EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

CIS, MRA, TERF: LA NEOLINGUA DEI BENPENSANTI

Tutti contro il MBEP! Andiamo alla fonte della tassonomia. Sia lode a Vidocq, il poliziotto canaglia

FONTE: https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/societa/neolingua-vidocq/

«Il primo presagio, che avrebbe dovuto mettermi in guardia, è stato un cartello esibito a Milano da una manifestante dopo l’affossamento del ddl Zan. Diceva così: “il tempo del potere maschio, etero, cis, non disabile e bianco è finito”. Il mio pensiero è corso a Flaubert – come avrebbe trattato, nel suo sciocchezzaio, una filastrocca del genere? – ma tre femministe intersezionali mi hanno subito rimesso in riga: primo, io sono un uomo chishet (nella neolingua post-atomica significa che non sono né trans né gay); secondo, sono un maschio bianco che “si permette” (sic) di ironizzare su una teoria, l’intersezionalità, creata da una donna nera. Ergo, è naturale che io sia messo a disagio da quella scritta, e farei bene a psicoanalizzare la mia paura di assediato – diciamo pure la mia “fragilità bianca”». Guido Vitiello, Il Foglio, 6 novembre 2021

Ecco che si torna all’argomento caldo di questi giorni, la polveriera fatta saltare in aria dal famigerato esordio del sociologo Luca Ricolfi sul quotidiano la Repubblica: l’articolo che ha squassato le sedie sotto i “virtuosi” di sinistra, che ha consumato fegati e ha fatto gridare vendetta alle varie milizie di attiviste/i neofemministe/i, di queer, transgender e altri gruppi derivati, liberandone finalmente le pulsioni repressive verso il Maschio Bianco Etero Non Disabile. È da giorni che le polemiche si inseguono in un accavallarsi di maledizioni, di accuse e controaccuse, di teorizzazioni e azzardi concettuali, di forzature logiche e risse deliranti, alimentando una confusione tossica, incomprensibile, in cui diventa difficile capire chi sia contro chi, quale categoria sia oppressa da quale altra, quali azioni siano concesse e quali vietate, chi può godere di franchigie e chi invece va mandato direttamente al rogo.

Un vero casino, ve lo possiamo assicurare. Raramente s’è vista una confusione d’idee più grande: la compattezza dei temi e degli intenti rivendicativi, tipica del Novecento, quella che univa nella lotta le masse, sembra definitivamente squagliata, lasciando un ricordo lontano. Lo sappiamo che il secolo è finito, che sono tramontate le ideologie e si sono persi gli schemi, ma non immaginavamo che le derive rivendicazioniste importate da oltreoceano – dove la questione razziale statunitense, in evoluzione plurisecolare, è incomparabile con la nostra realtà – arrivassero a diventare un balocco tanto irresistibile da influenzare anche la normale intelligenza delle persone. In tutto questo bailamme, tuttavia, siamo riusciti a cogliere fortunosamente un segnale chiarificatore, e l’abbiamo fatto in modo molto semplice: ascoltando una piccola discussione. Potrà sembrare sciocco, ma sappiamo che spesso sono i dettagli a offrire certe chiavi rivelatrici. Ecco dunque la conversazione di cui siamo stati testimoni, che cerchiamo di riportare fedelmente.

«Sentite, a me ‘sta cosa dà disagio. Questa frenesia tassonomica, tutte le categorie in cui veniamo incasellati, dove ci porta? Io sono etero, maschio, eccetera; poi ci sei tu, che non sei etero ma sei bianca; e tu sei nera, ma integratissima e tutto sommato guadagni bene: ditemi come facciamo a incasellarci. Se io sono A, tu sei B – quindi non A – e tu sei D – quindi non A e non B (e nemmeno C). Ognuno definito in base al gruppo a cui viene assegnato. Ma chi decide come metterci nel gruppo? Con quale criterio? Come diavolo sa dove devo stare io?».

«Ma no, la questione è questa. Finora il Maschio Bianco Eterosessuale Privilegiato è stato la norma, che ha predominato sugli altri gruppi e non ha avuto bisogno di essere definita, perché ritenuta “giusta” e vincente. Invece gli altri gruppi subalterni – i neri, i poveri, gli omosessuali ecc – sono sempre stati definiti come diversi dalla norma, fuori dalle caratteristiche considerate “giuste”. Adesso, se tu lamenti di provare disagio nell’essere categorizzato, pensa un po’ a chi questo disagio l’ha provato sempre».

