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DIARIO DI GUERRA. MOSCA CONQUISTA LISICHANSK. G20 TURBOLENTO

Il racconto della settimana tra conflitto nell’Est Europa e diplomazia internazionale alla ricerca di una via d’uscita dalle fiamme ucraine

FONTE: https://www.barbadillo.it/105230-diario-di-guerra-mosca-conquista-lisichansk-g20-turbolento/

La bandiera di Mosca sventola sul municipio della città di Lisichansk. Anche l’ultima roccaforte di Kiev nel Lugansk è caduta in mano russa, decretando la più grande sconfitta dalla caduta di Mariupol. Il premier ucraino, Zelensky, ha ammesso di aver deliberatamente ritirato l’esercito dalla città per salvare vite umane ma ha assicurato: “Le truppe ucraine ritorneranno. La battaglia per il Donbass non è ancora finita”. Una settimana prima di Lisichansk si è arresa la città gemella sull’altra sponda del fiume, Severodonetsk. Si parla di centinaia di soldati deceduti in entrambi gli schieramenti e di quarantamila colpi d’artiglieria al giorno. Metà della regione è sotto il controllo russo, per completare l’invasione manca la conquista dell’oblast di Donetsk. Il presidente russo, Putin, ha ringraziato le proprie armate per la vittoria e le ha esortate ad andare avanti con l’offensiva adottando uno schema ormai collaudato: gli attacchi dal cielo spianano la strada per le forze di terra. In città occupate come Severodonetsk, settemila abitanti sono bloccati senza acqua, elettricità e gas. Dati ONU rivelano che da febbraio sarebbero morti cinquemila civili, tra cui oltre trecentotrenta bambini.

Il governatore della provincia di Donetsk, Kyrylenko, ha chiesto l’evacuazione delle trecentocinquantamila persone ancora presenti nella zona. La controffensiva ucraina ha funzionato a Kramatorsk e ha riconquistato una parte dei territori, infliggendo significative perdite alle forze di Mosca. Soddisfatto Zelensky, che ha voluto ringraziare l’Occidente: “Le armi che l’Ucraina ha ricevuto dai partner occidentali funzionano con potenza. Di conseguenza, le perdite degli occupanti russi non potranno che aumentare di settimana in settimana”. 

Gli americani hanno annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari per quattrocento milioni di dollari facendo infuriare l’ambasciata russa negli Stati Uniti, secondo la quale gli Usa vorrebbero prolungare il conflitto. 

L’attacco al Donbass

L’obiettivo del Cremlino è accerchiare Sloviansk, come ha fatto con Lisichansk, dove la battaglia è stata lunga e ha permesso di colpire i territori del Donetsk. Per l’avanzata russa è cruciale prendere il controllo della strada che collega Lisichansk a Bakhmut, lungo la quale stanno fuggendo i civili. Dopo un breve periodo di pausa operativa da parte degli invasori, proprio a Bakhmut è scattata l’offensiva di Mosca, a pochi chilometri da Sloviansk e Kramatorsk che sarebbero il prossimo fronte di guerra. Secondo fonti ucraine, gli invasori hanno perso quasi trentasettemila uomini ma con i bombardamenti incendiano i campi nella regione di Donetsk e in quella di Zaporizhzhia. Il Ministro della Difesa del paese assediato ha detto: “Non brucia il grano ucraino, brucia la sicurezza mondiale”. Zelensky si è recato sul fronte di Dnipro, in visita all’ospedale Mechnikov, dove ha ringraziato gli operatori sanitari: “Sono eroi”. 

LA DIPLOMAZIA

Quarantuno paesi si sono riuniti a Lugano per quella che, prima dell’invasione, doveva essere una conferenza sulla riforma dell’Ucraina ma è diventata una conferenza sulla ricostruzione del paese. Si stima che servirebbero almeno settecentocinquanta miliardi di dollari. Il ministro degli Esteri britannica, Truss, invoca un nuovo piano Marshall. Zelensky chiede che per la ricostruzione vengano utilizzati i ricavati della vendita dei beni russi sequestrati nell’ambito delle sanzioni internazionali contro Mosca. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha dichiarato: “Abbiamo di fronte un compito colossale. Stiamo lavorando perché l’Ucraina possa vincere la guerra. Con il nostro sostegno, il paese sarà ricostruito come i giovani ucraini lo vogliono”.

L’incontro Draghi-Erdogan

Nel frattempo, Italia e Turchia hanno firmato nuovi accordi di collaborazione. “La Turchia spera nell’apertura di un corridoio del grano nel Mar Nero entro dieci giorni” ha dichiarato il premier turco, Erdogan. Il leader italiano, Draghi, ha sottolineato: “Italia e Turchia sono unite nella condanna dell’invasione russa e nel sostegno a Kiev. Siamo in prima linea nel cercare una soluzione negoziale che fermi le ostilità e che garantisca una pace stabile e duratura”. La von der Leyen si è detta preoccupata per le strategie russe sul gas, affermando che dobbiamo prepararci a ulteriori diminuzioni dell’approvvigionamento e anche a un possibile taglio completo dalla Russia.

Il G20 turbolento

La guerra ha intaccato anche l’incontro dei ministri degli esteri al G20 di Bali, in Indonesia. Per protesta contro Mosca e per evitare il Ministro degli Esteri russo, Lavrov, i ministri del G7 che sostengono Kiev hanno rinunciato alla cena di benvenuto del summit. Il Segretario di Stato statunitense, Blinken, si è rivolto direttamente a Lavrov che non era presente nella stanza: “Il grano ucraino non è vostro. Perché bloccate i porti?”. Il ministro russo ha abbandonato la sessione mentre l’omologa tedesca, Baerbock, criticava il Cremlino e si è lamentato: “Ci hanno accusato di tutto. Non si può parlare con chi desidera che l’Ucraina ci sconfigga sul campo di battaglia. Le sanzioni equivalgono a una dichiarazione di guerra”. Inoltre ha aggiunto: “Sul grano siamo pronti a trattare con Ankara e Kiev”. Il suo omologo italiano, Di Maio, ha detto che il proprio paese è pronto a contribuire con i porti dell’Adriatico e ha ribadito che le esportazioni ucraine devono riprendere per porre fine alla più grande crisi alimentare dalla Seconda Guerra Mondiale. Alla vigilia del G20 si è espresso Putin con toni di sfida: “Quelli che rifiutano di discutere con noi devono sapere che più aspettano, più sarà difficile raggiungere un accordo. Sentiamo dire che vogliono sconfiggerci sul campo, che ci provino. Ma in Ucraina non abbiamo ancora cominciato a fare sul serio”. Mosca gioisce per le dimissioni del primo ministro inglese, Johnson. “Il primo è andato” afferma con ironia l’ex presidente russo, Medvedev, parlando di arroganza britannica.

Antonio Bottalico

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