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PER LA DESTRA ITALIANA LA GEOPOLITICA È DIVENTATA UN DERBY

FONTE: https://electomagazine.it/per-la-destra-italiana-la-geopolitica-e-diventata-un-derby/

A seguito della guerra tra Russia ed Ucraina, è scoppiato all’interno della destra radicale italiana un “derby” tra i sostenitori di Putin e chi invece appoggia la resistenza del popolo ucraino. I due “fronti” si accusano da una parte di nostalgico anticomunismo e dall’altra di patetico antiamericanismo. A noi nulla interessa sul dimostrare chi abbia torto e chi ragione, però ci sentiamo in dovere di trarre alcune considerazioni da questo “scontro”.
In primis, abbiamo notato come negli ultimi decenni all’interno dell’ambiente della destra radicale l’interesse per la politica internazionale abbia preso il sopravvento su tutti gli altri argomenti. Riviste, libri e conferenze non parlano d’altro che di geopolitica, che da strumento di analisi sembra diventata una vera e propria religione con tanto di dogmi incontestabili ed apodittici. Alcune frasi del famoso “Terra e Mare” di Schmitt vengono ripetute a memoria come fossero dei passi biblici. Per non parlare dei riferimenti continui a posizioni geopolitiche che appartengono naturalmente, quasi per diritto divino, alle singole Nazioni. Basti pensare all’Italia e alla sua naturale politica di influenza sul Mediterraneo.

Peccato però che i fatti storici dimostrino esattamente il contrario, dato che la nostra Nazione dal 1946 in poi ha sempre attutato una politica estera di chiara impronta atlantica, come stabilito dai diktat di Yalta. Certo, qualcuno ha tentato vie diverse, basti pensare a Mattei, Moro o Craxi. Ma proprio la loro azione politica, a prescindere dai risultati ottenuti, dimostra come, senza una precisa volontà, non ci possa essere nessuna geopolitica imposta dalla natura della posizione geografica di uno Stato. Il rischio altrimenti è di considerare la geopolitica una scienza messianica, alla stregua di quei marxisti che consideravano l’avvento del comunismo ineluttabile, a prescindere dalle azioni dei vari soggetti politici.
Ma a parte questa visione distorta dei fatti internazionali, c’è un altro aspetto su cui riflettere. Se ci pensate bene, tutta questa passione per la politica estera all’interno della destra radicale ha iniziato a diffondersi negli anni Ottanta, quando la stessa numericamente (e forse anche qualitativamente…), ha iniziato la propria battuta d’arresto.

Nei decenni precedente l’interesse per la geopolitica era minore per un preciso motivo. I militanti non solo dovevano pensare a sopravvivere ai colpi di pistola sparati dai compagni e dalle forze dell’ordine ma, soprattutto, erano impegnati quotidianamente nell’azione politica, in particolar modo nei quartieri più popolari. Essendo impegnati sulle questioni sociali del proprio popolo, erano più interessati a trovare soluzioni per risolvere tali questioni più che preoccuparsi degli scontri che avvenivano a livello internazionale. Questo non vuol dire che non si interessassero di tali faccende ma le stesse non erano la loro principale preoccupazione. E, oltrettutto, venivano affrontate con ben altre modalità rispetto alla situazione odierna.
Certamente ci si occupava delle rivolte di Praga, di Budapest, della questione irlandese o di quella palestinese. Ma lo si faceva in modo concreto e diretto. Si organizzavano aiuti per quei popoli in lotta, si faceva controinformazione e alcuni, addirittura, partivano armi in pugno per combattere. Sia detto per inciso che spesso questi ultimi si trovavano sui due fronti contrapposti. È noto infatti che alcuni militanti dei NAR abbiano combattuto nei ranghi della Falange libanese mentre altri militanti nazionalrivoluzionari hanno preso le armi per difendere il popolo palestinese (ricordiamo ad esempio l’ingegnere belga di cittadinanza francese Roger Coudroy, il primo europeo morto in combattimento tra le file di Al Fatah). E in questi casi il rispetto tra combattenti prevaleva sulle scelte individuali delle singole persone.


Oggi invece è l’esatto opposto. A parte pochissime eccezioni, il parteggiare per l’una o l’altra parte del conflitto russo ucraino si traduce in roboanti slogan diffusi tramite i
social media e, soprattutto, nell’insultare chi “parteggia” per l’altro contendente. In tutto questo il popolo ucraino si trova sotto i bombardamenti e l’esercito russo viene “sostenuto” a distanza, nonostante il conflitto in Donbass vada avanti da otto anni e chi avesse voluto imbracciare le armi avrebbe avuto tutto il tempo di prendere un aereo e raggiungere la zona di guerra.

Ecco perché sarebbe meglio tacere e sperare che la lotta fratricida tra questi due popoli vicini e spesso consanguinei finisca quanto prima. D’altra parte non è una partita di calcio e non c’è nessun obbligo a tifare per l’una o l’altra parte, soprattutto quando si è fisicamente lontani dal luogo del conflitto e dai rumori delle armi.

Alessandro Cavallini

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