ESTERI E GEOPOLITICA

VI SPIEGO PERCHÈ MARIUPOL NON SI ARRENDERÀ MAI

FONTE:  https://amp.today.it/mondo/mariupol-assedio-guerra.html

L’esercito russo aveva dato un ultimatum all’Ucraina: se la città di Mariupol, assediata da ormai 3 settimane, si fosse arresa entro le 5 del mattino del 21 marzo, avrebbero aperto due corridoi, uno verso la Russia e uno verso la parte libera dell’Ucraina, per i civili e i militari disarmati. Ma ancora prima che scadesse l’ultimatum la vice primo-ministro ucraina Irina Vereshchuk ha respinto i termini della Russia, che erano contenuti in un documento di otto pagine: “Non si può discutere di una resa o di deporre le armi – ha detto – ne abbiamo già informato la parte russa. Ho scritto: ‘Invece di perdere tempo a scrivere una lettera di 8 pagine, aprite il corridoio'”. Il presidente Zelenskyj ha poi aggiunto che “città come Kiev, Mariupol o Kharkiv non accetteranno mai l’occupazione russa”. La città portuale di Mariupol è ormai una città fantasma, circondata per tre lati da terra dall’esercito russo sin dai primi giorni dell’invasione e dalla marina militare dal mare, è stata presto privata di elettricità, gas, telefono e riscaldamento. Un “assedio medioevale”, come l’ha definito l’inviato Andrea Nicastro, presente in città, e che proprio il 2 marzo l’ha lasciata perché ormai senza elettricità non riusciva più a lavorare. Sono passati 20 giorni da allora e la città che veniva data per spacciata ogni giorno, ancora resiste pur essendo sempre più allo stremo. Non si sa quanti civili siano rimasti ancora dentro – Mariupol aveva 450.000 abitanti -, si stima che forse centomila siano riusciti a fuggire prima dell’assedio, qualche decina di migliaia nei giorni successivi attraverso i faticosi corridoi ‘umanitari’, anche se molti convogli sono stati colpiti dai russi, ad ogni modo è probabile che negli scantinati delle case ci siano ancora oltre 200.000 persone.

Sì, negli scantinati, perché la gran parte delle case sono state distrutte o incendiate. L’esercito russo bombarda a tappeto con l’artiglieria e l’aviazione e anche dal mare con le navi: non risparmia i condomini e le strutture civili, con i casi tristemente noti dell’ospedale di maternità e del teatro, oltre al centro sportivo, che davano rifugio ai cittadini rimasti senza casa. E Mariupol è una città del Donbass, storicamente russofona, in cui gran parte della sua popolazione si dichiara di etnia russa. E ora quasi paradossalmente per gli abitanti di Mariupol il più grande pericolo è rappresentato proprio da quell’esercito russo che nella narrazione di Putin è stato inviato per ‘salvarli’ dal ‘genocidio’ dei ‘neonazisti’ ucraini. E allora a questo punto, dopo tre settimane di assedio senza luce, acqua e gas, perché non si arrendono? Perché non lo fanno a Kharkiv, Sumy o Kiev? Per capirlo occorre fare un passo indietro, ma non agli anni ’30 dell’Holodomor, delle purghe staliniane e della russificazione dell’Ucraina, bensì al 29 agosto 2014.

