EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

IL SOFT POWER CINESE SPAVENTA I MEDIA ITALIANI

FONTE: https://electomagazine.it/il-soft-power-cinese-spaventa-i-media-italiani/

Nostalgia canaglia. Non quella cantata da Al Bano e Romina Power, ma quella del Corriere e di altre testate minori che non nascondono lo sconforto per la fine dell’epoca bella in cui il soft power era nelle mani degli Stati Uniti. Quando non si parlava ancora di “atlantisti” ma il servilismo italiano era comunque palese. L’epoca dei bei film americani in cui gli eroici liberatori sterminavano dieci nemici  con un solo colpo di pistola; film in cui i “soldati blu” massacravano senza problemi intere tribù di pellerossa (donne e bambini compresi) mentre nelle sale dei cinema esplodeva l’applauso accompagnato dall’immancabile “arrivano i nostri!”.

Quanto era bello essere una colonia che importava moda squallida e cibi spazzatura. Ovviamente i giornalisti di servizio dimenticano che, nei medesimi anni, l’Italia subiva anche l’offensiva culturale dell’Unione Sovietica. Sorgevano ovunque i centri per l’amicizia tra i popoli finanziati da Mosca; i circoli culturali; i cineforum; le mostre di pittura sostenute dal Cremlino; i premi letterari allineati e coperti. Con carriere universitarie facilitate dall’appartenenza ai circoli filosovietici. E con il turismo verso la Russia gestito, senza concorrenza, dalle agenzie di Stato con la possibilità di impiegare il denaro per altre iniziative di propaganda.

Strano che al Corriere non se lo ricordino. Strano che nessuno lo racconti ai colleghi più giovani.

Così il quotidiano di Urbano Cairo annuncia, con preoccupazione, che l’America di Biden sta rinunciando al soft power e che la Cina sta sostituendo la propaganda statunitense. Dunque la colonizzazione economica e culturale era buona quando la gestiva Washington ma diventa cattiva quando l’offensiva è decisa da Xi Jinping.

In pratica, accusano i nostalgici dell’american way of life, i cattivissimi cinesi starebbero semplicemente riprendendo – attraverso gli Istituti Confucio – le iniziative sul genere del Goethe Institut o dell’Institut français Italia per  far conoscere la cultura di Pechino. Oserebbero, addirittura, avviare corsi per imparare il mandarino e proporrebbero manifestazioni culturali per far conoscere la Cina. Sono, ovviamente, lontanissimi dai livelli di penetrazione dello stile di vita yankee, veicolato dal cinema, dalle serie tv, dalla musica. Però le vedove di Custer e le prefiche immancabili non possono tollerare che esista una alternativa al male americano. Non possono tollerare che qualcuno investa in Italia per promuove uno stile di vita diverso da quello propinato per decenni da Hollywood.

È ovvio che Pechino non investe per aiutare i centri culturali italiani bensì per arrivare – attraverso la cultura – ad un maggior ruolo in ambito economico e politico. Esattamente la stessa strategia che dovrebbe utilizzare l’Italia che, al pari della Cina, vanta una storia che supera i duemila anni. Ma la Cina ha Xi Jinping che crede nel soft power mentre l’Italia ha Cingolani che la cultura italiana la vuole buttare fuori dalle scuole. E se la cancelliamo, possiamo risparmiare i soldi che servono per promuoverla a livello internazionale. Il soft power è troppo complicato per essere affidato ad un Cingolani qualunque.

Augusto Grandi

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