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KULTURA

GUSTAVE LE BON E LE CREDENZE

Oaks pubblica il saggio “Come nascono le opinioni e le credenze”, a cura di Andrea Prestigiacomo e con prefazione di Francesco Ingravalle

FONTE: https://www.barbadillo.it/102692-gustave-le-bon-e-le-credenze/

A novant’anni dalla morte di Gustave Le Bon, uno degli intellettuali francesi più prolifici e letti dei primi decenni del secolo scorso, il suo nome richiama nel lettore, o il titolo della suo opera più nota, La psicologia delle folle, o i suoi presunti legami con l’ideologia fascista. E’ora disponibile un volume di Le Bon, dal quale si evincono la qualità epistemologica della sua ricerca e le ragioni che lo resero uno degli intellettuali più influenti del proprio tempo. Ci riferiamo a, Come nascono le opinioni e le credenze, nelle librerie per i tipi di Oaks Editrice, a cura di Andrea Prestigiacomo e con prefazione di Francesco Ingravalle (per ordini: info@oakseditrice.it, pp. 461, euro28,00).

   Nato nel 1841, Le Bon conseguì brillantemente la laurea in medicina nel 1866. Fu testimone oculare della guerra franco-prussiana e della Comune, i cui eventi lo impressionarono in modo profondo. Viaggiatore instancabile, vagabondò in Asia, Nord America ed Europa, spinto da interessi antropologici. In tale ambito di studi, ricorda il curatore: «inventò [..] il cefalometro […] che permetteva […] di compiere le misurazioni del cranio delle persone al fine di trarne valutazioni statistiche e antropometriche» (p. 22). Esemplare, tra i suoi diari di viaggio, risulta essere, Voyage au Népal (fu il primo francese a visitare il paese himalayana). Pubblicò, nel medesimo frangente, diversi articoli su riviste scientifiche e mediche, centrati sulla terapia delle patologie maggiormente diffuse tra il proletariato francese dell’epoca. Nel 1903 venne nominato per il premio Nobel in fisica: non risultò vincitore in quanto i suoi studi erano presentati, secondo i giudici, in linguaggio non tecnico-specialistico. L’interesse per la fisica, si badi, non era secondario in lui, tanto che, a dire di insigni matematici, ipotizzò, prima di Einstein, l’equivalenza di massa ed energia. Con le parole di Prestigiacomo, Le Bon: «Può essere considerato come uno degli ultimi ricercatori e studiosi ad avere un approccio umanista e “rinascimentale”» (p. 21) allo scibile umano. Questo fu un pregio che indusse, di contro, dei limiti alle sue ricerche: ad alcune sue geniali intuizioni egli alluse, non fu in grado di dar loro sviluppo analitico.

   Nell’ambito degli studi socio-psicologici fu un innovatore. Le forme della mente umana da lui individuate in questo libro, sono cinque: «e cinque sono gli strata (livelli) individuati tempo dopo dal ricercatore, psichiatra […] Ignacio Matte Blanco» (p. 20). Alla comparazione tra i due studiosi, Prestigiacomo dedica l’interessante saggio che chiude il volume. Il lettore abbia contezza che in questo testo, Le Bon mirava come, con persuasività d’accenti, fa rilevare Ingravalle, fondamentalmente a mostrare che, alle spalle dei comportamenti collettivi, si cela una chiara teoria della conoscenza. Essa pone in discussione il rapporto di rispecchiamento dell’ambito “fisico-empirico” nello “psicologico-coscienziale”. Tale messa in questione, risulta di straordinaria attualità. Il senso comune contemporaneo, segnato dalla Nietzsche Renaissance degli anni Settanta, dal diffuso prospettivismo, sa che il “fatto” in realtà è riducibile a una “interpretazione”. Inoltre, l’intera storia del “secolo breve” ha mostrato la veridicità della tesi centrale di Le Bon, vale a dire che quando gli uomini agiscono in massa, collettivamente, lo fanno non certo spinti dalle idee “chiare e distinte” di cartesiana memoria, ma per la pressione delle passioni dell’anima.

   Le Bon ha consapevolezza, sulla scorta della lezione di grandi autori della sociologia primo novecentesca, ma anche sulla scorta di Hume, Schopenhauer, Nietzsche e Freud, che passioni e ragione non rappresentano due “regni” separati da compartimenti stagni, ma dimensioni reciprocamente relazionantesi e interagenti. Nella massa, l’individuo formato dalla logica razionale, regredisce, come tanta storia contemporanea sta a testimoniare, alla dimensione dell’orda. Lo aveva ben compreso Simmel, il quale così argomentava a riguardo: «La modernità è il progresso […]  dell’individualizzazione dei vissuti, progresso pronto a dileguare non appena si creano le condizioni per l’evocazione di una folla» (p. IV). Insomma, il sociologo francese, rileva il prefatore: «riduce la ragione a ragione strumentale e, poi, ne fa uno strumento delle passioni» (p. V). In tal senso, autori coevi al Nostro, lessero nel movimento socialista la razionalizzazione del malessere avvertito dagli “ultimi all’erompere del capitalismo. La razionalizzazione, quindi, di uno stato psicologico di un ceto sociale.

   Il comportamento umano è, a dire di Le Bon, fortemente segnato dalle opinioni e dalle credenze. La fede, meglio le fedi, sono un movente significativo della storia, prodotta dall’interazione tra gli uomini. Lo psicologo ha il compito di indagare le leggi che stanno a monte delle fedi e, in tal modo, questi si fa anche sociologo. Tali leggi sono indotte dall’endiadi “piacere-dolore”, in quanto, ab origine, gli uomini hanno agito cercando la felicità. L’uomo presenta una duplicità cognitiva che dà luogo alla “logica razionale” e a quella “affettiva”. Quest’ultima è viva nelle collettività, nelle masse: «Nell’individuo colto, la logica emotiva trova il suo limite nella logica razionale […] nella massa la logica emotiva non incontra alcun limite» (p. VI). L’emotività si alimenta di sentimenti “fissi”, di formule standardizzate, che  provocano la coazione a ripetere, un contagio mentale per suggestione. Le tragedie delle due Guerre mondiali evidenziarono la separazione delle due logiche. Distinzione presente nella stessa società dei consumi: «alle cui convulsioni […] la società “pandemica”attuale sta applicando […] il correttivo di un disciplinamento digitale e di una canalizzazione delle credenze nella logica infinita del profitto» (p. VII). 

    Le Bon offre, in queste pagine, strumenti diagnostici per comprendere ciò che Calasso ha chiamato “l’innominabile attuale”, ma forse anche una terapia. La sua idea del passato, vigente nel presente, rinvia alla Tradizione, alla gens di appartenenza, al suo ethos, per superare lo stato presente delle cose: «E’ dai sui morti, molto più che dai vivi, che un popolo è guidato […] hanno creato le nostre idee e i nostri sentimenti […] I morti sono gli unici padroni indiscussi dei vivi» (p. 41). La ricongiunzione di “logica affettiva” e “logica razionale”, passa dal risveglio della luce interiore, che dice in noi la presenza del già-stato, ma anche che cosa, volendolo, potremmo tornare a essere.

Giovanni Sessa

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