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HISTORIA MAGISTRA VITAE

15 aprile 1944: l’esecuzione di Gentile tra storia e politica di Roberto Bonuglia

Fonte: https://www.orazero.org/15-aprile-1944-lesecuzione-di-gentile-tra-storia-e-politica-di-roberto-bonuglia/

Fu l’idea di un’«Italia morale, con una reale ed energica coscienza nazionale» [1] che morì per mano assassina il 15 aprile 1944. Morì quando Giovanni Gentile tinse suo malgrado con il «suo sangue i lastrici di una via di Firenze, atterrato dal piombo di un ignoto […] togliendo se stesso da una situazione penosa e l’Italia postfascista dall’imbarazzo di doverlo condannare, salvo poi riabilitarlo, come è avvenuto per tanti altri» [2].

Gentile era Gentile prima del fascismo: già professore di filosofia a Campobasso (1897) e Napoli (1900), apprezzato docente universitario a Palermo (1906) dove i giovani lo amavano e «si affollavano alle sue lezioni» [3]. Negli anni della Grande Guerra insegnò negli Atenei di Pisa e Roma forte dei titoli che vantava come filosofo e storico che lo avevano fatto conoscere anche oltre i confini italici.

Un curriculum di tutto rispetto che non a caso lo fece interlocutore privilegiato di Benedetto Croce, col quale fondò La Critica in tempi non sospetti (1903) non dopo aver ridimensionato l’identificazione crociana di storia e arte contro quella di storia e scienza, «la quale è conoscenza che cerca il generale e che lavora per concetti» e al contempo sollevando più di qualche perplessità in merito al ripudio crociano della filosofia «come pure e semplice narrazione di fatti accaduti nella loro oggettiva concatenazione di mutua dipendenza» che per Gentile, invece, necessitava di un’integrazione con la metodica storica [4].

Per l’efficacia delle sue idee e l’efficienza nel sostenerle Gentile non ebbe certo bisogno dei favori del Pnf per “fare carriera”. Anzi, sul piano culturale il saldo complessivo è negativo visto che fu molto più ciò che diede lui al fascismo di quanto ne ricevette: «negli anni tra il ’22 e il ’29 la cultura gentiliana ha assicurato la continuità tra il fascismo e la vecchia tradizione della consacrazione hegeliana del liberalismo risorgimentale: continuità di cui il fascismo aveva bisogno per inserirsi nella classe dirigente […] furono l’attualismo e la sua prospettiva sulla storia del Risorgimento a permettere al fascismo quell’inserimento nella tradizione, senza la quale nessuna linea politica può resistere» [5].

Costò caro a Gentile il “coraggio della coerenza” portato avanti in un’Italia nella quale la “resa senza condizioni” non aveva affatto portato la pace, ma il baratro materiale e morale. Nella Penisola degradata e ferita a morte «nella sua coscienza morale dai disastri della guerra» e al contempo lacerata «nella sua stessa fibra umana, dal conflitto intestino» [6] Gentile rigettò orgogliosamente il “sofisma dei prudenti”, degli attendisti che ispiravano il proprio comportamento in nome di un malinteso realismo politico che era, invece, interesse personale. Già prima del Discorso in Campidoglio erano iniziate le minacce di morte – delle quali si astenne dal fare alcun cenno persino ai familiari («solo dopo la sua morte che se ne ebbe notizia, rinvenendole tra le sue carte» [7]) – che ovviamente, dopo la prolusione si moltiplicarono e si fecero ancor più minatorie: su tutte quella pubblicata dalla rivista del Partito Comunista La nostra Lotta triste preludio destinato a palesarsi nei quattro gappisti che lo freddarono mentre rincasava, disarmato, il 15 aprile 1944: Radio Londra definì il “triste castigo” infertogli “un atto di giustizia”. E lo fece in fretta, inserendo l’episodio nella battaglia della “resistenza” senza nemmeno attendere la rivendicazione dello stesso.

