EUROPANAZIONE

ATTUALITA'

LA NON-VITA DELLA DERIVA FOBICA E SECURITARIA

FONTE: https://electomagazine.it/la-non-vita-della-deriva-fobica-e-securitaria/

Il 4 gennaio è entrato in vigore un regolamento della Ue in materia di tatuaggi. Da tale data sono vietati i pigmenti utilizzati nell’inchiostro colorato che contengono isopropanolo, una sostanza che in rarissimi casi può avere effetto cancerogeno e che può provocare allergia, inclusa nell’inchiostro per renderlo sterile. Riscrivo per chi avesse letto in fretta: in rarissimi casi.

Non so voi ma io comincio a essere veramente incazzato (scusate il francesismo ma “quanno ce vo, ce vo!”) dalla deriva fobica e securitaria della società postmoderna. Ormai l’obiettivo è uno solo: vivere (si fa per dire…) in sicurezza. E questo ben prima dell’esplosione della pandemia del Covid. Cinture allacciate in macchina (mi sa che tra un po’ sarà obbligatorio metterle pure ai bagagli), caschi per andare in moto, in bici e a breve anche coi monopattini, fumatori trattati come dei delinquenti seriali (però durante il lockdown i tabaccai non hanno chiuso), limiti di velocità sempre più bassi a fronte di macchine sempre più potenti, giochi pericolosi vietati ai bambini (eh sì, sbucciarsi un ginocchio è un’esperienza traumatica), cibi sani e biologici (mi raccomando occhio alla carne che provoca tumori!) e potremmo continuare quasi all’infinito con gli esempi.

Ma come è possibile che siamo arrivati a questa situazione? Se ci piacesse usare le parolacce, potremmo dire che un uomo catapultato dall’antichità ad oggi ci vedrebbe come dei coglioni impauriti. Ma per fortuna siamo persone educate e stiamo attenti (anche questa è sicurezza, metti mai che orecchie deboli possano subire dei danni permanenti ed irreversibili) a quello che diciamo e scriviamo. Allora cerchiamo di trovare la causa primaria di questa ossessione per la Sicurezza (usiamo la maiuscola come si faceva con la Stasi, così anticipiamo i tempi in cui verrà imposto per legge).
La risposta è in realtà molto semplice ed è ben visibile a quei pochi che riescono ancora ad avere un pensiero critico ed autonomo. La società postmoderna ha una paura (fottuta, cosa dite può andare come aggettivo?) della morte. Pensate a quanto successo durante il lockdown, durante il quale sono state sospese anche le messe e le altre cerimonie religiose.

Eppure fino a pochi decenni fa di fronte ad una catastrofe, pensiamo ad esempio alle eruzioni vulcaniche, era prassi cominciare a pregare e magari esporre reliquie chiedendo l’intervento divino. Oggi no. Ma non certo per l’ateismo ed il materialismo dilaganti nella società. Il motivo in realtà è sempre quello, la paura della morte. Non vi è più alcun appiglio a quella che una volta si sarebbe definita Metafisica o Spiritualità. Quelle erano “discipline” che imponevano determinate domande all’essere umano e che spesso non avevano risposta. Eppure questo non comportava certo angoscia o paura ma, piuttosto, maggiore consapevolezza sulla vera essenza dell’Uomo e soprattutto del senso della sua esperienza terrena.
D’altra parte, se ci pensate un attimo, la stessa parola morte ha avuto un vero e proprio cambio semantico. Oggi tutti definiscono la morte come opposizione alla vita ma è assolutamente sbagliato. La morte fa parte della vita, per la precisione ne rappresenta il momento finale, come la nascita è quello iniziale. L’opposto della vita non è la morte ma la non-vita, intendendo con questo termine tutto ciò che si trova al di fuori della dimensione umana. Non accettare la morte, in definitiva, significa non accettare la vita. L’uomo postmoderno fa esattamente questo. Con la scusa della sicurezza, non accetta la propria essenza di essere mortale e questo lo porta, nei fatti, a non vivere più.

Qualcuno una volta disse: “meglio vivere un giorno da leoni che cent’anni da pecora”. Parafrasandolo, e tenendo conto dei tempi presenti, potremmo dire: “meglio vivere un giorno che sopravvivere cent’anni”. Perché oggi, purtroppo, è proprio questo il triste destino di tutti noi. Non viviamo più ma semplicemente sopravviviamo, cioè di fatto non viviamo. E tutto questo perché ci sono regole che impongono di vivere in modo sicuro altrimenti il rischio è che una persona su un milione possa farsi del male o morire. Quanta differenza rispetto ai nostri antenati che bramavano di morire in battaglia per poter accedere ai Campi Elisi o al Valhalla! E poi dicono che la nostalgia sia un male. Certo il male di chi si vuol bene e brama di tornare ad essere un Uomo non un animale debole ed impaurito.

Alessandro Cavallini

  1. Giovanni

    Andreotti, esternando il sentimento profondo italiano, sentenziò: “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”.

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