EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

BRZEZINSKI POINT…ALLE ORIGINI DEL CONFLITTO RUSSO-UCRAINO

I problemi, come la sicurezza dei propri confini richiamata da Putin, sono questioni che non si risolvono con mezzi che violano il diritto internazionale: qui un excursus storico

FONTE: https://www.barbadillo.it/103305-lintervento-brzezinski-point-alle-origini-del-conflitto-russo-ucraino/

Prima di tutto una premessa, forse inutile ma doverosa. Non si può non denunciare l’aggressione russa contro l’Ucraina, Stato indipendente e sovrano. I problemi, come la sicurezza dei propri confini richiamata da Putin, sono questioni che non si risolvono con mezzi che violano il diritto internazionale.

Questo, tuttavia, non esime dalla necessità di considerare freddamente, dal punto di visto storico e geopolitico, i termini esatti della vicenda. Magari anche alla luce di un film degli anni ’70…

Si può partire dal fatto, universalmente riconosciuto, di accreditare a Putin molti e più o meno pertinenti difetti tranne quello di essere un uomo impulsivo che agisce sulla spinta di reazioni emozionali.

Nato nel 1952, è al suo quarto mandato come presidente della Federazione russa. Laureato in Legge a San Pietroburgo nel 1975, funzionario dell’intelligence per 16 anni nel quadro del Kgb, si è trasferito a Mosca nel 1996 per lavorare nell’amministrazione del presidente Boris Eltsin e diventando direttore dell’Fsb, l’agenzia che ha sostituito l’ex Kgb sovietico, per essere nominato poi primo ministro nell’agosto 1999 e dal 31 dicembre dello stesso anno successore dello stesso Eltsin.

Nelle fila dei servizi segreti prima sovietici e poi russi ha affinato le sue caratteristiche di gran maestro del gioco degli scacchi sul quadrante internazionale, da cui il suo sangue freddo, se non ad irittura glaciale, diventato proverbiale nelle cancellerie di tutto il mondo.

Anche per questo dire, come ha fatto il ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio e il premier Mario Draghi, nel solco di un comune sentire internazionale, che l’operazione militare russa è una gravissima e ingiustificata aggressione, non provocata, ai danni dell’Ucraina, lascia perplessi

Come lasciava perplessi la richiesta occidentale alla Russia, prima dell’apertura delle ostilità, di ritirare le proprie truppe, allora ancora all’interno dei propri confini…, quando quegli stessi Stati stavano rifornendo di armi e di consiglieri militari reclutati nelle proprie forze speciali la stessa Ucraina.

Il problema, come dicevamo, è storico e geopolitico. Dal 1700 al 1900 la Russia, compresa la parentesi sovietica, ha dovuto affrontare invasioni da parte di svedesi, francesi e due volte da parte dei tedeschi. Non si trattava di scaramucce di frontiera ma di attacchi pianificati e deliberati nel quadro di una profonda penetrazione del territorio russo per catturarne l’heartland e soggiogarla definitivamente. Ognuno di questi tre secoli ha dunque visto un assalto che minacciava l’esistenza stessa della Russia. Difficile non trarre durissime lezioni apprese da queste esperienze e non restare molto diffidenti rispetto a quanto accadde alla periferia del paese. Nulla nella storia ha permesso ai leader russi di leggere la situazione in maniera diversa.

Arriviamo così ai giorni nostri. 24 anni dopo il collasso dell’Urss, una “rivoluzione colorata” ha rovesciato in Ucraina il governo filo-russo. Per l’Occidente, una grande vittoria della democrazia, per Mosca un colpo di Stato che rovesciò un governo eletto legalmente per imporne un altro filo-occidentale. In estrema sintesi, secondo il Cremlino, gli Stati Uniti avevano deciso di capitalizzare il collasso dell’Unione Sovietica per assumere il controllo dell’Ucraina. Alimentando così le paranoie russe relative alla cintura difensiva necessaria per evitare invasioni potenzialmente disastrose.