«Ma allora, scusa, non sarebbe meglio impegnarsi per eliminare quel disagio lì dove è sempre stato, piuttosto che andarlo a portare dove prima non c’era? Cioè, se questo fosse un malanno, invece di guarirlo lo mandiamo a infettare anche quelli che non l’avevano?».

«Ah, la fai facile tu: questo disagio come pensi di eliminarlo? Lasciando a loro l’onere? Siamo noi a dovercene fare carico, non loro a doversene liberare. Noi bianchi li abbiamo sempre tenuti in difficoltà e ora siamo noi a dover rimediare. Per prima cosa lavorando sul contesto, quindi iniziando da subito a cambiare la lingua».

«Esatto, è così: bisogna creare disagio nel Maschio Bianco Eterosessuale, attribuendo anche a lui quel tipo di classificazione, così diventa una cosa formativa».

«No, scusate…»

«No, scusa tu e ascolta. È il fastidio tassonomico che diventa formativo: chi si è sempre sentito “normale” ora prova finalmente il disagio di ritrovarsi dentro una categoria che lo definisce e lo marchia. Così, a furia di star male tutti, a un certo punto non se ne potrà più, e venendo tutti incasellati diventeremo tutti uguali. E basta».

«O tutti diversi».

«Tutti diversi quindi tutti uguali».

«Sì. Comunque il fastidio tassonomico è formativo, c’è poco da fare. Come tutte le esperienze che ci tolgono dalla situazione confortante di essere dentro il privilegio di certe “norme” senza essercene mai accorti».

«No, no, scusate, scusate, scusate. Adesso il disagio mi viene ad ascoltarvi. Fatemi capire: siccome sono Maschio, Bianco, Eterosessuale, Privilegiato, adesso ho l’onore, finalmente, di avere la mia giusta quota di disagio personale. Non basta il disagio che già provo per il disagio altrui, no: essendo ancestralmente colpevole per il disagio delle altre categorie, devo caricarmi di un disagio nuovo, quello tassonomico».

«Ma non metterla così! Visto che la maggior parte dei MBEP non si è mai preoccupata granché del disagio altrui, è buona cosa che il disagio iniziamo a condividerlo e distribuirlo, no? Se lo dividiamo un po’ per ciascuno il carico di disagio diventa meno pesante, anzi si può creare empatia verso gli svantaggiati».

«Empatia? Guarda, mi spiace, ma non penso che spostare quel disagio sulla “maggior parte dei MBEP” sia così formativo, invece può alimentare i contrasti e le contrapposizioni, se non l’odio: secondo me avrebbe effetti controproducenti».

«Ma per noi, quando stavamo negli USA, è stato molto formativo».

«Ho capito, ma qui non siamo negli USA, mi sembra!».

Ecco, possiamo fermarci qui. A volte basta poco per capire come stanno le cose. E ci sembra superfluo ogni commento. Non serve grande acume per vedere come la furia tassonomica che si sta dispiegando, l’invenzione di categorie astratte come “maschio CIS”, “maschio MRA”, “femmina TERF” e altre parolacce senza senso, stupide nel migliore dei casi, serva soprattutto a destabilizzare, a esacerbare gli animi e a creare conflitti, tutte cose di cui molte rivoluzionarie nostrane (con “maschi alleati” al seguito) sembrano ghiotte. Uno scenario tanto deprimente da invogliarci a divertere, a guardare altro, a cercare un senso al di fuori di queste cupezze fanatiche. E, ampliando lo sguardo, dobbiamo riconoscere che l’attività tassonomica spinta, quella che vuole penetrare nell’intimo delle persone per ricondurle a un sistema, è stata in passato un’innovazione importante nell’evolversi della società. Pensiamo, ad esempio, alla classificazione minuziosa degli individui in categorie precise e funzionali che venne introdotta nel mondo del crimine dal più grande investigatore francese dell’Ottocento, il celeberrimo Eugéne François Vidocq (1775-1857), che fu a capo della prima grande polizia moderna del nostro continente. Nei suoi Mémoires egli traccia un’ampia tassonomia umana: guardando i criminali dediti al furto, fra gli altri, li vediamo distinti in tre categorie: ladri di professione, ladri occasionali e ladri per necessità, ognuna di queste divisa in ulteriori classi e sottoclassi, con nomi precisi. Ma andiamo con ordine.