Le fosche nubi sul destino di Gentile si addensarono dunque velocemente nella primavera del 1944. Dopo la commemorazione di Giambattista Vico nel secondo centenario della morte [8] – evento oggetto di attacchi gratuiti per la lettura del pensiero di Vico fornita da Gentile in chiave di concordia nazionale e la scarsa partecipazione accademica [9] – soprattutto, esse si fecero nere. La rubrica Sul fronte e dietro il fronte di Radio Londra definì l’incontro spettrale, riservando all’organizzatore una serie di sinonimi tutti volti al passato: ex-senatore, ex-eccellenza, ex-filosofo. Non ironia, non satira, bensì “tuoni” che preludevano a un brutto temporale e che si intensificarono rapidamente.

Gentile continuò a girare senza scorta e fu ucciso da sicari che non lo avevano mai visto prima, tanto che della sua identità si dovettero accertare: «mentre lo chauffeur gli apriva il cancello, quattro giovani si avvicinarono alla macchina e chiesero se dentro vi fosse G. Gentile. Avendo egli risposto affermativamente, gli spararono addosso e lo uccisero» [10].

Era consapevole di correre quel rischio, il filosofo. Lo confermano due episodi su tutti. Nel luglio 1943 dando il manoscritto della sua ultima opera Genesi e struttura della società ad un suo amico antifascista gli disse: «I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il mio lavoro nella vita è finito» [11]. In una lettera alla figlia si lasciò a una lucida confidenza: «Aspettare tappato in casa che maturino gli eventi è il solo modo di comprometterli gravemente. Bisogna marciare come vuole la coscienza. Questo ho predicato tutta la vita. Non posso smentirmi ora che sto per finire» [12]. Sapeva, dunque, Gentile. E quel giorno morì abbassando il finestrino dell’auto per confermare la sua identità rispondendo de facto «Presente!» all’appello del suo assassino. Poi i colpi: sette, tutti diretti al petto, uno di essi colpisce il cuore del filosofo. Fu questa la dinamica di «uno dei più gravi errori commessi in omaggio alle idee politiche contro la cultura, l’intelligenza, il sapere» [13].

Al funerale di Gentile la partecipazione fu nutrita. La gente di Firenze accorse numerosa all’ultimo saluto del filosofo che tante energie aveva prodigato per farne l’Atene d’Italia, una città, cioè, «capace di dare un’impronta alla vita spirituale della nazione impegnata nel duro cimento della guerra in atto» [14]. Ma in quella folla commossa che si era strinta in nome di una tragedia che era al contempo personale e nazionale, c’erano dei vuoti pesanti. Li ricorda Volpe in due lettere: «Speravo di vedere anche Morandi, Rodolico, qualche professore […] Ma latitanza piena. Tre accademici e basta» [15]. Fu tristemente evidente agli occhi dello storico «molto sfruttamento di quella morte, ma pochi visibili segni di rimpianto nel nostro mondo professorale, anche fiorentino. Solo due o tre persone lo rappresentavano» [16].

Fu dunque tempestiva, quasi frutto di un riflesso incondizionato, la “rimozione” dell’accaduto e dello sfortunato protagonista: nell’Italia repubblicana fu lunga e dura la damnatio memoriae perpetuata in nome di un’identificazione del fascismo con l’anticultura. Essa rappresentò l’humus fertile sul quale rigogliose puntualmente si moltiplicarono le polemiche ad esempio in occasione della stampa di un francobollo commemorativo del cinquantenario dalla morte di Gentile [17], dalla proposta di intitolargli una strada a Firenze e, infine, quelle – arrivate persino in tribunale – legate all’«apposizione all’Università di una lapide commemorativa dai toni indecorosi per la presa di distanza che essa proponeva nei confronti del filosofo» [18]. Con essa il senato accademico di Pisa ne riconosceva sì i grandi meriti culturali, ma al tempo stesso, condannava «il suo “consapevole” sostegno al fascismo, condividendone anche la politica razzista» [19] suscitando, tra gli altri la reazione sdegnata di Indro Montanelli [20] che già qualche anno prima aveva condiviso in una lettera la sua testimonianza di quel triste giorno di aprile: «Appresi quella notizia mentre mi trovavo prigioniero a Gallarate in uno scantinato della Gestapo. Mi ci trovavo da molti mesi, e sempre avevo creduto di trovarmici dalla parte giusta: quella dei resistenti. Per la prima volta dubitai di essere dalla parte sbagliata: quella dei sicari» [21].