La geopolitica torna utile per comprendere queste angosce.

La battaglia di Poltava dell’8 luglio 1709, quando i russi guidati da Pietro il Grande fermarono la drammatica invasione di Carlo XII di Svezia, venne combattuta nell’Ucraina centrale. A soli 800 chilometri da Mosca…

La Pianura mitteleuropea, il Caucaso, l’Asia centrale e il confine cinese, spiega George Friedman, sono tutte regioni di confine vitali per Mosca. Ma lo snodo centrale resta sempre l’Ucraina. Specialmente nel quadro delle vulnerabilità geografiche del fronte europeo della Russia. Da cui la necessità di quella cintura strategica di Stati dell’Europa orientale che, se non possono essere più satelliti come all’epoca, fortunata…, dell’Urss, devono almeno essere, come condizione di minima, non ostili.

Non è un ragionamento peregrino. Proviamo a spiegarci con un ragionamento ucronico. Mettiamo il caso che l’alleanza militare del Patto di Varsavia fosse sopravvissuta al crollo del comunismo. Come avrebbero reagito gli Stati Uniti vedendo i paesi satelliti dell’America latina entrare o chiedere di entrare in quel blocco militare? Come avrebbe reagito, soprattutto, Washington nel momento in cui il loro incubo peggiore avesse cominciato a materializzarsi lungo i suoi confini, in Messico o magari in Canada, dopo una “rivoluzione colorata” che ne avesse rovesciato il governo mettendo al suo posto un esecutivo filo-russo? Come avrebbero reagito gli Stati Uniti vedendo la Federazione russa fornire armi e consiglieri militari al governo messicano o canadese…?

Per la crisi dei missili di Cuba nel 1962 non esitarono a spingersi alle soglie della guerra mondiale mentre nel febbraio 2003 per dichiarare guerra a un paese come l’Iraq, lontano migliaia di chilometri dal territorio statunitense e che non minacciava minimamente la sua sicurezza nazionale, non esitò a mandare l’allora segretario di Stato Colin Powell davanti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a sventolare false fialette di antrace per dimostrare che Bagdad era un produttore di armi di distruzione di massa.

Domande forse non oziose. Ma è a questo punto che può intervenire, a chiarire definitivamente il quadro di situazione ucraino, un film del 1970 diretto da Michelangelo Antonioni, Zabriskie Point.

Non stiamo parlando della sua vera o presunta dignità artistica, quanto di un semplice gioco di assonanze. Perché guardandolo in queste ore, per tutta un’altra serie di ricerche, è scattato immediatamente un circuito (virtuoso…?) di quelle assonanze di cui sopra. Vediamo di spiegare che cosa c’entra tutto questo con Putin, la Russia e l’invasione dell’Ucraina.

Zbigniew Brzezinski (1928-2017) è stato un politico democratico statunitense di origini polacche, consigliere per la Sicurezza nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter, dal 1977 al 1981, famoso per la dottrina omonima che attraverso un uso sapientemente coniugato di soft e hard power intendeva prima minare fino alla frammentazione definitiva l’ordine geopolitico sovietico e poi isolare la Russia, rendendola una potenza locale e secondaria.

L’Ucraina, nella chiave geopolitica dell’isolamento della Russia e del contenimento dell’Europa, una volta assorbita completamente nell’orbita Usa, avrebbe reso anche la Ue un elemento subordinato alla capacità di controllo di Washington. Come puntualmente si sta avverando.

Secondo quanto pubblicato da Brzezinski nel 1997 nel suo saggio The Grand Chessboard American Primacy and Its Geostrategic Imperatives, indipendente dal 1991 l’Ucraina «è un nuovo e importante spazio dello scacchiere euroasiatico» senza il quale la Russia cessa di essere un impero euroasiatico per limitarsi forzatamente alle sue prospettive asiatiche, per finire inghiottita dai debilitanti conflitti dell’Asia centrale.

