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LA GIRAVOLTA DEI MEDIA OCCIDENTALI SULLA GUERRA IN UCRAINA NON È CASUALE

FONTE: https://it.insideover.com/guerra/la-giravolta-dei-media-occidentali-sulla-guerra-in-ucraina-non-e-casuale.html

Nell’ambiente dell’informazione a stelle e strisce esiste un segreto di Pulcinella: il New York Times è la voce delle divisioni nelle stanze dei bottoni. Quando l’equilibrio bipartisan viene meno, quando il partito al potere è lacerato da rivalità intestine e quando la voglia di golpe morbido è nell’aria, il NYT è la piattaforma che dà sfogo alle gole profonde che parlano su ordine di qualche eminenza grigia.

Il NYT avrebbe avuto più difficoltà a guadagnarsi il titolo di “giornale dei record”, una nomea dovuta alla vittoria di 132 premi Pulitzer, se qualcuno non lo avesse scelto per farne il megafono del malcontento e delle lotte (invisibili al pubblico) che pervadono e plasmano lo Stato profondo. Ed è così che il NYT ha potuto pubblicare i Pentagon Papers ai tempi della guerra in Vietnam e le inchieste sullo scandalo Iran-Contras durante l’era reaganiana, sui crimini commessi dalle truppe americane durante la Guerra al Terrore, sull’emailgate durante le presidenziali del 2016 e, oggi, sulla guerra in Ucraina.

Dopo gli articoli rivelatori sul ruolo giocato dall’intelligence a stelle e strisce nella campagna ucraina di eliminazione sistematica degli alti gradi russi in trincea e di neutralizzazione di obiettivi strategici, come il Moskva, il 19 maggio il NYT ha pubblicato un editoriale che ha fatto discutere sia in patria sia all’estero, What is America’s Strategy in Ukraine?, perché lapidario nella forma e nel contenuto: l’Ucraina non può vincere, gli Stati Uniti devono riconoscere la realtà sul campo e agire di conseguenza.

La domanda è (più che) lecita: perché il NYT è diventato il capofila del (crescente) movimento di opposizione al coinvolgimento attivo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina? Tra pericolose fughe di notizie ed editoriali controcorrente, che per via della trasformazione del mondo in villaggio globale possiedono una eco dirompente e ipersonica, il NYT sta in qualche modo influenzando il dibattito sulla guerra sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo occidentale. E la domanda nella domanda è persino più legittima della prima: la tendenza sdoganata dal NYT è sintomatica di una voglia di pace con la Russia o di una parte dell’establishment in rivolta contro la presidenza Biden?

Pace con la Russia, guerra in casa?

L’editoriale offensivo del NYT ha centrato l’obiettivo: dal 19 maggio, in Occidente, non si parla che del modo in cui trovare una soluzione concordata al conflitto, cioè se pace cartaginese – guerra a oltranza con fine l’umiliazione della Russia – o se pace viennese – riattivazione dei canali diplomatici e compromesso accettabile all’unanimità. Il primo a sfidare tale tabù, a onor del vero, era stato Emmanuel Macron. Ma la differenza è sostanziale se a lanciare l’appello è Parigi o un pezzo di Washington.

La campagna di boicottaggio trainata da NYT, ad ogni modo, potrebbe avere a che fare più con la guerra che con la pace. Perché negli Stati Uniti, a breve, avranno luogo le attesissime elezioni di medio termine e i Democratici rischiano di arrivarvi divisi internamente, causa gli screzi tra il duo Biden-Blinken e il resto dell’amministrazione, e indeboliti da fattori esogeni, in particolare l’infelice congiuntura economica del momento – carenza di beni, caro-energia, inflazione. A fare da sfondo, le divergenze di vedute tra Langley, Pentagono e Casa Bianca su come affrontare la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti di questa epoca: la transizione multipolare.