Il massacro di Ilovajsk

Subito dopo la rivolta di Euromaidan, che ha fatto fuggire il presidente corrotto filorusso Janukovyč, nel febbraio 2014 truppe russe senza insegne, cosiddetti “omini verdi”, occupano la Crimea e favoriscono la secessione e poi l’annessione russa. Nell’aprile del 2014, sempre la Russia sobilla i separatisti del Donbass che occupano, armi in pugno e insieme a militari russi infiltrati (altri “omini verdi”), le sedi del potere amministrativo di Doneck, Lugansk e Kharkiv. Inizia così la guerra del Donbass che prende l’esercito ucraino, all’epoca poco organizzato, alla sprovvista. Nell’agosto del 2014 l’esercito regolare ucraino più le milizie volontarie filogovernative riescono a riconquistare la cittadina di Ilovajsk quasi senza sparare, più o meno a metà strada fra il capoluogo Doneck e il confine con la Russia. Dopo qualche giorno le forze separatiste ma soprattutto quelle russe, che sono entrate in Ucraina da sud ed est, riescono a circondare Ilovajsk e a chiudere così le forze governative in una sacca. Alcuni tentativi di rompere l’accerchiamento falliscono, quindi le forze ucraine si arrendono e si accordano con le forze russe e separatiste per lasciare Ilovajsk attraverso un corridoio sicuro. Persino lo stesso presidente russo Vladimir Putin il 29 agosto mattina dichiara che “va stabilito un corridoio umanitario per i soldati ucraini assediati” a Ilovajsk. Ma proprio mentre gli ucraini sono in ritirata verso ovest con le bandiere bianche vengono circondati e attaccati dai russi e separatisti. Diversi combattimenti avvengono nei boschi e nei villaggi lungo la strada per la salvezza, alcuni soldati ucraini riescono a fuggire, altri vengono fatti prigionieri, molti altri, si parla di centinaia, moriranno falciati dai mortai e dalle mitragliatrici russe. I sopravvissuti parlano di carneficina, di “tritacarne”. Per l’opinione pubblica ucraina è uno shock, un vero psicodramma collettivo. Il tradimento della parola data e il massacro conseguente dei giovani soldati in ritirata saranno poi ricordati quando, dal 2019, il 29 agosto viene istituito come “Giorno del ricordo dei Difensori dell’Ucraina”, perché proprio quel giorno c’è stato il maggior numero di perdite. Lo stesso giorno che Putin aveva promesso il corridoio umanitario.

Le ultime notizie sul conflitto

Il vero numero dei morti

Questo episodio, così drammatico per l’Ucraina, ha avuto poca risonanza in Occidente, l’opinione pubblica occidentale era forse ancora presa dall’abbattimento del volo Malaysia Airlines MH17 avvenuta il 17 luglio sui cieli del Donbass ad opera, come dimostrato dall’indagine, dei separatisti con un missile antiaereo a lunga gittata Buk fornito dai russi. Abbattimento che ha causato 298 morti, di cui la maggior parte turisti olandesi diretti in vacanza. Ma per l’Ucraina Ilovajsk ha segnato uno spartiacque importante in quanto ha palesato l’inaffidabilità della dirigenza russa e la drammaticità della guerra. In Occidente la guerra in Donbass è stata presto dimenticata e si è lentamente affermata per molti la narrazione della propaganda russa, cioè quella che viene sintetizzata in “genocidio dei russi in Donbass con 14.000 morti in 8 anni per mano dei (nazisti) ucraini”, e usata poi come uno dei pretesti per l’ulteriore invasione russa del febbraio 2022. Nella realtà dei fatti la guerra in Donbass ha causato 3.394 vittime civili, come accertato dall’ONU, di cui 3.095 nel primo anno di guerra e 300 nei successivi sette, oltre a 4.641 morti fra i militari ucraini e filogovernativi e 5.772 fra i separatisti a cui si aggiunge un numero imprecisato di soldati e mercenari russi (il “Gruppo Wagner”) che non dovrebbero neanche esistere, secondo il Cremlino. Avendo chiaro questo contesto diventa forse più comprensibile perché oggi per gli ucraini è difficile ‘arrendersi’: il ricordo del massacro di Ilovajsk, e del non rispetto della resa concordata, è ancora molto vivo. Come possono ancora fidarsi della parola di Putin e Lavrov, quando continuano a mentire spudoratamente, arrivando persino a negare in Tv davanti al mondo intero che quella in Ucraina sia una guerra e un’invasione?