Pare che la fama di Vidocq – che conserva ancora un posto importante nell’immaginario popolare francese – avesse girato il mondo, se è vero che Herman Melville lo cita nel capitolo 88 di Moby Dick, definendolo come “famoso francese”, maestro in gioventù di “occulte lezioni”:

“Ora, come l’arem di balene è detto dai cacciatori la scuola, così il signore e padrone di questa scuola è tecnicamente noto come il maestro. Non è perciò in stretto carattere, sebbene ammirevolmente satirico, che dopo avere frequentato egli stesso la scuola, se ne vada in giro inculcando di questa non ciò che vi ha imparato, ma la vanità. Il suo titolo di maestro di scuola parrebbe con ogni verosimiglianza derivato dal nome dato all’arem stesso, ma qualcuno ha pensato che l’uomo, che per primo battezzò così questo tipo di balena ottomana, abbia letto le memorie di Vidocq e imparato che razza di maestro di campagna fosse ai suoi bei tempi quel famoso francese e di che natura fossero quelle occulte lezioni ch’egli inculcava a qualcuno degli allievi”.*

Disertore, falsario, ladro e galeotto: furono questi in realtà i trascorsi di Eugéne François Vidocq, nato ad Arras, nella Hauts-de-France. Intrapresa la strada del crimine molto precocemente, venne arrestato più volte, ma sempre riuscendo a evadere di prigione; fino al momento in cui si mise a collaborare con la giustizia, avviando la straordinaria carriera che è passata alla storia. Nel 1806 propose i suoi servizi di “indicatore” alla polizia di Parigi, scalando le posizioni fino ad arrivare, nel 1812, a esser nominato capo della Sûreté, un corpo speciale i cui membri erano ex-condannati che avevano il compito d’infiltrarsi nelle file della malavita. Ovviamente non mancarono le persone, da lui arrestate, che lo accusarono di aver organizzato i colpi per poi catturare i malfattori e provare così la sua efficacia nella lotta contro il crimine. Dopo controversie, ripetute dimissioni e riassunzioni in servizio, Vidocq lasciò il suo ruolo pubblico nel 1827. Fu allora che, sia per un facile guadagno, sia per difendersi dalle accuse di corruzione che gli arrivavano da più parti, lavorò alla stesura dei suoi famosi Mémoires, i cui primi due volumi apparvero nel 1828, seguiti l’anno dopo da altri due. Arrivato a riottenere il comando della Sûreté nel 1832, rimase in carica solo otto mesi, a causa di uno scandalo che coinvolse un suo agente.

I Mémoires di Vidocq riscossero un successo clamoroso, anche all’estero: vennero tradotti in inglese non appena pubblicati (in America li lesse anche Edgar Allan Poe), ed ebbero anche il merito di ispirare personaggi letterari immortali come Jean Valjean, il forzato evaso de I Miserabili di Victor Hugo, e, soprattutto, Vautrin (alias Jacques Collin, alias abate Herrera), una delle figure più celebri della Comédie Humaine di Honoré de Balzac. Bisogna dire che la genesi dei Mémoires è complessa, perché la sua forma definitiva è dovuta all’intervento di due scrittori, identificati in Emile Morice e Louis-Francois L’Héritier, a cui sarebbero da ricondurre sia le allusioni erudite sia alcuni plagi – come un episodio già pubblicato da L’Heritier in forma di romanzo. Da qui, ancora non è facile stabilire in che misura i Mémoires siano da attribuirsi propriamente a Vidocq; per lo stesso motivo è messo in discussione anche il loro vero valore di documento. Sembra più realistico definirli una “autobiografia romanzata”, che ha alcuni punti di contatto col romanzo Caleb Williams di William Godwin, di cui ci siamo occupati in Pangea: così come Caleb si affida alla penna per sventare la persecuzione di Falkland – fondata sul pamphlet accusatorio diffuso da Gines –, anche Vidocq scrive i Mémoires per proclamare pubblicamente la “sua” verità. Inoltre, l’ambiguità del grande poliziotto ricorda inevitabilmente quella dell’eroe settecentesco Jonathan Wild, ladro e allo stesso tempo thief-taker alleato del potere, un parallelo che non dovette sfuggire al pubblico inglese dell’epoca.

