EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

LO SPETTRO ATOMICO SULLA GUERRA RUSSIA E UCRAINA

Le minacce e lo scenario ad Est. I rischi di un’escalation potrebbero sconvolgere gli assetti planetari

FONTE: https://www.barbadillo.it/103346-giornale-di-bordo-lo-spettro-atomico-sulla-guerra-russia-e-ucraina/

Il dibattito che accompagnò la preparazione e la pubblicazione nell’aprile 1963 dell’enciclica Pacem in terris, dedicata ai problemi della pace in un mondo sotto la minaccia di un’apocalisse atomica, registrò fra l’altro una singolare sorpresa: la presa di posizione del cardinal Alfredo Ottaviani, considerato un esponente di spicco dell’ala conservatrice all’interno dell’episcopato. Fondandosi sulla dottrina di San Tommaso, Sua Eminenza negò, nel caso di un conflitto termonucleare, l’applicabilità del concetto di guerra giusta, perché il bene da tutelare attraverso di essa non era pari al rischio della distruzione della vita sulla terra che tale conflitto avrebbe comportato. Seguendo questa logica tomistica, il cardinale si pose sulla stessa lunghezza d’onda di esponenti dell’episcopato progressista, come l’arcivescovo di Bologna Lercaro e il cardinal Alfrink e in netto contrasto con le tesi del porporato statunitense Francis Joseph Spellman, impegnato a difendere le ragioni della sua patria, e non solo, nella guerra fredda. È uno dei tanti casi in cui appare evidente la difficoltà di applicare le categorie di destra e di sinistra al mondo ecclesiale.

Ma torniamo alla questione della liceità della guerra nell’era atomica, questione che la caduta dell’impero sovietico pareva avere resa meramente accademica e che invece il conflitto in Ucraina e le allusioni di Putin al possibile uso di armi nucleari hanno reso tristemente attuali. Può darsi che le parole dello “Zar” siano un bluff, volto ad alzare la posta sul tavolo delle trattative., anche se i russi sono più portati per gli scacchi che per il poker. Siamo inclini, d’istinto, a crederlo; ma quasi tutti ritenevamo, sino a poche settimane fa, che le manovre dell’armata russa ai confini con l’Ucraina fossero un mero bluff, e i fatti ci hanno dato tragicamente torto. Per questo credo che, senza cadere in un controproducente allarmismo, l’Europa, esposta in prima fila, e l’intero Occidente dovrebbero porsi seriamente il problema dei rischi connessi a una escalation del conflitto in corso.

I termini di paragone credo dovrebbero essere essenzialmente due: l’aggressione di Hitler alla Polonia, per la nota questione di Danzica, e la guerra fredda, che proprio un anno prima della Pacem in terris, con la crisi di Cuba, aveva raggiunto una delle sue fasi più drammatiche.

Credo che a Francia e Inghilterra, nell’agosto del 1939, importasse relativamente poco delle sorti della Polonia, che tra l’altro dopo Monaco aveva partecipato alla spartizione della Cecoslovacchia, così come in precedenza erano interessate pochissimo le sorti di Vienna e di Praga. Quello che interessava, soprattutto dopo il patto Ribbentrop-Molotov, era che Hitler non si fermasse a Danzica e a Varsavia e avanzasse sempre nuove rivendicazioni territoriali, per cui conveniva arrestarlo in tempo. Oggi ci fa paura il revanscismo di Mosca, come ottantatré anni fa era motivo di preoccupazione quello di Berlino. Dopo l’Ucraina, c’è chi non esclude che la Russia potrebbe rivendicare i suoi diritti sugli Stati baltici e sulla stessa Polonia, così come la Germania avrebbe potuto ambire all’Alsazia e alla Lorena. È onesto ricordare però che Hitler nel 1939 non disponeva di armi atomiche, anche se le stava mettendo in cantiere.

