EUROPANAZIONE

SPIRITO ANTIMODERNO

LIBERTÀ D’INFORMAZIONE? MEZZE VERITÀ E GRANDI BUGIE

FONTE: https://internettuale.net/4901/liberta-dinformazione-mezze-verita-e-grandi-bugie

A proposito della libertà di stampa, dovrebbe ancora oggi valere una sentenza della Corte Suprema di Cassazione emessa il 17 aprile del 1984. Circa quarant’anni fa, dunque, i giudici spiegarono quali fossero i limiti del giornalista: «II diritto di stampa (cioè la libertà di diffondere attraverso la stampa notizie e commenti) sancito in linea di principio nell’art. 21 della Costituzione e regolato fondamentalmente nella legge 8 febbraio 1948, n. 47, è legittimo quando concorrano le seguenti tre condizioni:

1) utilità sociale dell’informazione;

2) verità (oggettiva o anche soltanto putativa purché in quest’ultimo caso, frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca) dei fatti esposti;

3) forma ‘civile’ della esposizione dei fatti e della loro valutazione: cioè non eccedente rispetto allo scopo informativo da conseguire, improntata a serena obiettività almeno nel senso di escludere il preconcetto intento denigratorio e, comunque, in ogni caso rispettosa di quel minimo di dignità cui ha sempre diritto anche la più riprovevole delle persone, sì da non essere mai consentita l’offesa triviale o irridente i più umani sentimenti».

L’informazione-spettacolo, che è diventato il modo di fare informazione anche per la carta stampata, segue canoni completamente opposti a quelli indicati nel 1984 e confermati da sentenze successive (oltre che da convegni, congressi, assemblee etc.).

La verità dei fatti? A parte rari casi di verità oggettiva, quella che ci propinano gli operatori dell’informazione è soltanto putativa, ma non nel senso indicato dalla Cassazione, e cioè frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca, ma “filtrata”, per cui vengono bellamente ignorati i fatti collegati a quello raccontato e che potrebbero cambiarne il significato. Così capita che il testo di una intercettazione telefonica venga “ripulito” in modo da confermare le indicazioni “suggerite” dall’editore. Insomma, ciò che normalmente arriva fino a noi è una verità incompleta, che, per definizione, vale quanto una notizia falsa.

Forma civile nell’esposizione? Nemmeno lontanamente. I commenti triviali sono prassi costante, sui social, in televisione (dove sono privilegiati gli scontri perché fanno audience) e sugli organi di stampa. L’offesa, la contumelia, lo sberleffo significano pane (e companatico) quotidiano per l’operatore dell’informazione. I più abili, quelli che nessun tribunale riuscirebbe a condannare per diffamazione, si servono di sottintesi, usano le allusioni, abbondano in virgolettati, fanno paragoni ambigui, tirano in ballo “sacri princìpi” in modo che l’utente capisca che l’obiettivo preso di mira quei “sacri princìpi” li ha violati. È anche diffusa abitudine coinvolgere parenti e amici della persona messa al muro per l’esecuzione senz’appello. In sintesi: stravince l’arte dell’insinuazione. Si fa finta di non poter dire stimolando nell’utente condanne “spontanee”.

Al vecchio cronista questo fa male. Non che ai suoi tempi non ci fossero colleghi embedded, cioè legati al padrone di turno. I cancelli c’erano, ma erano visibili. Un non-comunista non scriveva, e nemmeno volendo, avrebbe potuto scrivere su l’Unità; su La Stampa non potevi attaccare la Fiat… l’elenco è lungo: in sostanza, ogni foglio aveva confini stabiliti dall’editore e quei confini, tranne eccezioni, erano a tutti noti.

Oggi, non ce n’è uno che non strilli ai quattro venti che è libero, autonomo, indipendente, senza museruola e via mentendo. Tutti, a dimostrazione dell’appecoronamento generale, obbediscono alle parole d’ordine del momento. Un esempio: si parla e si straparla di femminicidio. Se nel corso di una rapina muoiono un vigilante e una donna, i titoloni saranno “Ennesimo femminicidio”, anche se quella poveretta è morta perché si trovava al posto sbagliato al momento sbagliato e non perché fosse una donna.

Vivendo in tempi di democratura, è ovvio che ci sia disinformatia. E chest’è!

Giuseppe Spezzaferro

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