Il terrore

Non solo non si fidano della parola di Putin, ma stanno vedendo quello che già succede nelle cittadine occupate, come Kherson, Melitopol, dove gli occupanti rapiscono e fanno sparire quei rappresentanti politici, attivisti, giornalisti, che non vogliono ‘collaborare’ con gli invasori. Il caso più eclatante è stato quello di Ivan Federov, sindaco di Melitopol, liberato dopo 6 giorni di detenzione, privato di ogni cosa, grazie a uno scambio con dei prigionieri militari. Ma altri casi sono già stati segnalati in centri minori, dove uomini paramilitari vanno casa per casa alla ricerca di persone non gradite, e purtroppo nella ‘nebbia della guerra’ non si riesce a sapere molto della sorte di queste persone sequestrate. Anche queste tecniche di terrore vengono da lontano. Quando l’Unione Sovietica nel 1945 ha liberato la Polonia dall’occupazione nazista, la polizia segreta NKVD si è preoccupata subito di arrestare e deportare le élite della società, così da minarne le velleità di indipendenza dei polacchi, privandola della sua classe dirigente. Di fatto continuando il lavoro iniziato con l’occupazione sovietica del 1939 a seguito del patto Molotov-Ribbentropp, che ha visto nell’eccidio di Katyn’ il suo culmine quando 22.000 persone dell’intelligencija polacca (ufficiali, politici, giornalisti, professori, industriali ecc.) furono uccise dai sovietici e gettate in fosse comuni. Lo stesso metodo è stato usato in Crimea dopo l’annessione del 2014. Nonostante nella penisola gran parte della popolazione fosse comunque a favore della Russia, i servizi di sicurezza russi si sono preoccupati di mettere presto a tacere politici, giornalisti e attivisti contrari, tanto che l’OSCE in diversi rapporti ha denunciato gravi violazioni dei diritti umani. Violazione dei diritti anche nei confronti degli attivisti tatari, gli storici abitanti della Crimea deportati nel 1944 da Stalin in Siberia come punizione collettiva e che hanno potuto fare ritorno in Crimea solo dal 1989 in poi.

20 anni di Putin: menzogne e avvelenamenti

Nel 2016 la cantante ucraina Jamala, di origine tatara e armena, ha vinto l’Eurovision con il brano “1944”, proprio sulla deportazione dei Tatari. Tatari che dopo 70 anni non hanno ancora pace nella loro terra. Ma questi metodi sono da sempre lo stile della casa al Cremlino, e lo sono ancor di più oggi che il padrone è un čekista, come sono chiamati ‘amichevolmente’ gli uomini dei servizi – da ČeKa, il nome della prima polizia segreta sovietica. Infatti Vladimir Putin è cresciuto nel KGB: non è un politico, che magari è portato al compromesso, non è un militare, che comunque dovrebbe avere un codice d’onore. No. Putin è un čekista duro e puro e il suo modus operandi è proprio quello, da oltre vent’anni: menzogne, avvelenamenti, terrore, manipolazioni, recentemente anche alla luce del sole, che tanto non deve rendere conto a nessuno. I militari e i cittadini di Mariupol, come possono quindi credere alle parole di chi gli offre la resa e il salvacondotto? Chi garantisce loro che non sarà una nuova Ilovajsk? Che ne sarà della società civile di Mariupol, una volta conquistata dall’esercito russo? Chi assicura loro che questa volta non avvengano sequestri e uccisioni, come già sono avvenuti negli altri territori occupati dall’esercito russo?

Per noi è facile chiedere agli ucraini di mettersi d’accordo con Putin, trovare un compromesso o anche arrendersi. Ci risolverebbe tanti problemi, ci sentiremmo liberati, finirebbe l’angoscia di vedere questa guerra straziante tutti i giorni in TV, sui giornali e sui social. Ma il problema, che da questa parte dell’Europa non si vuole capire, per ignoranza o malafede, è che per gli ucraini non ci sono molte alternative, a meno di non dover soccombere, perdere i diritti civili quando non la vita, e precipitare in uno stato di terrore oscurantista per chissà quanti anni. O vogliamo far finta di credere che i russi siano seri nei negoziati e nei colloqui di queste settimane? Si porti quindi almeno rispetto per la loro scelta di lottare per la libertà e l’autodeterminazione. Non dobbiamo andare a combattere per loro, non ci stanno chiedendo tanto, si può continuare a rimanere seduti sul nostro comodo divano. Quello che possiamo fare è magari mandare qualche arma e qualche aiuto, così che possano almeno difendersi, accogliere i loro profughi, ma soprattutto evitare di dar loro la colpa per questa guerra di aggressione che stanno solo subendo. Biasimare la vittima, trasformandola in carnefice, per di più proiettando nella figura di Zelenskyj tutte le colpe, come se gli ucraini non avessero una testa pensante e una volontà, è un processo inconsciamente autoassolutorio, perché così ci si lava la coscienza per non aver voluto vedere cosa fosse realmente Putin e il suo regime in tutti questi anni. Ma è davvero meschino. L’Ucraina e i suoi morti per la libertà, la loro ma se ci pensiamo anche la nostra, non si meritano anche questo. Slava Ukraini!

Marco Riccardo Ferrari

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