Il paragone con l’epoca della Pacem in terris è molto più complesso. La guerra fredda non era solo un conflitto geopolitico fra un impero euroasiatico e l’Occidente, ma fra due diversi sistemi e due visioni dell’uomo e del mondo. L’Unione Sovietica perseguitava le Chiese cristiane che non accettassero di essere asservite, teorizzava l’ateismo di Stato, deportava nei Gulag gli oppositori, non ammetteva la proprietà e l’iniziativa privata, oltre a poter contare, almeno in Italia e in Francia, sulla quinta colonna rappresentata dai partiti comunisti. Inoltre le truppe del patto di Varsavia erano accasermate nel cuore d’Europa e sarebbero bastati loro pochi giorni per dilagare in Germania, in Francia e soprattutto in Italia, dopo aver violato la neutralità della Jugoslavia di Tito e magari dell’Austria. Con buona pace di San Tommaso e del cardinal Ottaviani, la minaccia di una rappresaglia nucleare costituiva purtroppo l’unico deterrente al dilagare dell’Armata Rossa anche nell’Europa occidentale.

In più occasioni i due blocchi rischiarono un conflitto atomico, per un errore materiale dei sistemi di avvistamento, cui ovviò il buon senso degli ufficiali responsabili, e soltanto dopo la fine della guerra fredda la terribile verità è emersa in tutto il suo orrore. L’ultima fine del mondo sfiorata risale al 1983, quando l’Unione Sovietica scambiò un’operazione militare Nato per una manovra di attacco, proprio mentre il nuovo presidente degli Stati Uniti Reagan non perdeva occasione per denunciare “l’impero del male”.

È paradossale che, dopo aver rischiato per quasi un quarantennio un conflitto nucleare, l’Europa debba fare i conti con una, sia pur larvata, minaccia atomica in una realtà in cui le contrapposizioni ideologiche fra Est e Ovest sono assai meno marcate. La Russia di oggi non è una nazione comunista che pretende di imporre la sua ideologia all’Occidente, semmai è stata vittima negli anni Novanta di una brutale colonizzazione da parte del peggior capitalismo, Putin non è stato insediato al Cremlino da un golpe militare anche se indubbiamente esercita un controllo autoritario sulla vita politica e sull’economia. Certo, l’ideologia del “gender” e la cancel culture hanno scarsa cittadinanza in Russia, e le Pussy Riot che disturbavano le funzioni nella cattedrale ortodossa di Mosca sono finite in carcere, ma lo stesso sarebbe successo nell’Italia degli anni del centrismo. La sua scelta – assurda e rovinosa, in primo luogo per lui – di invadere l’Ucraina è dettata da un’anacronistica ambizione di rinnovare i fasti dell’impero zarista e non dalla pretesa di imporre su scala planetaria un’ideologia, come avrebbe cercato di fare l’Urss se avesse vinto la guerra fredda. Questo non autorizza a sottovalutarne la minaccia, ma dovrebbe indurci ad affrontare senza illusioni irenistiche, ma con virile realismo, il problema posto quasi sessant’anni fa dalla Pacem in terris: sino a che punto si può parlare di guerra giusta per un conflitto locale che potrebbe degenerare in una terza mondiale?

La strategia delle sanzioni economiche rientra ancora nell’ambito delle pressioni lecite per punire l’aggressione a uno Stato sovrano, inducendolo a recedere. Si può discutere sulla loro effettiva efficacia e anche sulla liceità di provvedimenti come il sequestro di beni di privati cittadini, sia pur bollati come oligarchi (ma nemmeno Zelensky è nullatenente). Si può anche chiedere un’ammortizzazione dei loro costi per le nazioni che, come l’Italia, anche in seguito a scelte politiche sbagliate, risentono di più dell’aumento del costo dell’energia. Ma pagare la benzina più di due euro al litro e dover abbassare il riscaldamento rientra senz’altro nell’ambito dei sacrifici dolorosi ma accettabili.

