EUROPANAZIONE

ATTUALITA'

DALLA PANDEMIA ALLO STATO BIOPOLITICO

FONTE: https://epistemeinfo.com/2021/09/15/dalla-pandemia-allo-stato-biopolitico/

Gli elementi di uno stato totalitario

A partire dal 2020, si sta progressivamente delineando uno scenario globale inedito. La pandemia ha infatti reso possibile ciò che, fino a pochi anni fa, si riteneva impensabile: la libertà condizionata al possesso di un “pass”, pena l’esclusione dalla società civile.

Gli elementi che hanno contribuito ad alimentare queste misure liberticide sono vari e complessi, ma esaminerò quelli che, a mio avviso, sono stati i più incisivi sul piano antropologico e su quello etico-politico.

1) La strumentalizzazione della paura.

il ruolo della paura in politica è noto e documentato. Se da un lato, la paura può avere un ruolo conoscitivo quando è ponderata e sottoposta al vaglio della ragione, il panico generalizzato non può che creare i presupposti per l’arrendevolezza e la sottomissione collettiva a chi garantisce la salvezza, a prescindere dalla forma in cui questa viene presentata.

Si tratta di una strategia manipolativa che fa leva su quella tipologia di paura che non viene filtrata dai processi cognitivi, alla quale spesso si accompagna anche un profondo senso di colpa. La colpevolizzazione è infatti un’altra arma che viene spesso utilizzata per esercitare il controllo capillare su una popolazione.

2) La ridiscussione arbitraria del criterio di normalità, nonché la patologizzazione della società stessa.

Nei paesi occidentali, vi è una tendenza sempre più diffusa e ossessiva di “creare” nuove malattie, attraverso la patologizzazione di ciò che di per sé non sarebbe da considerarsi patologico. Questo continuo slittamento della soglia della normalità fa sì che la condizione di salute diventi man mano una sorta di chimera, uno stato biologico utopico e irraggiungibile a cui tuttavia si deve sempre e comunque tendere, senza indugi o dubbi.

Ma riflettiamo. Prima ancora di definire patologica una condizione, andrebbe meglio specificato cosa si debba intendere per patologia. Con tale termine a cosa ci riferiamo esattamente? Quando diciamo che una persona è malata cosa vogliamo dire esattamente? Ci riferiamo ad uno stato organico che devia dalla norma biologica o ad una condizione soggettiva di sofferenza che compromette il funzionamento della persona?

Già Canguilhem, filosofo maestro di Foucault, aveva sollevato dubbi in merito alla possibilità di definire in maniera precisa la linea di separazione tra il normale e il patologico, sottolineando come il concetto di patologia non potesse essere riducibile alla mera deviazione da una norma biologica o media statistica.

Secondo il filosofo francese, infatti, la patologia subentra nel momento in cui il soggetto mostra uno stato disfunzionale che lo rende incapace di adattarsi all’ambiente in cui vive, e qualsiasi tentativo di definire la malattia come modificazione quantitativa dello stato considerato “normale” non può avere validità epistemologica.

Tuttavia, oggi la nostra società opera secondo quella che Foucault (che aveva appreso la lezione del suo maestro) chiamava normalizzazione, quel processo tramite cui lo Stato si impadronisce di una supposta norma biologica e dei suoi correlati epistemici, con l’ovvia conseguenza di legittimare il controllo e la disposizione dei corpi dei cittadini. Il potere entra nel corpo dell’individuo, ne supera la barriera naturale costituita dall’epidermide, ciò che di fatto è il confine tra noi e ciò che è altro da noi.

3) La fusione di pubblico e privato.

Quando il potere statale non si limita a regolare la sfera pubblica dei cittadini, ma pretende di invadere la sfera privata, si parla di Stato totalitario o totale. Il termine “totalitario” evoca proprio l’idea dell’onnipresenza del regime che si insinua in tutte le pieghe dell’esistenza, contribuendo in questo modo ad eliminare non solo il dissenso, ma anche l’idea stessa che ci possano essere alternative alla realtà così come viene imposta.

4) Il paternalismo.

L’approccio paternalistico che contraddistingue lo Stato totalitario, inoltre, stimola subdolamente nei sudditi la convinzione che ogni decisione presa al vertice della piramide sia presa solo ed esclusivamente per il bene del popolo, in modo tale che ogni danno inflitto all’individuo venga giustificato in virtù dell’interesse collettivo. Da qui, l’idea che la sicurezza (del gruppo) debba essere prioritaria rispetto alla libertà individuale.

Si può sacrificare la libertà in nome della sicurezza?

Nel corso dell’evoluzione, gli esseri umani hanno adottato la cooperazione come strategia adattiva funzionale alla sopravvivenza della specie. In un ambiente ostile, in cui le risorse per sopravvivere erano limitate e la vulnerabilità ai predatori elevata, l’appartenenza ad un gruppo permetteva di fronteggiare le avversità con più facilità. Forse è proprio per questa ragione ancestrale che la strategia del terrore è sempre stata utilizzata al fine di incanalare i comportamenti umani verso una direzione precisa, “utile” alla collettività.

D’altro canto, però, la cooperazione non avrebbe potuto funzionare a lungo se non si fosse basata sul riconoscimento dell’altro come fine in sé da tutelare, e non come strumento da utilizzare a proprio piacimento per raggiungere un determinato obiettivo. Il ruolo dell’empatia nella cooperazione umana e nella nascita della società civile era stato intuito persino da Locke, quando affermava di poter scorgere nell’uomo pre-sociale la tendenza innata alla socievolezza e alla reciprocità.

All’opposto di Hobbes, che credeva che l’uomo fosse lupo per ogni altro uomo, Locke riponeva fiducia nell’umanità e, nel farlo, attribuiva alla tutela della libertà individuale un valore assoluto, poiché non solo questa non era considerata un ostacolo alla salvaguardia dell’interesse collettivo ma ne costituiva invece il presupposto e il ruolo fondante.

Le ricerche neuroscientifiche, con la recente scoperta dei neuroni specchio, sembrano confermare l’intuizione di Locke, piuttosto che quella di Hobbes. Il riconoscimento della propria e altrui libertà basato sulla connessione empatica sembra connaturato nell’essere umano e, in quanto tale, risulta difficilmente scardinabile da qualsivoglia logica securitaria.

Flavia Corso

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