Da questo punto di vista, in un mondo post Guerra fredda dominato dagli Stati Uniti, i tre Stati che più meritano un fortissimo supporto geopolitico statunitense, in quanto strategicamente fondamentali, sono Azerbaijan, Uzbekistan e Ucraina. «Come gli Stati Uniti riusciranno a manipolare e accontentare i principali Stati geostrategici dello scacchiere euroasiatico e come sapranno gestire i principali protagonisti eurasiatici sarà critico per la longevità e la stabilità della supremazia globale americana (will be critical to the longevity and stability of Americas global primacy).

Il punto di vista di Brzezinski, il Brzezinski Point…, chiarisce molto della crisi attuale tra Russia e Ucraina, reazioni Usa comprese, spiegando come gli interessi Usa sull’Ucraina, in chiave di destabilizzazione anti-russa, rimontano almeno al 1997, dimostrandosi cioè “non della ventura”. Non figli del caso o delle contingenze. Rivoluzioni colorate comprese.

Ma non è ancora tutto.

Una dettagliata inchiesta di Der Spiegel, a firma di Klaus Wiegrefe e significativamente intitolata Natos Eastward Expansion. Is Vladimir Putin Right?, “L’espansione verso est della Nato. Ha ragione Vladimir Putin?”, rivela che dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 i leader della Nato avevano promesso a Mosca che l’Alleanza atlantica non sarebbe mai avanzata verso Est… 

Nel 1990, si legge nella ricostruzione del quotidiano tedesco, un autentico esercito di politici e di funzionari di altissimo livello di Mosca, Washington, Parigi, Londra, Bonn e Berlino Est si riunirono per discutere della riunificazione tedesca, del disarmo sia della Nato che del patto di Varsavia e per un nuovo statuto della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, destinata poi a trasformarsi in Organizzazione sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) nel 1995.

Di quei colloqui non abbiamo resoconti sempre univoci e coerenti. Mentre il segretario di Stato dell’epoca James Baker ha sempre negato che venne assunto l’impegno che la Nato non si sarebbe avvicinata al territorio dell’ex Unione Sovietica, alcuni dei suoi stessi diplomatici lo hanno formalmente contraddetto. «Jack Matlock, allora ambasciatore statunitense a Mosca, ha dichiarato che “garanzie categoriche” vennero fornite all’Unione Sovietica che la Nato non si sarebbe allargata in direzione est».

D’altra parte, come avrebbero fatto i dirigenti dell’ex Urss ad accettare l’amaro boccone della riunificazione tedesca…? Per fortuna, spiega Wiegrefe, «sono disponibili moltissimi documenti di diversi paesi che presero parte a quei colloqui, inclusi memorandum delle conversazioni, trascrizioni dei negoziati e rapporti vari. Alla luce di quei documenti, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Germania notificarono al Cremlino che l’entrata nella Nato di paesi come Polonia, Ungheria e la Repubblica ceca era fuori discussione. Nel marzo 1991 il primo ministro britannico John Major promise nel corso di una visita a Mosca che “niente del genere sarebbe mai accaduto”».

Una promessa ampiamente smentita dai fatti, dal momento che ben 14 paesi sono passati dal patto di Varsavia all’alleanza atlantica. Da qui le contromisure di Putin: guerra in Georgia, occupazione della Crimea, appoggio ai separatisti del Donbass e la guerra degli ultimi giorni alla luce del fatto che nel corso di tutti questi anni la Russia è stata palesemente ingannata.

Dal canto suo, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha sempre ripetuto la linea difensiva di Washington sull’allargamento a Est della Nato e cioè che nessuno, mai, in nessuna data e in nessun luogo, ha fatto promesse in questo senso all’Unione Sovietica.

Smentite che coniugate al pregresso Brzezinski Point…, ci riportano al titolo dell’inchiesta dello Spiegel: Vladimir Putin ha ragione…?

Gianfranco Peroncini

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