La scelta di rifornire di armi il governo di Kiev e magari di autorizzare la partecipazione alla resistenza ucraina di volontari europei meriterebbe invece una serena riflessione. Sorvolo sull’involontario umorismo dell’espressione con cui Ursula von der Leyen ha annunciato la decisione di fornire “armi letali” all’Ucraina; e quali armi “non letali” avremmo dovuto fornire? Cavalli a dondolo, sciabole di latta, soldatini di piombo, pistole giocattolo, armature sottratte ai “centurioni” che stazionano davanti al Colosseo? Resta il fatto che scelte come queste rischiano di costituire un tragico casus belli per un uomo come Putin ormai psicologicamente destabilizzato, probabilmente ingannato dai suoi generali sull’efficienza del suo apparato militare, impantanato in un conflitto che rischia di avere per la Russia effetti altrettanto devastanti della guerra in Afghanistan. Un Putin che il 24 febbraio scorso non ha esitato ad aggredire l’Ucraina senza bisogno di alcuno specifico casus belli. Sussiste, è vero, la speranza in taluni ambienti soprattutto nordamericani che il combinato disposto di sanzioni economiche ed escalation militare destabilizzi Mosca favorendo un colpo di Stato da parte di oligarchi timorosi di perdere beni e privilegi. Ma, a parte il fatto che Putin è un osso duro, c’è da chiedersi quanto sia auspicabile una guerra civile in una nazione nel cui territorio sono disseminate le armi nucleari. Il rimedio potrebbe rivelarsi peggiore del male da scongiurare.

Un’attenta riflessione meriterebbero le proposte di cooptare Kiev nell’Unione Europea o addirittura di ammetterla nella Nato. Tali proposte, dettate da uno slancio di generosità nei confronti di una nazione duramente provata, rischiano però di comportare il devastante allargamento di un conflitto che sarebbe invece consigliabile contenere e possibilmente spegnere, sia per ovvie preoccupazioni umanitarie, sia per altrettanto ovvie motivazioni economiche, sia  per evidenti motivi di sicurezza internazionale. Non dimentichiamoci che è stata proprio la paventata adesione dell’Ucraina alla Nato quanto meno una concausa dell’aggressività di Putin nei confronti di Kiev.

In una congiuntura devastata e devastante come questa, più che di bei gesti, s’impone una prudenza che non è necessariamente arrendevolezza. La ricerca della pace non sempre è pacifismo e la cautela non è sempre sinonimo di viltà: inviare armi e magari volontari equivale a gettare benzina sul fuoco, mentre tutti gli sforzi dovrebbero essere mirati al contenimento del conflitto. Troppi errori sono stati commessi dalla diplomazia occidentale, dimentica della grande lezione di un Kissinger, favorevole a una finlandizzazione dell’Ucraina come Stato cuscinetto fra Est e Ovest; ma questo è un altro discorso.

Purtroppo, in questa Italia in cui troppi reportage giornalistici mi ricordano uno strano miscuglio fra le copertine della Domenica del Corriere disegnate da Beltrame durante la grande guerra e i racconti mensili di Cuore, il clima è molto diverso. E, debbo ammetterlo, mi fa specie che i pacifondai di ieri siano diventati i guerrafondai di oggi, che gli eredi politici di quanti brindarono col lambrusco nel 1956 all’invasione dell’Ungheria, che al tempo dell’installazione degli euromissili organizzarono chilometrici cortei con lo slogan “meglio rossi che morti”, che nel 1990 demonizzarono la Gladio, una rete di resistenza clandestina nel caso di un’invasione dell’Italia da parte dell’Armata Rossa, ora scavalchino gli stessi Stati Uniti nelle sfide alla seconda potenza nucleare. Non si tratta di essere “né con Putin né con Zelensky”: né l’uno né l’altro sono delle mammole, ma l’uno è l’aggressore, sia pure dopo alcune provocazioni, l’altro è l’aggredito, e non si può non schierarsi dalla sua parte. Senza dimenticare però che, come ammoniva Einstein, se dovesse scoppiare una terza guerra mondiale, la quarta si combatterebbe con le pietre e con le clave.

Enrico Nistri 

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