Non andò meglio quando dieci anni fa Il Riformista pubblicò una lettera inedita di Oriana Fallaci che tornando sull’argomento “colpiva duro”: «A me non pare che Gentile fosse fascista. O non più di Benedetto Croce che all’inizio leccava il culo a Mussolini, eppure passata la festa la soi-disant sinistra lo ha osannato come un grand’uomo. Un uomo probo. Una mente sublime. O non più dei comunisti che, quando negli anni Trenta mio padre veniva bastonato e purgato perché non era iscritto al PNF e faceva il “sovversivo”, sventolavan la tessera. Se Gentile meritava di morire, allora anche Benedetto Croce lo meritava. E tanti altri che sarebbero diventati numi del Pci» [22]. In occasione delle celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, a Firenze apparve la scritta: «Gentile fascista eri il primo della lista, morte a te e a chi ti difende» e la sezione fiorentina dell’Anpi, chiese «la rimozione della salma del filosofo Giovanni Gentile dalla Basilica di Santa Croce […] in quanto (è la motivazione testuale) “appoggiò il regime mussoliniano”. E, come conseguenza, ne ha proposto la traslazione in un cimitero comune». Fu l’allora sindaco Renzi a bollare come una sterile provocazione quella che invece il capogruppo del Pd aveva definito una «proposta “molto solida” e degna di essere «presa immediatamente in considerazione» [23].

Lasciando la cronaca e tornando alla storia va poi ricordato che all’epoca per Gentile a nessuno venne in mente di dichiarare il “lutto nazionale” come invece fu fatto per Guglielmo Marconi e Gabriele D’Annunzio, tra l’altro «morti nel loro letto» non certo per mano assassina. Lo fece notare Giovanni Spadolini il quale denunciò anche l’inspiegabile lentezza con la quale Radio Roma, all’epoca radio ufficiale, diede la notizia: «Con ansia attendemmo al mattino della domenica – scrive ancora Spadolini su «Italia e Civiltà» – che la radio italiana desse l’annunzio dell’assassinio di Gentile, con quella solennità che s’impone in tali circostanze e che poi lumeggiasse agli italiani l’ignominiosa bassezza dell’atto stimolandoli a innalzarsi nella sventura. Invece alle 8, alle 13 e alle 14 silenzio assoluto. Notiziole, bricioline di cronaca nei nostri notiziari […] Solo la sera alle 20, dopo che i giornali locali avevano lungamente parlato del caduto e alcune radio straniere (come quelle francesi) avevan dato la notizia della sua morte, nel mezzo del radiogiornale, esaurite tutte le informazioni e i commentari militari, Radio Roma annunziava, con frasi di circostanza, la morte del Gentile, attraverso un commento anonimo e male improvvisato. Quasi contemporaneamente, la Radio della Svizzera italiana (Monteceneri), forse per darci una lezione anteponeva la notizia della fine eroica del nostro filosofo a tutte le altre di indole militare e politica» [24].

L’assassinio scosse come un terremoto l’università romana nel suo complesso [25], ma non il Partito Comunista ed i suoi volonterosi intellettuali, tipo Concetto Marchesi, i quali hanno sempre sostenuto la perfetta liceità dell’assassinio politico di quel Gentile che, «nella livida Firenze […] si ostinava a parlare di riconciliazione nazionale e chiamava gli Italiani a raccolta, al di là delle barriere ideologiche, per fronteggiare tutti insieme l’immensa sciagura della doppia invasione straniera e della catastrofica sconfitta, e per cercare le strade della ricostruzione morale e materiale» [26].

Il caso di Marchesi riassume in sé tutta la pochezza umana di moda in quel periodo.

