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ESTERI E GEOPOLITICA

AZOVSTAL, QUEL SENSO DEL TRAGICO SCONOSCIUTO AI CHIACCHIERONI SOCIAL

FONTE: https://www.ilprimatonazionale.it/esteri/azovstal-senso-tragico-sconosciuto-chiacchieroni-social-233820/

L’ultimo avamposto ucraino di Mariupol, comunque si voglia leggere questa guerra, resterà nella memoria di tutti. Una vicenda drammatica che si sta concludendo adesso con l’evacuazione degli ultimi combattenti ancora all’interno dell’acciaieria bersagliata dai russi. Azovstal, Azov, reggimento Azov, battaglione (ormai improprio) Azov. Nomi, sigle, etimi sconosciuti ai più che tutt’al più conoscevano il Mare, di Azov, fino a 83 giorni fa. Esattamente come ignoravano l’Azov russa, cittadina sul fiume Don, antica Tanais greca e più tardi colonia veneziana e genovese. Labili confini, incontro e scontro storico, generazionale, culturale. Sangue e radici che si incrociano nelle piste di ghiaccio e nei detriti di conflitti millenari. Il consigliere presidenziale ucraino Mikhailo Podolyak, si è sbilanciato, definendo la resistenza di Azovstal le “Termopili del XXI secolo“. Comprensibile enfasi, oltre la propaganda, di chi conserva il senso dell’assedio.

Azovstal, il senso del tragico cancellato dai social

Intanto, mentre le armi continuano a mietere vittime nell’Ucraina orientale, ci si interroga sul futuro dei soldati fatti uscire dall’acciaieria. Destini e numeri incerti di chi non ha alzato subito bandiera bianca: 265, 300, forse più, soldati. Alcuni gravemente feriti, forse evacuati a Olenivka. Il Cremlino promette che verranno trattati secondo le norme del diritto internazionale, alla Duma c’è chi ne chiede la testa, altri propongono l’ergastolo, altri ancora uno scambio di prigionieri. C’è sempre chi è più realista del re, quando si inseguono consenso ed effimera visibilità. Ma la triste gara sulla pelle degli altri va in scena soprattutto sui social, scomposto verso del nuovo metaverso ologrammatico, oscena caciara di chi non ha mai assaporato il senso dell’assedio e non sa cosa sia il senso del tragico. Essenza di Europa, radice greca incarnata nella letteratura, concetto assoluto dibattuto dai giganti che lo rincorrevano, ignorato dalla mediocrità dei nani mai saliti su Hegel, Nietzsche, Schopenhauer.

C’era una volta la tragedia

Tragedia, in quanto tale connessa all’epica, là dove il mito si fonde con il dramma, ergo con l’azione, perché δρᾶμα, dramma, deriva da δρὰω, agire. Profondità di pensiero stracciata dall’ansia del post Facebook, del cinguettio Twitter, del premere sulla tastiera come spiritati nientologi improvvisatisi analisti di geopolitica. Ma certo, si può criticare qualunque governo, attaccare le prese di posizione di Zelensky o Putin, porsi di lato e non sopra i governi che decidono. Evitabile forse, eppure legittimo. Non si dovrebbe però sputare su chi combatte per la propria terra. E’ l’inviolabile regola numero uno di qualsivoglia civiltà, impressa a Oriente come a Occidente, nei richiami di Marco Aurelio come in quelli di Sun Tzu. Nessuno forse vincerà questa guerra, ma sappiamo già chi ha perso, sé stesso prima di ogni altra cosa: chi oggi sbeffeggia i combattenti di Azovstal, esattamente come coloro che deridono i giovani soldati russi inviati in Ucraina. Senza patria, senza storia, senza destino.

Eugenio Palazzini

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