EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

FINI: UMANO TROPPO UMANO

“Anarcoide mezzo pazzo”, “rompicoglioni”, reazionario, nichilista, bastian contrario. Massimo Fini, o del giornalismo irripetibile

FONTE: https://www.lintellettualedissidente.it/inevidenza/massimo-fini-giornalismo-mannino/

Massimo Fini è un enigma cristallino. Il solitary man, l’“anarcoide mezzo pazzo” (Giorgio Bocca), il “rompicoglioni”  (Vittorio Feltri) in cinquant’anni col turbo è stato etichettato,a seconda del momento, come reazionario, filo-leghista, girotondino, criptofascista, nichilista, anti-berlusconiano (però ante-litteram, fin dai tempi di Milano 2), grillino, anti-americano senza essere mai tentato, lui vecchio socialista anti-craxiano, dal comunismo e men che meno dal gauchismo molotov&champagne, tanto in voga fra gli intellettuali suoi coetanei oggi quasi tutti convertiti al dogma liberale, di destra o sinistra n’importe quoi. Definizione più gettonata, a dire il vero, è bastian contrario, o donchisciotte. Ma il Fini più vero, più verace e aderente al Fini uomo, curioso e senza pace, èil giornalista d’inchiesta e d’intervista, l’inviato con gli scarponi sul terreno, il ritrattista in cerca della chiave più riposta, la penna d’assalto che possiamo leggere in tutta la sua potenza nell’ultima antologia, Il giornalismo fatto in pezzi, uscita qualche settimana fa per Marsilio.

È nell’esplorazione di questi sontuosi articoli giovanili e della maturità che l’indovinello sull’incasellabile Fini si scioglie. Un po’ come nell’ultima scena di Citizen Kane, quando la macchina da presa zooma lentamente su un particolare apparentemente insignificante che svela il segreto del protagonista. Qui i dettagli sono una messe, e tutti assieme fanno una prova. Questa: Fini ha clamorosamente sbagliato epoca, anche se non del tutto. Dal punto di vista umano, doveva nascere in qualsiasi altra tranne che nella sua (che poi ancora è, in parte, la nostra). Quando si poteva sacrificare tutto, la carriera, le amicizie e la roba, fino alla stessa vita, finendo ai margini, ostracizzato e perseguitato, pur di non tradire il proprio ingenium, il proprio demone, e nonostante ciò conquistare gli unici riconoscimenti che agli occhi di un ribelle contino davvero: l’onore da parte del nemico e l’affetto dei perdenti di cui un uomo in rivolta, fatalmente e a ogni latitudine, prende le parti. Ecco perché gli schemini ideologici risultano inservibili e non riescono a ingabbiare il ‘caso Fini’: perché se è vero com’è vero che il destino, diceva Eraclito, è nel carattere, è nel carattere, e non nei suoi riflessi contingenti, che va individuata la soluzione dell’enigma. Una personalità per nulla facile ma non poi così indecifrabile, la sua: insoddisfatto cronico, un ubi consistam pare averlo trovato, se ben indoviniamo, solo davanti alla macchina da scrivere, riassestando il disordine del mondo nell’ordine relativamente felice della scrittura. Alchimia dell’inchiostro in luogo del sangue della spada, coraggio morale, a volte temerario, con punte di divertita ferocia (le penetranti stroncature, seppur qui assenti, rimangono, per chi scrive, la sua acme) in sostituzione di quello fisico praticamente impossibile, o patetico, nell’era della bambagia democratica e del carnevale virtuale.

Ma è nel lavoro, o per lo meno nel primo periodo del suo lavoro, che Fini ha avuto quel po’ di fortuna che serve. La sua è stata l’ultima fase della grande informazione filtrata dal fiuto del cronista di razza. Perciò non fatichiamo a immaginarcelo, non ancora trentenne nei primi ’70, fare su e giù per l’Italia come la pallina di un flipper, pur di accontentare il sadico Tommaso Giglio che all’Europeo imponeva d’incontrare di persona ciascun testimone in inchieste rigorose, fatte prima con i piedi e poi con la testa, un po’ avventurosamente, con il gustoso rischio di non farcela, a portare a casa quel maledetto numero di ‘cartelle’. Come sta perfettamente nel personaggio il calarsi da speleologo esistenziale nelle vite minute di persone qualsiasi: il fotoreporter suicida per congenita inadeguatezza, o l’assassino per onore e controvoglia che si rifà una normalità e dopo trent’anni, da poveraccio indifeso, viene sbattuto in carcere da una giustizia che non conosce la parola redenzione. E ancora, massimamente finiana, ovvero, riletta oggi, inattuale è la notevole produzione di reportage dall’estero degli anni ’80 fino ai primi del secolo, composti per la Domenica del Corriere di Pierluigi Magnaschi in linea con una tradizione che va da Malaparte alla Fallaci, quella del giornalista che restituisce al lettore una città o un intero Paese nello spazio di uno scritto istantaneo, cesellato secondo canoni letterari che già allora, televisione imperante, dovevano suonare sfasati se di New York, ad esempio, il nostro inviato percepiva i simbolici grattacieli come autentici solo se visti attraverso una vetrina. Come nello schermo di un televisore. O come, diremmo ora, sul display dell’onnisciente telefonino.

