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DALLA CRISI ENERGETICA ALL’ETERNO FASCISMO: RITORNANO GLI ANNI ’70?

Nella attuale realtà è difficile non riconoscere un che di déjà vu per chi ha vissuto quegli anni, che Mario Capanna definì formidabili, e per molti di noi furono sì tali, ma nell’accezione etimologica di “terribili”

FONTE: https://www.barbadillo.it/101795-giornale-di-bordo-dalla-crisi-energetica-alleterno-fascismo-ritornano-gli-anni-70/

Un ironico destino vuole che, proprio mentre mi avvicino, con lentezza indicibile ma implacabile, ai miei settant’anni, il barometro politico e culturale dell’Italia e, per certi aspetti, dell’intero Occidente stia tornando indietro agli anni Settanta. Sì, è vero, non sono tornati di moda i pantaloni a zampa d’elefante, né i miniassegni circolari con cui l’antica arte d’arrangiarsi degli italiani trovò il modo di far fronte all’incapacità del poligrafico di stampare spiccioli a sufficienza. I commercianti non devono far fronte agli espropri proletari del sabato sera e gli indiani metropolitani non minacciano i comizi dei sindacalisti né mettono a repentaglio le pacifiche indigestioni dei notabili comunisti petroniani. I sequestri di persona non sono più una piaga e l’inflazione non è ancora a due cifre. Gino Strada ha da tempo sostituito la chiave inglese con il bisturi, ed è in via di beatificazione laica (e forse non solo). Eppure è difficile non riconoscere un che di déjà vu per chi ha vissuto quegli anni, che Mario Capanna definì formidabili, e per molti di noi furono sì tali, ma nell’accezione etimologica di “terribili”.

La crisi energetica

Incominciamo, intanto, con l’aspetto economico. Torna a riproporsi una crisi energetica di cui è difficile immaginare durata e ripercussioni. Non presenta certo le dimensioni degli anni successivi al 1973, quando il ricatto petrolifero mise in ginocchio soprattutto l’Italia che, dopo essere stata all’avanguardia nell’utilizzazione del nucleare a fini civili, aveva puntato tutto sul petrolio. La differenza rispetto ad allora è che all’origine della crisi, oltre a fattori congiunturali, come la fisiologica “ripresina” seguita al lockdown, non c’è la guerra del Kippur, ma l’autolesionismo dell’Occidente. In base al discutibile teorema del contributo determinante delle emissioni di Co2 all’aumento della temperatura globale, le economie europee si sono condannate a ricorrere a energie alternative costose, devastanti per l’ambiente e oltre tutto insufficienti. L’unica vera alternativa sarebbe il ricorso all’atomo, ma il tabù antinucleare, almeno in Italia, è più forte che mai, per cui siamo condannati a deturpare il nostro paesaggio, una delle poche risorse di una nazione priva di materie prime, in omaggio al dogma pseudo-ecologista. E questo mentre Cina e India continuano a ricorrere liberamente ai combustibili fossili.

Il ritorno del “marxismo Coca Cola”

Un altro aspetto riguarda il clima culturale. Gli anni Settanta videro, in America e di riflesso in Europa e soprattutto in Italia, quella che era stata la controcultura del decennio precedente assurgere a cultura dominante. Il trauma vietnamita e lo psicodramma del Watergate fecero dilagare nelle università statunitensi e, gradualmente, nei mezzi di comunicazione sociale, un “marxismo Coca Cola” – come lo definirono Giorgio Locchi e Alain de Benoist nel saggio Il y avait une fois l’Amérique – destinato a rimanere egemone fino al riflusso degli anni Ottanta. Fu un neomarxismo fatto di freudismo e pedagogia permissiva, di “azioni positive” a favore delle minoranze e di prime imposizioni della neolingua del  “politicamente corretto”. Il fenomeno si diffuse in Europa: meno nella Francia, che aveva conosciuto già il “vaccino” del Sessantotto, rovinosamente in Italia, sia sul terreno del costume, sia sul piano giuridico, con una serie di leggi devastanti, dalla legge Basaglia all’equo canone, dai decreti delegati alla riforma della pubblica amministrazione, che ipotecarono e in parte ancora ipotecano lo sviluppo della penisola. Le grandi piaghe della società italiana – il crollo della natalità, la crisi della famiglia e della scuola, la carenza di manodopera, legata agli eccessi dell’assistenzialismo e all’equivoco dell’assistenzialismo di massa, l’eclissi del principio di autorità – traggono origine negli anni Settanta, anche se vi hanno concorso anche scelte successive, operate però da ex giovani maturati nel clima di quegli anni.

Oggi, di qua e di là dall’oceano, il dilagare della cosiddetta cancel culture, un neofemminismo che non si limita più a chiedere com’è giusto pari opportunità per la donna, ma ne richiede l’innalzamento a ruoli direttivi a prescindere dalle competenze, l’imposizione della teoria del gender, la mitologia “indigenista”, costituiscono gli aspetti più vistosi di un ritorno ai Settanta, la cui onda lunga rischia di travolgere i movimenti sovranisti, anche sul terreno elettorale.