Il rancore serbato esplose e quando nel marzo 1944. Nella rivista clandestina La Nostra Lotta apparve non firmato un articolo – frutto di una serie di rielaborazioni e aggiustamenti [27] di un’ideale “lettera aperta a Gentile” già pubblicata in Svizzera [28] e tristemente veicolata come volantino a Firenze dopo l’assassinio – che si concludeva con una “sentenza di morte” per Gentile. Chi lo scrisse? Ma Marchesi ovviamente, libero di sfogare tutto il suo livore contro il filosofo e, al contempo, di rinverginarsi agli occhi dei nuovi “compagni” di partito: «Quanti oggi invitano alla concordia, sono complici degli assassini nazisti e fascisti; quanti oggi invitano alla tregua vogliono disarmare i Patrioti e rifocillare gli assassini nazisti e fascisti perché indisturbati consumino i loro crimini. La spada non va riposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: MORTE!» [29].

Quello di Gentile fu un omicidio «che da subito divise la resistenza fiorentina e toscana» [30], e lo fece inevitabilmente poiché larga parte degli azionisti e tutti i cattolici ci tennero a segnare le distanze dai compagni comunisti che «perseguivano, diversamente da altre componenti della Resistenza, uno scopo politico […] non uno scopo patriottico. Operavano per il partito non per il Paese» [31]. Ciò nonostante non pochi lo apprezzarono, legittimarono e condivisero l’indomani della sua feroce esecuzione convinti del fatto che «Gentile fu ucciso a buon diritto e a ragion veduta, lo meritava e perfino dopo morto non è degno neppure di un pensiero di rammarico; e, se quelle date condizioni si ripresentassero, bisognerebbe farlo di nuovo, non una, ma mille volte, perché i principi morali non sono negoziabili e i delitti contro l’umanità non cadono in prescrizione. Parola di comunista: cioè di chi si è messo al servizio della ideologia che ha fatto il maggior numero di morti nella storia mondiale» [32].

Palmiro Togliatti, nominato da un solo giorno ministro del nuovo governo Badoglio, dalle colonne de L’Unità il 23 aprile elogiò – adottando la sigla x.y. – l’assassinio del filosofo «condannato a morte dai patrioti italiani e giustiziato come traditore della patria» definendolo «bandito politico», «camorrista, corruttore di tutta la vita intellettuale italiana» [33].

Nulla di nuovo, in verità, poiché Togliatti gliele aveva promesse a Gentile già all’indomani del Discorso in Campidoglio, quando da Mosca sentenziò con disprezzo: «Se il signor Gentile non lo capisce, peggio per lui. La santa rivolta della nazione contro i suoi tiranni ci libererà finalmente anche da questo filosofo venduto ai nemici della patria» [34]. Da lì a considerarne l’esecuzione un atto effettuato «da un gruppo di giovani generosi» [35] il passo era breve. Togliatti si muoveva infatti nell’opposta direzione indicata da Gentile: la via imboccata dal leader comunista non era certo quella della “riconciliazione” bensì quella della radicalizzazione della lotta politica fino ai più estremi limiti e conseguenze. L’intervento radiofonico di Togliatti era un vero e proprio “via libera” ad un attentato che, eliminando il filosofo, avrebbe garantito il raggiungimento di un duplice obiettivo: veicolare «l’idea del fascismo come anticultura o negazione della cultura» e trasformare la resistenza in un «mezzo per la conquista rivoluzionaria del potere» [36].

Dell’atto il «Pci rivendicava orgogliosamente la piena responsabilità politica, altro non doveva essere che il primo passo di un’“epurazione culturale” destinata a infierire senza pietà contro i protagonisti della cultura fascista» e le cui linee appariranno più chiaramente in un intervento successivo e nei primi due numeri di Rinascita (giugno e luglio 1944) [37] in virtù di un lugubre convincimento: «L’azione vendicatrice […] ha punito il traditore. Molto però avremo ancora da fare per individuare esattamente e distruggere senza pietà tutte le radici del tradimento» [38].

