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IL MATTARELLA BIS LASCIA (GRANDI) MACERIE NEL CAMPO DEI PARTITI

Pd esulta per nulla, M5s una galassia implosa, Salvini senza leadership, FI dissolta e la Meloni all’eterna opposizione

FONTE: https://www.barbadillo.it/102898-il-punto-il-mattarella-bis-lascia-grandi-macerie-nel-campo-dei-partiti/

E alla fine, vince Sergio Mattarella. Che ha dunque ceduto alla corte serrata dei partiti a corto di idee e letteralmente terrorizzati dall’eventuale addio di Mario Draghi. La maggioranza del governo di unità nazionale regge, nonostante qualche pugno di fisiologici franchi tiratori. La partita è rinviata. Al 2023, toccherà al nuovo parlamento scegliersi nuovo governo. E probabilmente eleggere Draghi al Quirinale, se il bis mattarelliano seguirà il canovaccio di quello già svolto dal suo bi-predecessore Giorgio Napolitano.

Partiti piccoli piccoli

Ne escono tutti con le ossa rotte. Il Pd dimostra di non avere né peso né idee. Gli unici rimasti a credere alla “egemonia” della sinistra, sono quelli del (fu) centrodestra. Più che un avversario, un talismano, un alleato. Enrico Letta vorrebbe intestarsi addirittura una vittoria ma, è palese, questo non è stato neanche un pareggio. Semmai una partita non disputata per patente mancanza di giocatori adatti. Il M5s è scomparso, l’unico sentimento che ispira Giuseppe Conte è l’umana solidarietà che si può provare nei confronti di chi crede di guidare un partito ma invece non può disporre nemmeno del suo voto, dal momento che –timoroso di qualche figuraccia- ha declinato anche solo la possibilità di farsi eleggere al Parlamento.

Il centrosinistra è un cumulo di macerie ma si salva dal naufragio mediatico soltanto perché è riuscito a sfruttare fino in fondo le contraddizioni di un centrodestra che, oggi, si può dichiarare formalmente deceduto. Per paradosso, Letta non riesce a primeggiare nemmeno nella poco edificante gara degli sconfitti. Perché oggi Matteo Salvini ha consumato gli ultimi colpi di una leadership ormai sbrindellata, consunta. Non comanda più, né dentro né fuori. Per la Lega si apre una stagione nuova. Di doppiopetto, formalità e istituzioni dopo le felpe, le pastasciutte e il populismo digitale.

La rottura Lega-Fdi

Nel frattempo esplodono le accuse interne. Tra Fdi e Lega, già da qualche annetto, le cose non andavano più bene. Oggi si sono rotti gli argini. La Meloni ha twittato pubblicamente contro Salvini e la sua idea di Mattarella bis. Da allora, non c’è stato più freno che abbia tenuto: alcuni suoi deputati si sono lasciati andare ad accuse sanguinose nei confronti dell’alleato. Uno dei navigatissimi suoi plenipotenziari ha pubblicamente dato dello “Schettino” al povero (ex) Capitano, ormai Capitone.

Tutto fieno in cascina per gli eredi della Fiamma che potranno vedere schizzare i loro consensi. Ma il rischio serio della strategia dell’opposizione a tutti i costi sarà quello di non toccare più palla anche con percentuali lusinghiere. Sarà destra di lotta e sarà guidata da chi, comunque, ha fatto parte dell’ultima stagione della destra di governo. Una lunga camminata nel deserto dell’opposizione, dunque, attende Meloni e i suoi conservatori.

Forza Italia non esce nemmeno da queste presidenziali dove, con Berlusconi, era entrata da protagonista. Le frizioni interne sono ormai insanabili, l’aria è quella della smobilitazione e il destino bruciante toccato al presidente del Senato Casellati, incenerita dai conteggi e dai cecchini dell’urna, dà il senso della fine, irreversibile, di un partito. Che, patisce la pena del contrappasso: grande e pieno di consensi come fu, il movimento che si prefiggeva la “rivoluzione liberale” è diventato uguale a quei piccoli partitini di cui Silvio Berlusconi, a ogni crisi di governo, auspicava la sparizione definitiva e totale. Agli attuali esponenti azzurri resta un annetto di tempo per decidere dove ricollocarsi: al centro con Renzi o a destra con la Lega oppure con Fdi.

Ci salverà il presidenzialismo?

Non è tutto da buttare. Anzi. Forse è stato bene così. Perché, per lo meno, si comincia (finalmente) a parlare di presidenzialismo. Tanto a destra quanto a sinistra. Non c’è più tempo da perdere, dunque. E’ l’ora di mettere mano alla costituzione e forse Draghi è l’unico che abbia numeri e forza per poterlo fare.

Giovanni Vasso

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