Il NYT, all’interno di questo contesto bellico al quadrato – con gli Stati Uniti impegnati in una guerra per procura in Ucraina e in una guerra civile in casa –, sta dando spazio e visibilità al dissenso del partito antibideniano, espressione dell’ala più moderata dei Democratici e del vivo e vegeto trumpismo. Una questione di guerra, che, però, ha meno a che fare con la Russia e più con gli Stati Uniti: attaccare la gestione del fascicolo ucraino, diffondendo peraltro notizie compromettenti, per screditare la presidenza Biden in vista dell’appuntamento elettorale di medio termine e con orizzonte temporale l’incerto 2024.

Ma non è solo questione di politica interna

La voglia di pace, o sarebbe meglio scrivere di distensione, è nell’aria. E lo è in modo particolare dal 24 aprile, ovvero dal giorno in cui il teorico dell’autonomia strategica, Emmanuel Macron, è stato rieletto alla guida dell’Eliseo. Un evento che ha fatto sospirare Olaf Scholz, oppresso dai Verdi e da Biden, e che è stato accolto calorosamente in quella parte di Unione Europea che anela all’emancipazione (geo)politica dagli Stati Uniti e nella Federazione russa alla ricerca di una via d’uscita dal pantano ucraino.

A partire da quel giorno, dal 24.4, la narrativa europea sulla guerra è cambiata: no ad un accesso dell’Ucraina nell’Eurofamiglia in tempi brevi, no a sanzioni che danneggino eccessivamente l’economia comunitaria, no ad una pace cartaginese con la Russia che rischi di destabilizzare ulteriormente il Vecchio Continente. Perché la geografia conta. La prima regola della geopolitica recita, non a caso, “ricorda con chi confini”. E questo è il motivo per cui se agli Stati Uniti conviene fare dell’Ucraina un ariete contro la Russia, l’Europa ha tutto da perdere da una periferia orientale devastata da fiamme in grado di raggiungere (e far esplodere) la polveriera balcanica.

La rielezione di Macron, in estrema sintesi, ha avuto delle ripercussioni riguardevoli negli Stati Uniti, dove è stata sfruttata dal partito antibideniano per indebolire l’attuale presidenza. Ma c’è di più: se l’ala moderata dei Democratici e i simil-isolazionisti trumpiani invocano una pace non è soltanto per antipatia politica, o peggio per un desiderio di tradire l’Interesse nazionale, ma perché consapevoli che raggiunti gli obiettivi primari attraverso l’Ucraina, equivalenti al disaccoppiamento eurorusso, al rafforzamento della NATO e alla piantatura di semi della discordia nello spazio postsovietico e nella cerchia putiniana, il prolungamento (eccessivo) del conflitto perde significato e aumenta i rischi di uno scontro frontale tra Stati Uniti e Russia.

L’amministrazione Biden è al corrente del conseguimento degli obiettivi primari, e non casualmente ha cominciato a inviare dei segni di distensione in direzione della Russia, ma non sembra avere intenzione di premere l’acceleratore sul processo di pace. Non ora. Non dopo aver approvato un pacchetto di aiuti a Kiev del valore di 40 miliardi di dollari. Non dopo aver tirato fuori dal cassetto la celebre Legge degli affitti e prestiti della Seconda guerra mondiale. Questione di ritorno economico. Volontà di indebolire ulteriormente la Russia, foraggiandola al tempo stesso, impiegando una tattica modellata sulla guerra Iran-Iraq.

L’ala moderata dei Democratici e il partito trumpiano, utilizzando il sistema mediatico come uno strumento per delegittimare la presidenza Biden e sabotarne l’operato, hanno una visione differente dei fatti. La guerra va fermata il prima possibile per evitare escalation esiziali per gli Stati Uniti, per impedire la castrazione dell’Ucraina – che se ridimensionata oltremisura e privata di sbocco sul mare perderebbe valore strategico nel contenimento della Russia – e, soprattutto, perché il testimone del litigio, che è anche il vero obiettivo di lungo termine di Washington, ossia Pechino, nel silenzio prende appunti e trae indirettamente profitto dal conflitto nella speranza di catalizzare la transizione multipolare.

Emanuel Pietrobon 

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