese Leclerc, che ha cominciato a essere prodotto nel 1991. Quindi tutti gli Mbt dell’Europa occidentale hanno alle spalle almeno 30 anni di servizio, se pur avendo subito continui aggiornamenti più o meno profondi.

Una situazione a cui va posto rimedio. Il programma Main Ground Combat System (Mgcs), il progetto franco-tedesco per un nuovo mtb che dovrebbe rimpiazzare nel 2035 i Leopard 2 tedeschi e i Leclerc francesi e che potrebbe essere esteso ad altri partner, come l’Italia e la Spagna, naviga ancora in alto mare, per le solite questioni legate alla sovranità nazionale e sicurezza industriale.

Il problema dei bilanci

Se guardiamo ai bilanci, la situazione è, forse, ancora peggiore: il conflitto in Ucraina ha dato una “scossa”, ma all’interno dell’Ue (salvo alcune eccezioni) si fatica anche solo a raggiungere quel 2% del Pil per la Difesa consigliato dalla Nato. I dati, da questo punto di vista, sono impietosi: l’Unione, tra il 1999 e il 2021, ha registrato un incremento medio delle spese per la Difesa pari al 19,7% a fronte del 65,7% del bilancio Usa, del 292% di quello russo e del 592% di quello cinese. Per recuperare il terreno perduto occorrerà uno sforzo prolungato e costante, e i malumori interni non mancano.

Questo denaro, poi, dovrà essere investito internamente all’Ue per poter sviluppare la capacità di ricerca e sviluppo locale: da questo punto di vista, quindi, mal si adattano le decisioni di Germania, Polonia e dei Baltici di “fare la spesa” oltre Atlantico. L’acquisto interno congiunto di sistemi d’arma, in uno sforzo comune guidato da Bruxelles, consentirebbe di riequilibrare anche la bilancia euroatlantica erodendo il peso degli Stati Uniti nel Vecchio Continente: qualcosa che a Washington non vogliono propagandando la duplicazione degli assetti e la centralità della Nato, sostenuta dal Regno Unito sotto Brexit ma ancora legato alle sorti dell’Ue.

L’Unione, per gestire meglio la spesa in modo unitario, prevede la definizione, entro il 2022, di un regolamento chiamato European Defence Investment Programme (Edip) che stabilirà le condizioni per la nascita di cooperazioni tra i Paesi membri, definendo anche le agevolazioni finanziarie, ma quello che davvero manca all’Ue, al di là di enti e agenzie, è una politica estera comune.

Il peso della Difesa comune

Avere una Difesa comune significa infatti, oltre che avere una base industriale comune con compiti diversificati e specializzati, avere una politica estera comune. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che fa capo al Consiglio dell’Ue, non assume ancora quel ruolo unitario di rappresentanza di tutti i Paesi aderenti, che, come logico, perseguono le proprie politiche negli affari esteri.

Il problema principale, qui, è quello che si riscontra anche nella Nato: accomunare le visioni strategiche in politica estera (e quindi anche nella Difesa), di un numero elevato di Paesi è molto difficile, quasi impossibile. L’esempio dell’Alleanza Atlantica è calzante: tra i suoi 30 aderenti non ci sono le stesse percezioni di minaccia alla propria sicurezza, coi Paesi dell’est europeo che guardano con molta preoccupazione alla Russia e quelli mediterranei che vorrebbero porre l’attenzione anche al “Fronte sud”. Ora bisogna immaginare, guardando alla carta geografica dell’Ue, la riproposizione dello stesso meccanismo ma senza un “padrone” come gli Stati Uniti che, in ultima istanza, decide il da farsi.

Ci sono cenni di risveglio dal torpore causati dalla guerra in Ucraina, e quanto uscito dal vertice di Versailles lo dimostra, ma la strada verso la definizione di una Difesa Ue, quindi anche del miglioramento dello strumento militare europeo, è tutta in salita e dipende principalmente dalla scarsa voglia di rinunciare a piccole parti della propria sovranità per mettere a sistema competenze e capacità.

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