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LAVORATORI AUTONOMI IN CRISI: IN 18 MESI PERSE 302 MILA PARTITE IVA

FONTE: https://www.ilprimatonazionale.it/economia/lavoratori-autonomi-crisi-perse-302-mila-partite-iva-210247/?amp&__twitter_impression=true

La pandemia ha colpito duramente i lavoratori autonomi. Lo conferma l’ultimo rapporto della Cgia di Mestre. Secondo l’Ufficio studi degli artigiani mestrini, “dal febbraio 2020 all’agosto 2021 il numero dei lavoratori non dipendenti è sceso di 302 mila unità (-5,8%) e quello dei subordinati è calato di 89 mila (-0,5%). Se, in termini assoluti, i primi sono arrivati a 4.936.000, i secondi hanno toccato quota 17.847.000”. Nonostante queste cifre sembrano parlar chiaro, la crisi degli autonomi non è dovuta solo al noto virus.

Troppe saracinesche abbassate

Nello studio della Cgia si sottolinea come “le chiusure imposte per decreto, le limitazioni alla mobilità, il crollo dei consumi delle famiglie e il boom dell’e-commerce” hanno peggiorato la situazione di tanti autonomi che sono stati costretti a chiudere definitivamente la propria attività. Se andiamo a vedere i settori, quelli che soffrono di più sono i servizi, in particolare alloggi, ristorazione e trasporti, per effetto delle prolungate misure restrittive.

Si tratta, in molti casi, di piccole realtà che vanno avanti grazie al turismo e “alla domanda interna legata al territorio in cui si trovano”. La contrazione degli acquisti delle famiglie è stata fatale. Così molte botteghe artigiane e piccoli negozi commerciali hanno definitivamente abbassato la saracinesca. Questa crisi, però, non è iniziata con il primo lockdown. A partire dal 2004 (quando il numero degli “indipendenti” raggiunse il picco delle 6.303.000 unità) c’è stata una continua “emorragia” di partite Iva che ha fatto scendere nel dicembre 2020 questa tipologia di lavoratori sotto la soglia dei 5 milioni.

Quali sono allora le principali cause di questo declino? Non è facile rispondere a questa domanda ma sicuramente possiamo dire che il fisco, la burocrazia e le banche hanno reso la vita difficile ai lavoratori autonomi. Andiamo con ordine.

I principali “nemici” dei lavoratori autonomi

Parlando di tasse, basta un solo dato per comprendere la gravità della situazione: nel 2020 la pressione fiscale è salita attestandosi al 43,1 per cento.  Inoltre, va anche detto che le nostre pmi hanno un carico fiscale complessivo che si attesta al 59,1% dei profitti. Mentre le multinazionali del web presenti in Italia, (o meglio le controllate di questi giganti economici ubicate nella nostra nazione) registrano un tax rate del 33,1%. Quindi la pressione fiscale non solo è spropositata ma è anche iniqua.

E veniamo alle banche e in particolare alla stretta creditizia. Qui ci sarebbe tanto da dire, ma limitiamoci a parlare delle 176.400 aziende che si trovano in sofferenza. Si tratta di società non finanziarie e imprese a conduzione familiare che sono state segnalate come insolventi dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia. Un “marchio”, che non consente a queste aziende di accedere ad alcun prestito erogato dal canale finanziario legale. In pratica queste persone rischiano di finire in mano agli usurai.

Ed, infine, parliamo della burocrazia. Ammonta a 57,2 miliardi di euro il costo che ogni anno grava sulle imprese italiane a causa del cattivo funzionamento della nostra pubblica amministrazione. Se poi a questo aggiungiamo i debiti della Pa nei confronti di migliaia di imprenditori, la situazione diventa insostenibile non solo per le pmi ma anche per i professionisti.

La crisi non risparmia i professionisti

Circa un mese fa Il Sole 24 Ore si soffermava su questo punto riportando le dichiarazioni di Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni e coordinatore della Consulta del lavoro autonomo del Cnel. Secondo Stella: “Tutti i lavoratori professionali autonomi scontano difficoltà e questo lo abbiamo riscontrato attraverso la lettura dei dati reddituali. Il mondo del lavoro autonomo sta diminuendo e diminuirà ancora”. Parliamo di avvocati, notai, medici. Tutte categorie che non immaginavamo potessero essere colpite dalla crisi, eppure è così. Spiega ancora Stella: “Siamo in una fase di assestamento per non dire calo, con i giovani che escono dall’università che in meno del 30% dei casi vorrebbero fare attività professionale. Preferiscono il lavoro dipendente. In parte per la complessità degli adempimenti burocratici per avviare le attività, in parte perché le professioni non sono più quelle di una volta, si assiste a un calo importante dei praticanti”.

La burocrazia spaventa anche chi è tutelato da un ordine professionale. Questa è un’assoluta novità. Pesa anche la mancanza di tutele sociali. Il professionista che vuole mettersi in proprio teme le tasse e la burocrazia e sa che non può contare su uno Stato sociale efficiente. Tanto vale allora cercare di farsi assumere da qualcuno. La situazione è grave e tanti auspicano un intervento del governo.

Le risposte (insufficienti) del governo

La Cgia, nel suddetto studio, chiede “sia al premier Draghi che ai governatori di aprire un tavolo di crisi permanente a livello nazionale e locale”. Nessuno si aspetta miracoli ma l’esecutivo non può rimanere inerte. Da Palazzo Chigi è arrivato qualche provvedimento necessario ma non sufficiente. Pensiamo all’assegno universale per i figli a carico anche agli autonomi e all’introduzione del reddito di emergenza per chi è ancora in attività. Ma sono gocce che si perdono nel mare. Se pensiamo al flop dei ristori e dei sostegni ci rendiamo conto che bisogna invertire la rotta.

Non bastano i bonus è necessario tagliare tasse ed adempimenti burocratici. Alla politica spetta l’arduo compito di impedire la “proletarizzazione del ceto medio”. Bisogna incentivare la libera iniziativa e non soffocarla in un mare di carte bollate.

Salvatore Recupero

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