PENSIERI CORSARI

IL VOLUME

La cultura materialista, razionalista, meccanicista, positivista, scientista ci impedisce di compiere osservazioni banali per conoscere le modalità che rivelano chi siano gli artefici di tutti i nostri problemi. 

Nel volume ci sono tutti gli uomini e con essi tutte le loro idee e con esse tutto il tempo, quand’anche tutto lo spazio. 

L’inconsapevolezza di questa banale osservazione genera la storia che conosciamo. Storia di conflitti. 

Fenomenologia e accettazione sono due espressioni originarie da, tra loro, lontane geografie. Che si muovono però sullo stesso binario, divise soltanto da forma, tempo e spazio. Entrambe portano in sé la medesima ricerca destinata a spiegare le origini dei conflitti. Entrambe hanno
in nuce la via che porta alla consapevolezza utile per ridurre nella praxis, ed eludere nella teoria, il rischio di conflitto. 

Osservando negli uomini la loro ontologica necessità di rispettare le orme della propria biografia, esattamente come i piedi posteriori del cavallo si posano dove erano quelli anteriori, possiamo riconoscerne una coerenza intrinseca, alla quale mai veniamo meno. Anche in occasione di aggiornamenti della nostra identità. Non a caso, questa non avverte alcuna interruzione con ciò che si era rispetto a ciò che si è divenuti. Quel senso di essere sempre gli stessi sussiste anche in occasioni di morti simboliche, dalle quali si rinasce inseguendo modalità e valori prima assenti. La biografia è una e una soltanto. La striscia di bava che lasciamo indica il percorso che abbiamo fatto, le svolte brusche e le continuità. 

Tale perseveranza si riempie di innumerevoli affermazioni, tutte relative agli interessi che porta, tutte con un obbligato fondo, più o meno spesso, di positivismo a breve e a lunga fioritura. 

Ogni affermazione richiede un campo dal quale emergere o nel quale esistere. 

Ogni campo è governato da norme, tali per cui un’affermazione inopportuna viene subito punita o esclusa. Il bimbo che non conosce l’affermazione della lama si taglia, in quanto non rispetta le regole sottese alla verità intrinseca all’affermazione stessa. 

Per muoversi entro il campo implicito nell’affermazione è dunque necessario stare alle regole. 

Il campo contiene la verità e questa sussiste soltanto attraverso il rispetto delle leggi che lo governano. 

Fieri di ciò, le affermazioni vengono difese, se necessario fino alla sopraffazione dell’altro. Altrimenti detto, significa che l’io si muove tra campi creati dalle sue affermazioni o entrando in campi creati da altri, per condividere la verità che portano o per demolirla. 

Così procedendo, ci si trova vincolati alla permanente oscillazione tra l’adesione e il rifiuto, tra l’amore e l’odio. 

Con la presa di coscienza del campo e della nostra volontà di sostenerlo, possiamo riconoscere la struttura egoistica del nostro fare e il conseguente permanente stato di conflittualità che comporta. 

Diviene possibile ora una ulteriore consapevolezza. La nostra modalità è davvero nostra, nel senso, di tutti. 

Per il passo successivo è disponibile l’osservazione che i campi creati dalla nostra biografia, dalle nostre esigenze, altro non sono che congetture. Infatti, se mettiamo in un solo volume tutte le posizioni e tutte le idee di tutti gli uomini – ognuno dei quali si crea il campo in cui ciò che afferma è vero – non possiamo che convenire all’evidenza che da quel volume strumentalmente scegliamo ciò che di più ci aggrada. Ma, se tutti facciamo così, come possiamo ritenere di aver tratto dall’infinito soltanto il giusto e il vero? 

Ponendosi questa domanda, ci si motiva a trovare, non la risposta, ma l’antidoto. Ciò che sta nel nostro campo è di pari dignità con quanto sta nel campo altrui, fosse anche un poco di buono, in quanto la meritocrazia è a sua volta una verità di campo. 

L’identificazione di se stessi con il proprio giudizio è come una falce che reseca le espressioni altrui. Ogni giudizio, affermazione, posizione, ha come struttura portante uno spericolato allineamento dei pochi elementi che gli permettono di traguardare per un momento tra le nebbie delle forme e delle forze, il culmine dell’affermazione in quanto verità. Basterebbe che… è un campione valido che tutti abbiamo impiegato per risolvere il problema prospettato. Come Ulisse, che per affermare la sua posizione ha la convinzione e la determinazione sufficienti a tendere l’arco e scoccare la freccia che attraverserà gli anelli delle scuri, in un simbolico allineamento dei punti e degli elementi utili al suo discorso. 

Abbattiamo tutti e sempre il misterico volume nella verità della bidimensione. Traiamo dall’incommensurabile divenire una semplice istantanea. Strumento indispensabile per descrive la ferma realtà che vi è rappresentata. 

Stando così le cose, il rischio di conflitto si riduce e si alza quello della tolleranza. Tolleranza tutt’altro che moralistica o buonistica o politica. Bensì autentica. Che in pratica si esprime in forza. 

Fino a quel momento sperperata dietro meretrici in forma di verità. 

Lorenzo Merlo Ekarrrt

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