Da questo ennesimo greatest hits del premio Montanelli 2015 risale a galla un mondo che non c’è più: il giornalismo, tipicamente novecentesco, praticato sul campo e raffinato nello stile. Un orizzonte romantico che a noi tossici di Google appare magico, irraggiungibile, affascinante e sepolto. Magnetismo del passato, senso di estraneità al presente: si spiega così il finale dedicato al fecondo rapporto con Pier Paolo Pasolini, il profeta dell’antimodernismo che scandalizzava i trinariciuti di ogni orientamento, il critico radicale del dio Consumo e polemista dalle tendenze autodistruttive, probabilmente secondo solo a Nietzsche e Dostoevskji, nell’itinerario formativo di Fini, nell’elaborare la Tesi fondamentale: e cioè che il progresso, fatto coincidere con il nichilismo della Tecnica e dell’Economia, si è capovolto in regresso, somma e planetaria fregatura. È Pasolini, l’intellettuale a tutto tondo Pasolini, come a tutto tondo è il Fini cronista, commentatore, saggista, romanziere, perfino attore, è il Pasolini malinconico e affamato di vitalità la figura del passato recente a cui si apparenta di più il Fini senza requie, inquieto, irregolare, accanito pokerista e frequentatore di locali malfamati in gioventù, sfornatore di pezzi come “un soldatino” nonostante depressione ed eccessi alcolici, l’unico controcorrente ad andarsene quando al gruppo Rizzoli si installano i piduisti di Tassan Din, precursore nell’indagare l’underground omosessuale quando gli omosessuali italiani non si erano ancora trasformati in gay e lgbt (“Balla, e mentre balla nere lacrime di rimmel gli rigano le guance”, scrive con toccante immagine viscontiana di un ragazzo in un viaggio al termine della notte nei catacombali ritrovi di allora, impregnati di una solitudine che oggigiorno è epidemia trasversale e omnisessuale, che divora senza distinzioni di genere, ceto ed età). In particolare, ultra-pasoliniana è la cifra caratteristica, naturalmente equivocata da piramidali imbecilli privi di ironia sulle cose del mondo, del contatto e confronto con tipologie umane anche abissalmente distanti dalla propria. Perché i sentimenti li abbiamo tutti, ce li hanno tutti. Positivi e negativi, alla luce del sole o rimossi. Ma è la loro negazione scientifica, industriale, tecnologica, è comprimerli e reprimerli sotto una patina di grasso superfluo, ecco il male moderno da contrastare. Questo è il nuovo “fascismo” su cui Pasolini lasciò proprio a Fini le sue riflessioni più chiaroveggenti, difatti attualissime: non quello arcaico, paleolitico, in camicia nera (tenuto in vita ancor oggi, grottescamente, più dagli antifascisti a babbo morto che da insignificanti nostalgici), ma quello edonista ed egoista dell’abbruttimento di massa, del nonsense da presente eternamente identico, che svuota le farmacie di ansiolitici e ci rincoglionisce sui social.

