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A PROPOSITO DI BERNARD-HENRI LÉVY: SI CREDEVA UN SARTRE, DIVENNE UN MCCARTY

Oggi i nouveaux philosophes non sono più nuovi, e non oserei nemmeno definirli un “usato sicuro”

FONTE: https://www.barbadillo.it/104726-giornale-di-bordo-a-proposito-di-bernard-henri-levy-si-credeva-un-sartre-divenne-un-mccarty/

#Kissinger se rêvait Metternich et il finit Chamberlain. Il crache à la figure de #Zelensky.

Rifletto, a mente fredda sul “cinguettio” di Bernard-Henri Lévy contro Kissinger, paragonato a Chamberlain dinanzi a Hitler, nonché esposto al pubblico ludibrio per aver craché (sputato) sulla figura di Zelensky (nemmeno fosse stato Napoleone o Carlo Magno). Ci penso, ci ripenso, e non posso fare a meno di pensare (parlo anche per me) a come invecchiare bene non sia facile.

Eppure, c’è stato un tempo in cui la Francia mi faceva sognare, per il suo passato e per il suo presente, anche per merito di Bernard-Henri Lévy. Era la fine degli anni Settanta e, rispetto all’Italia degli anni di piombo,  mi appariva un paradiso. Nella Parigi di Chirac, grande sindaco quanto futuro mediocre presidente, bastava il fischietto di un flic a tenere a bada i malintenzionati e le toilette dei caffè erano sempre aperte, non “guaste” come in Italia perché il cameriere non aveva voglia di pulirle. Andavo in giro a visitare le tombe dei martiri della Rivoluzione, al cimitero del Pipcus, giravo per il Quartiere Latino alla ricerca degli alberghetti in cui aveva vissuto i suoi anni di bohème Ardengo Soffici (e mal me ne incolse: fra le lenzuola di uno di essi trovai delle pulci, probabili discendenti dei cafards che raccontava di aver trovato lui settant’anni prima…), andavo alla messa tradizionale in Saint-Nicolas du Chardonnet. Mi attraeva il passato, ma anche la grande stagione del nuovo. Erano gli anni della esplosione della Nouvelle Droite, ma anche della Nouvelle Histoire, con cui mi aveva fatto familiarizzare Franco Cardini, e suscitavano in me un’istintiva simpatia anche i nouveaux philosophes, perché, in un’epoca in cui vasti ambienti del mondo culturale, politico e persino ecclesiastico parevano rassegnati alla sovietizzazione dell’Europa occidentale, avevano il coraggio di denunciare “la barbarie dal volto umano”.

I nouveaux philosophes

Oggi i nouveaux philosophes non sono più nuovi, e non oserei nemmeno definirli un “usato sicuro”. L’Ottantanove li ha lasciati vedovi di un nemico e se ne sono creati di nuovi meno attendibili. Il tweet di B.H.L. ne costituisce la prova. Il già nuovo filosofo accusa Kissinger di credersi Metternich e di essere invece un nuovo Chamberlain. L’accusa, velenosa, ha un suo fondamento nella prima parte. La tesi di dottorato di Kissinger s’intitolava infatti Diplomazia della Restaurazione e, come osservò Luigi Salvatorelli recensendo l’opera sulla “Stampa”, costituiva una “tacita esaltazione” del grande statista, per la sua capacità prima di liquidare Napoleone, poi di assicurare stabilità al continente europeo con le scelte del Congresso di Vienna. L’idea non era del tutto originale: dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale in molti furono indotti a un confronto tutt’altro che lusinghiero fra la diplomazia della Restaurazione, che, anche risparmiando una pace punitiva alla Francia, aveva evitato per un secolo un conflitto globale al Vecchio Continente, e la pax carthaginiensis di Versailles, che umiliando la Germania e disgregando l’impero asburgico non aveva garantito l’equilibrio europeo più di vent’anni. Ma Kissinger esponeva la sua tesi con molta lucidità.

Kissinger

Figlio di un professore e di una casalinga ebrei tedeschi costretti a emigrare dalla Germania nel 1938, cittadino statunitense per meriti militari (si arruolò nell’Esercito Usa dopo lo scoppio della guerra come soldato semplice), Kissinger portò nella diplomazia statunitense, perennemente condizionata da pregiudizi moralistici, la grande cultura mitteleuropea: non a caso un’altra sua dissertazione accademica aveva al centro l’opera di Spengler. Come segretario di Stato e consigliere di presidenti, repubblicani e anche democratici, realizzò quel capolavoro politico che fu la diplomazia del ping-pong, con cui, spezzando il gelo che separava Stati Uniti e Cina, contribuì all’isolamento diplomatico sovietico. I consigli che, alla non più verde età di novantanove anni, offre al mondo sono un prodotto di questa cultura. E l’idea che per ottenere la pace Zelensky debba fare delle concessioni e che proseguire la guerra a oltranza contro l’invasore russo sia un errore, non è un oltraggio alla memoria dei caduti, ma un saggio consiglio di Realpolitik. Soprattutto, non è certo un comportamento da Chamberlain, nei cui confronti, come profugo ebreo, Kissinger non deve nutrire molte simpatie, ma una semplice manifestazione di buon senso. Anche perché infierire su Putin non significa fare il bene degli Ucraini, ma sospingere Mosca nelle braccia di Pechino, l’opposto di quello che la diplomazia del ping-pong aveva realizzato.

Tutto questo, però, non basterà a convincere Bernard-Henri Lévy, L’ex nuovo filosofo a furia di dipingere Putin con i baffetti alla Hitler finirà per farglieli spuntare, dimenticando che a differenza del Führer lo “zar” dispone dell’arma atomica, e continuerà nella sua caccia alle streghe contro chi cerca la pace, alternando ricatti morali e liste di proscrizione. Finché un giorno a qualcuno verrà in mente di cinguettare: “Bernard-Henry Levy: si credeva un Sartre, e finì McCarthy”.

Enrico Nistri

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