EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

DOJO, KAMIZA E REI, IL RISPETTO DELL’ETICHETTA NELLE ARTI MARZIALI

In ogni luogo di pratica c’è un piccolo altare, che all’inizio e alla fine dell’allenamento è salutato con profonda attenzione

FONTE: https://www.barbadillo.it/103625-dojo-kamiza-e-rei-il-rispetto-delletichetta-nelle-arti-marziali/

In Occidente chi pratica arti marziali lo fa nella maggior parte dei casi nella sala di qualche palestra, dunque con poche possibilità quanto alla somiglianza strutturale ai Dojo tradizionali. Anche in questi casi si cerca però comunque, almeno in parte, di rispettare elementi che, nelle discipline in questione, rivestono una importanza non secondaria.

Tra essi c’è sicuramente il Kamiza, che letteralmente significa “sede dello spirito” (Kami) ed è considerato come lo spazio più importante dell’intera area di pratica. Nei Dojo tradizionali è situato sul lato nord e nello stesso solitamente è collocata la foto del Maestro caposcuola dell’arte marziale praticata. Il lato sul quale si trova il Kamiza è detto Shomen ed è quello più importante della sala: è quello, in altre parole, che dà una precisa identità al luogo in cui si pratica.

In Giappone il Kamiza è composto da una serie di elementi, ognuno dei quali riveste un preciso significato legato essenzialmente al culto shintoista (anche se non necessariamente, nella pratica delle arti marziali, l’elemento religioso ha un peso determinante: il legame, infatti, è più tradizionale e culturale): tra essi, solo per citarne alcuni, è particolarmente rilevante il Kamidana (letteralmente: “mensola dei kami”), che è la riproduzione di un altare shintoista.

Nel resto del mondo di solito il Kamiza è semplicemente costituito da una base con una fotografia e/o elementi particolarmente significativi per la disciplina che si pratica.

All’inizio di ogni sessione di allenamento i praticanti si schierano in fila di fronte al kamiza e in rispettoso silenzio salutano e si raccolgono in un breve momento di meditazione. Così anche al termine della pratica, quando l’etichetta prevede anche il ringraziamento (per gli insegnamenti ricevuti e per i passi compiuti sulla Via).

Quello del “saluto” in tutte le arti marziali è un momento che non costituisce solo un formale atto di cortesia ma è parte integrante della pratica. Che comincia e finisce appunto con il saluto. Il termine giapponese che indica il saluto è Rei, una parola che porta con sé non soltanto i rituali formali e l’inflessibile etichetta dei giapponesi, ma anche – si legge in un articolo on line sulla pagina di un Dojo italiano di karate, ma è un discorso valido per tutte le arti marziali – l’espressione più profonda del senso della pratica.

Il saluto infatti, oltre ad essere espressione di cortesia e sincerità, è il simbolo dell’intenzione dei marzialisti di percorrere e praticare la Via, con dedizione verso il proprio Sensei e rispetto per i propri compagni. Anche per questo, anzi proprio per questo, il saluto – sia esso effettuato in piedi (ritsurei) o in ginocchio (zarei) – deve essere fatto con corretta postura e mantenendo la dovuta compostezza.

Il relativo rituale è “semplice nella sua forma esteriore ma molto complesso nel suo aspetto interiore: è una presa di coscienza di se stessi, dei compagni, della palestra e dell’arte che si sta per praticare e non deve mai diventare un automatismo, un’abitudine o un obbligo imposto dal maestro. Il saluto – sottolinea giustamente un articolo sul tema – non simboleggia una superficiale manifestazione di educazione, ma un lavoro completo sulla persona: la ricerca di una migliore adesione alla Via (Dō). Il praticante, attraverso il saluto, si predispone correttamente all’allenamento, che richiede pazienza, umiltà e controllo dei propri sentimenti. E dunque un lavoro disciplinato, costante e diligente. Questo è lo spirito della via marziale: l’umiltà è un atteggiamento che bisogna assumere nella vita, la prima lotta che bisogna vincere è quella contro la propria presunzione”.

Cristina Di Giorgi 

  1. Anton

    Il problema è dato dal fatto che si tratti di cultura e usanze assolutamente estranee alla maniera europea.

    Già esiste una enorme differenza tra la palestra e il Dojo:

    ▶ PALESTRA – dal greco παλαίστρα, latinizzato come “palaestra”, dal verbo παλαίω = “lottare”; quindi: “luogo in cui ci si esercita alla lotta”; anche “luogo in cui ci si mette alla prova”.

    ▶ DOJO – dal giapponese: “luogo in cui si pratica la Via interiore”.

    Si tratta, dunque, non solo di due luoghi ma proprio di due concetti completamente differenti. Se il Dojo è in tutto e per tutto un luogo sacro, la palestra è, semplicemente, il luogo in cui si apprende la tecnica del combattimento. Non che il concetto di “tecnica” sia estraneo al Giappone: quella che più si avvicina all’indoeuropeo (nel nostro caso: greco/latino) è la parola “jutsu” (in coreano: “sul”) che assolutamente si differenzia dal concetto del Do (cinese: “Tao”) che, in realtà, indica la Via Esoterica (ἐσώτερος = profondo, interno).

    La stessa esistenza del “kamidana”, generalmente con la foto del fondatore di uno stile di combattimento (o più precisamente: di un metodo di addestramento) di fronte al quale ci si deve inginocchiare colmi della massima devozione e massima gratitudine, è tipico della cultura Shinto: lo spirito del fondatore è ritenuto essere ancora presente nel Dojo e insegna tramite il “sensei”.

    E’ normale che in Europa le due cose si confondano e che si cerchi, in qualche modo, di scimmiottare rituali, usi e costumi sicuramente affascinanti e rispettabilissimi ma anche molto lontani dai nostri.

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