Alla fine, quel che importa ed è più giornalisticamente interessante è l’umano, preso nelle sue più varie angolazioni. Sennò che c’azzeccava lui, per dire, con una gran borghese che divenne poi sua amica, la Suni Agnelli sorella dell’Avvocato fatuo ma intelligente, che “profilo ha da rapace”? Niente, psicologicamente parlando. Ma è il filo invisibile che lega tutti i mortali, per dirla un po’ aulicamente, a incuriosire il cacciatore di umanità, il quale sa quanto sia difficile il mestiere di vivere, col suo dolore di fondo che può rovinare ricchi e poveri, gente di successo e diseredati, vincenti e sconfitti. Con la decisiva differenza che il più degno di dirsi uomo è la persona di valore e profonda, conoscitrice delle umane debolezze sulle quali è saggio sorridere con empatia, non è né il santo né il demagogo (o il mercante alias businessman, che mercanteggia pure in emozioni). Più facile che quest’uomo reale, vivo, si identifichi nell’umiliato e offeso, nel tormentato straniero di camusiana memoria, nella pecora nera, nel freak, nella eroinomane lucidamente autolesionista (“Patrizia quando si drogava sapeva benissimo quello che faceva, sapeva che si ammazzava poco a poco”, È morta una ragazza drogata), nel Guevara idealista che non si risparmia, piuttosto che nell’inquadrato automa pieno di pruderie o nel fanatico, spesso ipocrita o se va bene cinico, con l’anima di pece. Una spanna sopra è chi resta fedele al proprio ruolo e alla propria vocazione, quale che sia. Fatte salve certe oggettive responsabilità, buoni e cattivi, infatti, non stanno tutti di qua o di là, dal momento che vero cattivo è chi rifiuta ciecamente di scorgere nel prossimo un altro che prima o poi dovrà dare l’addio anche lui a Tutto. Alle ricchezze come alle miserie.

Una visione tragica, come si vede. La visione che successivamente Fini trasfonderà nei suoi libri più ‘filosofici’. Uno sguardo impietoso, ma non spietato, che oltre le forme caduche di status, scelte politico-culturali e traiettorie personali non può non ravvedere in ogni, ma proprio in ogni scampolo di terra e umanità una contraddizione, un doppio, un’ombra, un lato debole che si rovescia in forza e viceversa. Eccolo qua, il Fini migliore. È quando a un certo punto, quasi spazientito, chiede a Ermanno Olmi, il grande Olmi tutto famiglia, natura e sensibilità spirituale, se qualche difettaccio non lo tenesse velato perfino lui (e il regista: “certo, la viltà nel non rinunciare agli agi e ai privilegi”). O quando cerca di comprendere le ansie metafisiche (“la verità”, purtroppo in lei assoluta) all’origine della fine di Mara Cagol, la compagna di Renato Curcio fondatore delle Brigate Rosse. O quando è orgoglioso, in piena temperie sessantottina e da ’77, di aver intervistato anche degli imprenditori, uomini anche loro, esecrabili anche loro, ma come esecrabile, sia pur per tutt’altri motivi, era l’ideologismo forsennato dei gruppi extraparlamentari, fascisti all’inverso nell’abuso di violenza squadrista, sinistramente ammirevoli per una certa intransigenza morale (abbandonata da adulti fulminati sulla via del denaro, quando molti di loro finirono volentieri a lussureggiare nel “sistema”) ma catafratti alla realtà, regolarmente più sfaccettata delle glaciali geometrie rivoluzionarie. Insomma, in queste pagine densissime c’è già tutto il Fini che passerà da bastian contrario mentre è soltanto libertario, intendendo con questo termine l’estensione elasticamente massima della libertà dai pregiudizi – questi acerrimi nemici della comprensione e della compassione.

E il Fini peggiore, esiste? Sì, ma non in questa selezione d’annata. Non nel conclamato – e non dissimulato – narcisismo, limite umano troppo umano che travolge un po’ tutte le grandi firme e i nomi con un nome (mica solo nel giornalismo, va da sé). Semmai in un suo sottoprodotto, nell’ultimo Fini che indulge spesso al riciclo autocitazionistico cui dobbiamo evidentemente anche i best of di libri o articoli ai quali ci ha abituato da alcuni anni a questa parte, quest’ultimo incluso. Ma è un peccato comprensibile e assolutamente perdonabile. Anzi benvenuto, perché permette di rompere quella storica “coltre di silenzio” prevista calare su di lui da Montanelli nella prefazione alla prima raccolta, “Il Conformista”, anno 1990. Il Fini giornalista di vecchia scuola resta un maestro, perché prima di tutto maestro di vita. Una vita con pochi onori ma invidiabilmente intensa, goduta, combattuta con onore. Imitabile fino a un certo punto, sul piano professionale, essendo franata la centralità del classico ‘pezzo’ vieux style che pure, di tanto in tanto, tentava ancora direttori e capiredattori mainstream di fine secolo (non senza esiti demenziali, vedi il racconto sulle prose cestinate dal vile Corsera, Il “lato oscuro” del «Corriere»). E soprattutto – lo diciamo a eventuali aspiranti epigoni – adatta esclusivamente a fegati di ferro. Perché in tutta onestà, quanto a soddisfazioni tangibili, in un’Italia sempre più asfittica e mafioseggiante non è un bel vivere essere onesti, essendolo per davvero e fino in fondo. Fino alla fine. Specie à la Fini.

Alessio Mannino

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