Era tutto il contrario, Gentile. La sua morte privò «la Nazione di uno dei cittadini più fedeli, la cultura italiana ed europea di uno dei suoi più alti rappresentanti, la scuola del suo più grande Maestro, il mondo di un filosofo tra i più profondi» [39]. Il filologo ebreo Kristeller definì il delitto un’azione che «gettò un’ombra sinistra su tutta la Resistenza. Si è capito in Italia che quello fu un parricidio? Che fu uccisa l’espressione più pura e disinteressata di una Nazione: l’amore per il sapere e per la civiltà? Che spararono all’intelligenza?» [40].

Quello di Gentile, insomma, fu il primo sangue dei vinti, per dirla con Gianpaolo Pansa, che rese rossa la resistenza. La quale, per i suoi calcoli non esitò (come confessò Croce in una conversazione privata con Raimondo Craveri) «a mettere a morte i filosofi» come ai tempi di Trasibulo e di Marco Antonio. O, come scrisse Pietro Calamandrei, a quelli di Silla e Augusto, la cui cartina di tornasole erano ormai «la guerra civile, gli esili, le fughe, gli assassini politici, le liste di proscrizione» [41].

Fu imboccata consapevolmente e volutamente – in ossequio a una vera e propria strategia della tensione come già iniziato a Via Rasella [42] – la strada «di una guerra civile ormai in corso e non soltanto di un’animosa resistenza militare contro i Tedeschi» [43].

Con Gentile, de facto, morì l’idea della “riconciliazione”, lungi dal risorgere nell’Italia della Prima e della Seconda Repubblica. Meno ancora in questi tempi: a tutt’oggi, a Firenze esiste una via dedicata all’attentatore, non alla vittima.

Note:

[1] G. Gentile, Disciplina nazionale, in Id., Guerra e fede, Napoli, Ricciardi, 1919, p. 25.

[2] G. Levi Della Vida, Fantasmi ritrovati, Vicenza, Neri Pozza Editore, 1966, p. 213.

[3] G. Saitta, «Humanitas» di Giovanni Gentile, in «Nuova Antologia», giugno 1944, pp. 82-83.

[4] G. Gentile, recensione a B. Croce, Il concetto della storia nelle sue relazioni col concetto dell’arte [Roma, Loescher, 1896], in «Studi Storici», a. VI, 1897, pp. 137 e ss.

[5] A. Del Noce, Idee per l’interpretazione del fascismo, in «L’Ordine civile», del 15 aprile 1960.

[6] E. Di Rienzo, Benedetto Croce. Gli anni dello scontento. 1943-1948, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019, p. 104.

[7] B. Gentile, Giovanni Gentile. Dal Discorso agli italiani alla morte. 24 giugno 1943 – 15 aprile 1944, Roma, Senato della Repubblica, 2004p. 15.

[8] Tenuta a Firenze, all’Accademia d’Italia, il 19 marzo 1944, poi pubblicata in «Nuova Antologia», del 1° aprile 1944.

[9] E.M. Gray, Commedia prolissa: caliamo il sipario?, in «Gazzetta del Popolo», del 4 aprile 1944.

[10] B. Berenson, Echi e riflessioni, Milano, Mondadori, 1950, p. 326.

[11] M.M. Rossi, Recensione a G. Gentile, Genesi e struttura della società, in «Journal of Philosophy», a. XLVII, n. 8, 1950, p. 217.

[12] P. Siena (ed.), Gentile, Roma, Volpe Editore, 1966, p. 15.

[13] Diario di Claudio Claudi, 16 aprile 1944, in Fondazione Claudi, Archivio Documenti StoriciClaudio Claudi.

[14] F. Perfetti, Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico, Firenze, Le Lettere, 2004, p. 37.

[15] Lettera di Gioacchino Volpe a Ernesto Sestan, del 25 aprile 1944, in Archivio della Scuola Normale Superiore di Pisa.

[16] Lettera di Gioacchino Volpe a Fortunato Pintor, del 13 maggio 1944, Biblioteca Comunale di Santarcangelo di Romagna, Fondo Volpe.

[17] Cfr. le agenzie Gentile: polemica tra filosofi per il francobolloGentile: polemica (2) – Prini, Buttiglione, MarramaoGentile: polemica (3) – Plebe, CanforaGentile: polemica (4) – Spinosa, “Francobollo ottima idea”, in Archivio Adnkronos, AdnAgenzia, 20 febbraio 1993.