Il fattore F

A complicare la situazione contribuisce un fattore assente nel mondo anglosassone, ma da tempo attivo nei Paesi latini: quello che, parafrasando una celebre formula del giornalista Alberto Ronchey, si potrebbe definire il fattore F. Gli anni Settanta furono, almeno dal 1972, quando il successo elettorale della Destra nazionale suscitò l’allarme della sinistra, gli anni dell’antifascismo militante e sicofante. Ne furono vittime molti giovani che, per reazione alla minaccia comunista, tutt’altro che immaginaria, si accollarono (ci allollammo), a mio giudizio sbagliando, l’eredità passiva del fascismo, e pagarono (pagammo) questa scelta qualcuno con la vita, molti con l’emarginazione. In realtà, terreno politico e terreno culturale non coincisero, a differenza di oggi. Anche se l’esclusione della destra dall’area di governo durò fino al 1993 (e fu in certi casi un’autoesclusione, perché la classe dirigente del Msi, spaventata dalle aperture craxiane, preferì incassare la rendita elettorale della “nostalgia canaglia”), in realtà sotto il profilo culturale l’antifascismo era già entrato in crisi intorno alla metà degli anni Settanta, con l’opera di Renzo De Felice, gli studi sulla cultura fascista di Emilio Gentile e di Luisa Mangoni, la tesi di laurea su Giuseppe Bottai del giovane Giordano Bruno Guerri. A questo aggiungerei il fatto che la classe dirigente di quegli anni era cresciuta durante il fascismo, si era in molti casi formata nei Littoriali della cultura, aveva spesso ricoperto incarichi pubblici negli anni Trenta, era comunque consapevole che il passato regime aveva avuto insieme a molte ombre anche le sue luci. Questo consentì la maturazione di una “storicizzazione del fascismo” che avrebbe raggiunto il culmine nei primi anni Novanta e sarebbe entrata in crisi da un lato con l’ingresso nell’area di governo di Alleanza Nazionale, dall’altro con l’esigenza da parte della sinistra postcomunista di stornare l’attenzione dal fallimento del socialismo reale riesumando i crimini del “nazifascismo”. Vi fu, è vero, intorno al 1996, una breve fase in cui l’esigenza di Pds e An di legittimarsi a vicenda fece mettere loro la sordina sia all’antifascismo sia all’anticomunismo: la fase che vide la famosa apertura di Violante ai “ragazzi di Salò”. Ma questo patto di non aggressione è durato poco, fino al ritorno di Alleanza Nazionale al governo nel 2001; da allora la denuncia della minaccia fascista è tornata a costituire per la sinistra uno dei migliori argomenti sia per compattare l’elettorato, sia per influire sulle giovani generazioni. È onesto aggiungere che si tratta di una campagna condotta con strumenti culturali sofisticati, anche se nella maggior parte dei casi sofistici, e con l’ausilio di un potere, accademico e non, di tutto rispetto, di fronte a cui spicca l’incapacità della destra di promuovere ricerche storiografiche serie, utilizzando le risorse della Fondazione Alleanza Nazionale o i fondi messi a disposizione dalla legge sul Giorno del Ricordo per finanziare giovani ricercatori.

Una nuova strategia della tensione?

A questa situazione si aggiunge un altro fattore, per certi aspetti più inquietante: un riproporsi sotto mutate forme della strategia della tensione. Chi ha vissuto gli anni Settanta ricorderà il fenomeno delle “trame nere”, amplificate o in certi casi inventate da un “complesso poliziesco-giudiziario-giornalistico” per demonizzare la destra. Fu uno sporco gioco fatto di infiltrati, permessi di manifestazioni concessi e poi revocati all’ultimo, notizie coperte dal segreto istruttorio divulgate, e amplificate, dalla stampa, utilizzo spregiudicato di veri o presunti “pentiti”. È difficile non provare una sensazione di tristo amarcord dinanzi all’assalto alla sede della Cgil in piena campagna elettorale da parte di militanti di Forza Nuova, assurdamente tollerato dalle forze dell’ordine, e agli annunci di pericolosi complotti contro il governo sventati da provvidi interventi della Magistratura o della Polizia.

