KULTURA

IL SOGNATORE CON L’ELMETTO: UN LIBRO DANNATO

Nel libro scandalo di De La Mazière – per la prima volta tradotto in italiano – le memorie del giovane sognatore volontario della Divisione SS “Charlemagne” che distrusse la sua carriara e sconvolse la Francia.

FONTE: https://www.ilgiornale.it/news/cultura/sognatore-lelmetto-romanzo-dannato-2022458.html

“Ci maledica pure il mondo intero” cantavano i giovani francesi della Divisione SS Charlemagne mentre erano in marcia. Dopo una lunga e cadenzata risata. Era Le chant du Diable, un vecchio canto dei franchi prestato ai posteri che in Francia divennero innominabili: dopo la caduta di Berlino e la disperata resistenza che vide – nel migliore dei casi – la cattura, le condanne, il carcere e la privazione d’ogni diritto civile. Nel peggiore la morte per fucilazione e la privazione del ricordo alla memoria. L’istigazione alla vergogna.

“Tra questi qualche coraggioso, ironico e senza complessi, riporta i suoi ricordi in dei libri gustosi. Saluto a tal proposito Christian de La Mazière e il suo bel Il sognatore con l’elmetto. È bene che delle coscienze pulite rifiutino di piegarsi agli ukase gollisti-comunisti e il senso di colpa al quale si pretende di sottometterle”, scrisse Pierre Monnier, sostenitore di Robert Brasillach e fautore dei capolavori maturi di Luis-Ferdinand Céline. Nonché profondo estimatore – come tanti altri giornalisti, possiamo annoverare tra loro Jean Mabire – del Sognatore che nel 1944 indossò l’elmetto con la stessa smargiassa ingenuità di quel maledetto Ferdinand Bardamu, avviatosi come nessuno prima di lui (e la mente del suo creatore, Céline) nel Viaggio al termine della Notte. O per meglio dire al termine del grande sogno ideologico.

Christian De La Mazière fu molte cose, fu prima di tutto giornalista. Prima di essere un combattente. E come molti, troppi di loro, era un sognatore. Quando scriveva per un piccolo giornale collaborazionista parigino ,“ Le Pays libre”, un giovane lavoratore gli aveva fatto visita in redazione confessandogli che i suoi articoli lo avevano ispirato al punto di vestire l’uniforme delle Waffen-SS per un “futuro più pulito”. Fu allora che decise di abbandonare la macchina da scrivere e partire volontario come quel lavoratore. Confessando: “Dopo aver seguito le mie convinzioni, le aveva superate. Ero legato alla sua scelta. Se non volevo, un giorno, vivere nel rimpianto e nella vergogna, dovevo seguire il suo esempio”. E così fu.

Come volontario nella Divisione “Charlemagne” protagonista degli ultimi combattimenti sul fronte orientale “nell’inferno della Pomeriana”, De La Mazière scoprirà l’inganno di ogni guerra, trovandosi facci a faccia con il destino miserabile in un’armata sconfitta, con la morte di donne e bambini, di amici e nemici, di innocenti e criminali. Imparerà ad assaltare un T-34 russo con un panzerfaust e a fare il saluto nazista come solo le SS usavano, per differenziarsi dalla Wehrmacht e accentuare il loro status di truppa d’élite. Ma la guerra iniziata in forza della fascinazione del motto “Il mio onore si chiama fedeltà” (Meine Ehre heißt Treue, ndr) gli impartirà ben presto la dura lezione morale, che lo vedrà convenire come in fondo: “Per aver un po’ di respiro si sia pronti a giurare qualsiasi cosa”.

Scampato alla morte proprio grazie al suo tesserino da giornalista, nei lunghi anni trascorsi nel carcere francese di Clairvaux – mentre gli scrittori come Brasillach e i combattenti collaborazionisti come Bassompiere venivano fucilati – i suoi ricordi nitidi e strazianti si fisseranno nella sua mente duramente provata. La stessa mente che aveva già trovato il senso e il dissenso di tutto in uno degli ultimi giorni trascorsi allo sbando nelle foreste baltiche. Mentre gli Ivan (così chiamava in gergo i russi) gli davano la caccia e lo braccavano insieme agli sbandati che si erano tramutati in branco di animali apatici in mimetica Erbsentarn, con i tre gigli della Charlemagne sulla spalla e gli specchietti con le rune sul colletto – stemmi che andavano strappati prima di lasciarsi catturati, se non si voleva essere giustiziati con un colpo alla testa seduta stante. Ne trarrà un romanzo di formazione abominevole e sconveniente: questo. Pubblicato molto tempo dopo, nel 1971, quando la sua vita “distrutta” era tornata ad essere “en rose” dopo essersi reso uno delgi impresari di pubbliche relazioni più talentuosi di Francia, sempre accompagnato da amanti splendide, come Juliette Gréco e Dalida. Gli costerà molto, compreso il successo e la riabilitazione fino ad allora maturati.

“Ho iniziato la mia avventura con gesti inutili, tanto vale terminarla con un gesto inutile”. Battute di spirito e spezzo del pericolo come questa rendono agli occhi del lettore Christian de La Mazière un uomo straordinario; e questo libro maledetto, edito per la prima volta in Italia da Andrea Lombardi, un tassello importante per la Storia e la letteratura che non ha parte, bensì bisogno di conoscere cosa è stato combattere a fianco dei nazisti come volontari, quando la soluzione finale era un segreto occultato anche ai generali di corpo d’armata. Quel giovane idealista giunto al termine della sua notte, gettato l’elmetto e lavato via il sangue di altri giovanissimi francesi dall’uniforme logora, impartisce una lezione ad ogni lettore che possegga l’onestà intellettuale adatta a compiere un viaggio tra i vinti. A lui la scelta.

Davide Bartoccini

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