[18] F. Perfetti, Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico, cit., p. 6.

[19] Il passo conclusivo della lapide recitava: «Sul regime autoritario e razzista che lo ebbe consapevole sostenitore, resta la condanna della storia e del comune sentire umano», cfr. l’agenzia Gentile: una lapide razzista, il nipote accusa Università Pisa, in Archivio Adnkronos, AdnAgenzia, 8 settembre 1999.

[20] I. Montanelli, Quella lapide per “onorare” Gentile, in «Corriere della Sera», 25 settembre 1999. Sulla polemica cfr., P. Conti, Niente lapide a Gentile: l’Università di Pisa ci ripensa, in «Corriere della Sera», del 1° marzo 2000.

[21] I. Montanelli, Il giorno in cui fu assassinato Giovanni Gentile, in «Corriere della Sera», 28 agosto 1999.

[22] Lettera di Oriana Fallaci a Chicco Testa, [luglio 2000], ora in O. Fallaci, Uccisero Gentile ma non tolsero le mine naziste, «Il Riformista», del 9 maggio 2010, p. 10.

[23] Giovanni Gentile ucciso un’altra volta dalla sinistra, in «Il Tempo», del 30 aprile 2011.

[24] G. Spadolini, Considerazioni, in «Italia e Civiltà», n. 16 del 22 aprile 1944. In tal senso cfr., anche L. Mecacci, La ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Milano, Adelphi, 2014, pp. 239-240.

[25] G. Sasso, La fedeltà e l’esperimento, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 74-76.

[26] F. Lamendola, Pio Filippani-Roncoroni e Ungern Sternberg, in «Centro Studi La Runa», del 9 marzo 2010.

[27] Cfr. L. Canfora, La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile, Palermo, Sellerio, 1985.

[28] Rinascita fascista e concordia di animi, ovverossia Giovanni Gentile e Concetto Marchesi, in «Libera Stampa», del 24 febbraio 1944.

[29] Rinascita fascista: i tribunali assassini, in «La Nostra Lotta», n. 4 marzo 1944.

[30] P. Simoncelli, Gentile: perdono, non vendetta, in «Avvenire», del 14 aprile 2014.

[31] I. Montanelli, Certi apostoli della libertà, in «Il Giornale», del 16 settembre 1983.

[32] F. Lamendola, I comunisti non hanno mai saputo fare i conti con l’assassinio di Giovanni Gentile, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, 1° ottobre 2015.

[33] x.y. [P. Togliatti], La fine di Giovanni Gentile, in «L’Unità», Napoli, 23 aprile 1944.

[34] Commento rilasciato a “Radio Milano-Libertà”, il 26 giugno 1943, ora in P. Togliatti, Opere 1956-1944, vol. IV, t. 2, Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 458-459.

[35] L’intervento di Togliatti, in «Rinascita», a. I, n. 2, del luglio 1944, p.6.

[36] F. Perfetti, Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico, cit., p. 21.

[37] Cfr., L. Canfora, La sentenza. Concetto Marchesi e Giovanni Gentile, Palermo, Sellerio, 1985, pp. 255 e ss.

[38] P. Togliatti, Epurazione e cretinismo giuridico, in «L’Unità», Napoli, 7 maggio 1944.

[39] A. Biggini, Giovanni Gentile, ora in «Illustrazione Italiana», del 30 aprile 1944.

[40] Cfr., l’intervista a Paul Oskar Kristeller in «Il Giornale», 3 marzo 1993.

[41] P. Calamandrei, 17 aprile 1944, in Diario, 1939-1945, Firenze, La Nuova Italia, 1997, vol. II, p. 407.

[42] R. Bonuglia, Nasce a Via Rasella la “strategia della tensione”?, in «Quaderni Culturali delle Venezie» dell’Accademia Adriatica di Filosofia “Nuova Italia”, 25 Marzo 2020.

[43] R. Craveri, La campagna d’Italia e i servizi segreti: la storia dell’Ori, 1943-1945, Milano, La Pietra, 1980, pp. 57-58.

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