EUROPANAZIONE

HISTORIA MAGISTRA VITAE

IL MITICO FEDERICO II DI SVEVIA

FONTE: https://www.azionetradizionale.com/2021/12/13/il-mitico-federico-ii-di-svevia/

«Un messaggio da messer Leonardo Bigallo di Pisa, filius Bonacii» – annunziò il valletto porgendo una pergamena arrotolata a Federico. «Ah, il mio amico Fibonacci – esclamò l’imperatore – vediamo cosa mi manda questa volta».

Era il più grande matematico dei suoi tempi ed egli lo aveva conosciuto a Pisa nel 1226 dopo averne già studiato i libri di geometria. Colpito dal suo genio matematico, aveva tentato invano di averlo al suo seguito. Fibonacci stava introducendo in Italia ed Europa nientemeno che i numeri arabi al posto dei numeri romani: una novità assoluta, una rivoluzione nei calcoli e nei commerci con l’introduzione dello zero, allora sconosciuto al sapere occidentale.

La sua capacità di risolvere problemi, impostare teoremi, calcolare grandezze e rapporti complicatissimi lo affascinavano. Pur non essendo riuscito a portarlo alla sua corte, Federico II aveva sempre intrattenuto con lui intensi rapporti culturali.

Gli scriveva per porgli quesiti di matematica pura, gli sottoponeva difficili problemi da risolvere, si interessava ai suoi studi di geometria e Fibonacci ricambiò l’illustre amico dedicandogli la sua opera più famosa, quel Liber quadratorum che lo stesso Federico gli aveva suggerito.

Questa volta Fibonacci lo sorprese. Gli mandava in dono un Flos, cioè un fiore. Era un complicatissimo disegno geometrico che conteneva tantissimi teoremi e problemi matematici ma che somigliava a un fiore stilizzato. Federico rimase a lungo a contemplarlo e a decifrarlo. Chiamò intorno a sé i suoi dotti e al ungo insieme ragionarono per interpretarlo.

Alla fine la fronte aggrottata dell’imperatore si spianò, lo sguardo si rischiarò; come un’intuizione, un’illuminazione, una preveggenza, un’esplosione di energia volitiva e creativa lo fece quasi gridare:

«Io darò corpo a questo fiore. Io materializzerò nella pietra questi rapporti matematici e geometrici, io imprigionerò in una mia opera il sole la terra e la luna, li chiamerò a disegnare sul terreno le linee dei muri e delle stanze, li esalterò nei momenti cruciali degli equinozi e della loro precessione, delle eclissi e delle costellazioni e tutto sarà regolato dalla divina proporzione del numero aureo. Michele Scoto, maestro Teodoro, filosofi astronomi e astrologi miei, mettetevi subito al lavoro, elaborate quello che io vi dico».

«Ma cosa vuoi fare, mio signore?» dissero quasi spaventati.

«Quello che hanno fatto i Faraoni in Egitto nella Piramide di Cheope e i greci nel Partenone di Atene: riportare nella pietra il numero d’oro; quello che hanno fatto gli antenati degli inglesi, i celti, a Stonehenge e i padovani nel Palazzo della Ragione: un grande gnomone, un grande calendario pietrificato in cui siano eternati i simboli dei pianeti e delle costellazioni, le ore i giorni e le stagioni, i rapporti della matematica e i rapporti del potere. Farò un castello. Ma non uno dei tanti, non una macchina di guerra, bensì un concentrato di bellezza e di verità. Ne farò la casa della sapienza, l’itinerario della conoscenza, l’espressione della grandezza, il luogo della luce, l’epicentro della verità. Sarà costruito in modo che tutto il sistema tolemaico vi sia raffigurato: la terra al centro, il sole che le gira intorno, gli astri che ne segnano le sfere celesti. Chi vi entrerà dovrà compiere un cammino iniziatico, un percorso obbligato, in spazi definiti e significanti, racchiusi tutti nella quadratura del cerchio. Perché il cerchio è il simbolo del sé che esprime la totalità della vita psichica dell’uomo; mentre il quadrato è il simbolo della totalità del corpo e della realtà materiale. Il mio castello dovrà realizzare l’unione dei contrari, materializzare la perfezione dell’uomo che è in sintonia con la natura e col cosmo, esprimere il vero senso di tutte le cose».

«Ma che forma avrà questo tuo… castello?» azzardarono i dotti che, pur seguendolo nei ragionamenti filosofici e magico-esoterici, non riuscivano a immaginare come si potesse tradurre in forma materiale tutta quella concettualità astratta.

«Ce lo dice Plutarco – rispose pronto Federico – quando scrive che l’otto, primo cubo di un numero pari e doppio del primo quadrato, bene esprime la salda e immobile potenza del dio. Anche la divinità di Allah è espressa con un ottagono: la Casa nella Roccia, il luogo sacro dei musulmani, che è nel recinto del tempio di Salomone a Gerusalemme, ha questa forma. Anche il mio castello avrà la forma di un ottagono, che è il poligono che fonde il quadrato col cerchio. E otto saranno le sue torri. E otto i lati del suo cortile che cingeranno il cielo che irromperà con la sua luce nel buio delle chiuse stanze e si specchierà in una vasca pure ottagonale posta al centro del cortile, con otto sedili concentrici in cui immergersi, per tornare all’elemento primordiale dell’acqua nel quale specchiarsi per ritrovare se stessi».

Sembrava invasato da un fuoco divino. E mentre parlava con foga ed eccitazione, la sua mano aveva afferrato un carboncino e cominciava a schizzare un ottagono, delle finestre, un portale maestoso con un timpano triangolare.

«Si entrerà in questo castello del sapere passando sotto la forma perfetta del triangolo e attraverso una materia simbolica che rappresenti l’unione di tutte le conoscenze, di tutte le culture, di tutti i saperi di questo secolo e dei precedenti, cementati nel genio e nella maestà di Federico II di Svevia la cui immagine sarà scolpita in quel triangolo, circondato dai raggi del sole. Chiamate i miei architetti, i miei maestri marmorai. Ecco, ho trovato, voglio la breccia corallina rossa, per fare l’ingresso al mio castello, perché è un conglomerato di grossi pezzi di roccia tenuti insieme da quel cemento, rosso come la porpora del mio mantello, rosso come il colore della maestà imperiale. E ci saranno i simboli primordiali come la pietra l’acqua e la luce; e ci saranno i misteri dell’oriente col segno del mandala che i miei messi mi hanno portato dalla lontana India; e ci saranno i numeri magici della vita e della morte; e ci saranno il viaggio per giungere in luogo isolato, l’ascesa al monte, la croce che terrà unite le volte delle stanze, il silenzio che concentra e fa sentire le voci della natura, il buio che atterrisce e la luce che innalza: il fiore che sboccia nella pietra e nel sole».

 «Ma cosa ne farai di questo castello immaginifico?»

 «Ne farò la mia dimora e la mia corona. Lo specchio luminoso di me stesso. Il segno di Federico nell’eternità».

 Così il fiore di pietra sbocciò e si chiamò Castel del Monte.

da B. Tragni, Il mitico Federico II di Svevia, Bari, 1994

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