Rispetto agli anni Settanta la situazione è cambiata, ma non in meglio, perché se in passato per inventare una trama nera occorreva sovvenzionare un infiltrato, o magari servirsi di un pregiudicato facilmente ricattabile, oggi basta scovare sul web gli sfoghi di qualche “reo buon uomo” che dopo qualche grondino di troppo nel silenzio della sua stanza se la prende con Draghi o con gli immigrati. A intorbidare le acque influisce oggi anche il dibattito sul passaporto verde. In realtà, di persone ostili al surrettizio obbligo vaccinale introdotto dal governo ce ne sono sia a sinistra sia a destra; né Cacciari, né Agamben, né Fusaro mi paiono flatulenti neofascisti, e fra i più rabbiosi nemici dei no-pass ci sono presidenti di Regioni di centrodestra preoccupati più della popolarità immediata che del rispetto delle libertà individuali. Ma nella demonizzazione di chi osa scendere in piazza contro il passaporto verde mi sembra di scorgere qualcosa di molto simile agli slogan di chi voleva mandare i neofascisti nelle fogne (e infatti un destino molto simile è stato invocato da qualcuno per chi si ostina a non farsi vaccinare). Resta poi il fatto che l’emergenza sanitaria e gli sviluppi dell’informatica offrono strumenti di controllo sociale impensabili mezzo secolo fa.

Il recupero della teologia della liberazione

Un’altra analogia da non sottovalutare: il ruolo della Chiesa cattolica. Gli anni Settanta furono il decennio in cui la cosiddetta teologia della liberazione, maturata nel decennio precedente in America Latina, dilagò nei seminari e negli atenei pontifici. L’impatto fu devastante e solo il severo impegno di Giovanni Paolo II pose un argine alla sua espansione. Il pontificato “peronista” di papa Francesco ha rappresentato un’inversione di tendenza, con la riabilitazione di alcuni suoi esponenti e il recupero, sia pure in forme diverse, di molti suoi argomenti. Umile peccatore quale sono, mi guardo bene dal’esprimere un giudizio sull’attuale pontefice, anche perché sono consapevole che le categorie destra/sinistra si applicano con difficoltà a una realtà ecclesiale. L’impatto della Chiesa sul costume e sugli orientamenti elettorali degli italiani è del resto da tempo modesto: basti pensare alla sconfitta del sì al referendum sull’aborto nel 1981, quando era al culmine la popolarità di papa Wojtyla, appena reduce dall’attentato di un lupo grigio con mandanti rossi. Ma resta il fatto che un ciclo cominciato alla fine degli anni Settanta si è interrotto nel 2013.

E se la Via della Seta fosse la Nuova Ostpolitik?

C’è poi un’altra constatazione. Gli anni Settanta furono il decennio della grande viltà di quanti, nell’Europa occidentale, erano convinti che il comunismo avrebbe comunque vinto ed erano pronti a scendere a patti con esso. All’apparenza avevano le loro ragioni, dopo la disfatta statunitense in Vietnam, l’espansionismo sovietico in Afganistan e nel Corno d’Africa, i successi del Pci alle elezioni amministrative del 1975, la rivoluzione iraniana che, se pur ispirata a principi ben lontani dal marxismo, aveva destabilizzato una nazione tradizionalmente legata all’Occidente e provocato un altro choc petrolifero. Risultati di questo clima furono il progetto di compromesso storico e la stessa l’Ostpolitik vaticana, che presentò aspetti odiosi, come il sacrificio del povero cardinal Mindszenty , privato del suo rango di primate della Chiesa ungherese dopo essere stato a lungo prima prigioniero nelle galere comuniste, in seguito condannato, dopo la repressione della rivoluzione del 1956, a vivere nella prigione dorata dell’ambasciata statunitense a Budapest. Poi, come sappiamo, l’elezione di papa Wojtyla e di Ronald Reagan sparigliò le carte, ma ancora nei primi anni Ottanta chilometrici cortei sfilarono per le strade italiane al grido di “Meglio rossi che morti”. Erano in molti a sperare, non solo fra i comunisti, in un’Europa “finlandizzata”.

Oggi il contesto internazionale è radicalmente cambiato, ma lo stesso spirito di acquiescenza nei confronti di processi storici ritenuti irreversibili torna ad allignare nell’opinione pubblica. Sono in molti a considerare i flussi migratori un processo inarrestabile e di fatto ingovernabile; sono in troppi rassegnati alla prospettiva di una Eurabia avviata a un irreversibile declino sotto l’egemonia cinese. La “teologia del gommone” e la “via della seta” sono l’Ostpolitik dei giorni nostri.

Le analogie con gli anni Settanta finiscono qui. Purtroppo, non sono poche. Resta da sperare che presto o tardi se ne manifesti un’altra: l’emergere di nuovi leader in grado di realizzare un’inversione di tendenza. Considerata la statura delle odierne élites, non solo a livello italiano, nutro più di un dubbio in proposito. Ma debbo ammettere che ero tutt’altro che ottimista anche nel lontano 1977, quando facevo il militare in un reparto operativo con i missili controcarro non ancora in funzione e buona parte degli organici in Friuli a montare prefabbricati, e sapevo benissimo che all’Armata Rossa sarebbe bastata una semplice spallata per dilagare nella Pianura Padana, e oltre.

Eppure i fatti, almeno quella volta, non mi hanno dato ragione.

Enrico Nistri

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