Ma veniamo al metodo poliziesco di Vidocq a capo della Sûreté. Quando doveva svolgere un’inchiesta, sguinzagliava i suoi informatori e i suoi uomini infiltrati, in genere ex-criminali come lui. Lui stesso si travestiva da delinquente – un topos che sarebbe stato ripreso e sfruttato in letteratura – e andava ad aggirarsi nei locali malfamati, dove conquistava le simpatie di ladri e assassini, inducendoli a confidarsi o a rivelargli indizi precisi, che poi utilizzava. Dunque, un’attività investigativa che implicava un ampio spettro di talenti, primo fra tutti la conoscenza del mondo criminale maturata nella sua precedente “carriera”; la professione lo porta così a una frequentazione assidua dei bassifondi, per indurre i malviventi a tradire i compagni in cambio dell’immunità e di altri compensi. Vidocq fonda la sua ascesa proprio su questo tratto, riconducibile ai due ruoli dell’informatore e del detective, che tanto lo accomuna al thief-taker settecentesco: ma in questo modo finisce per esporsi alla calunnia e alla vendetta, vedendosi negare la rispettabilità.

E qui viene il dunque. Grazie ai suoi trascorsi criminali, Vidocq dispone della più importante chiave d’accesso al mondo malavitoso che, come si sa, gode di convenzioni e codici propri: la padronanza del cosiddetto argot, la lingua gergale utilizzata fin dal Seicento da mendicati, truffatori e assassini, che erano costretti a celare alle orecchie indiscrete il senso dei loro discorsi. L’argot è un registro linguistico di natura criptica, decodificato dalla polizia nei primi anni dell’Ottocento e ammesso nella letteratura “alta” proprio attraverso i Mémoires di Vidocq. Infatti, i Mémoires sono infarciti di dialoghi argotiques, e se in un primo tempo viene data la traduzione delle espressioni oscure, a poco a poco la cosa diventa superflua, perché il lettore finisce per scoprirsi iniziato al gergo della malavita. Più volte Vidocq ha svolto anche il ruolo di agente provocatore, inducendo al furto i malviventi per poi coglierli sul fatto, e qui è di enorme importanza la sua abilità nei travestimenti, in cui eccelle (si veda in seguito lo Sherlock Holmes di Conan Doyle), riuscendo addirittura a modificare di alcuni centimetri la propria statura. Il pubblico londinese poté osservare le sue performances nel 1845, allorché Vidocq organizzò in Regent Street una specie di esposizione, discutendo i suoi casi più celebri e rappresentando le sue molteplici identità.

Ed eccoci arrivati alle classificazioni. Oltre all’astuzia e alle pratiche investigative non ortodosse, Vidocq adotta tecniche sistematiche modernissime, provvedendo a schedare tutti gli arrestati, per poterli ritrovare più facilmente in caso d’evasione. Nel quarto volume dei Mémoires viene dunque tracciata un’ampia tassonomia, ad esempio dividendo – come abbiamo detto – i criminali dediti al furto in tre categorie: ladri di professione, ladri occasionali e ladri per necessità, con sotto-divisioni in classi e sottoclassi. Prendiamo come campione i cambrioleurs, o ladri d’appartamento, solitamente di età compresa fra i 18 e i 30 anni: secondo la classificazione vestono decorosamente ma conservano qualcosa d’ordinario; spesso hanno le mani sporche, e tengono in bocca una cicca di tabacco che deforma loro il volto; di rado portano il bastone, e ancor più di rado indossano guanti. Si dividono in cambrioleurs à la flan, che s’introducono nelle abitazioni senza aver preparato il colpo; caroubleurs, che tramite i domestici, i cardatori di materassi, gli imbianchini e i tappezzieri assumono informazioni sull’appartamento da svaligiare – e talvolta vi penetrano servendosi di chiavi false, fabbricate grazie ai calchi forniti dai complici; e infine i nourisseurs, così detti perché i loro furti hanno una lunga gestazione, nell’attesa che giunga il momento opportuno.

A dispetto di tutte le accuse di cialtroneria che gli furono indirizzate, Vidocq difese sempre questa sua classificazione come indispensabile e fondata sull’esperienza, dichiarandosi capace di riconoscere tra i passanti i ladri di professione e persino d’indicare lo specifico gruppo a cui appartenevano. Questa sì che è tassonomia, non le pagliacciate a cui stiamo assistendo.

Paolo Ferrucci

*traduzione di Cesare Pavese, Adelphi, Milano 1987

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