EUROPANAZIONE

POLITICA

CONTRO IL GRAN RESET RESTANO SOLO LE RADICI PROFONDE DELLE PICCOLE PATRIE

FONTE: https://electomagazine.it/contro-il-gran-reset-restano-solo-le-radici-profonde-delle-piccole-patrie/

Grande reset, re-inizio. Il Grece Italia si dilunga, con la consueta intelligenza ignora ai più, su quello che non è uno slogan ma un disastro già in atto. Analisi, approfondimento, spaziando dall’economia all’ambiente, dalla politica all’in-cultura. E di fronte alla trasformazione di una società globale non più liquida ma gassosa, è inevitabile porsi la consueta domanda: che fare?

La risposta, in teoria, non è neppure difficile. Se l’obiettivo degli oligarchi/tecnocrati è lo sradicamento, la risposta non può che essere la riscoperta e la rivalutazione delle radici. Ma quelle vere, quelle profonde che non gelano.

Peccato che a tagliare le radici profonde siano stati, in nome del centralismo statale, quelli che avrebbero dovuto tutelarle. Le radici d’Europa non sono a Bruxelles, le radici italiane non hanno nulla a che fare con quel ricettacolo di immondizia materiale e spirituale che è Roma. Ed è patetico rifarsi ad  una storia lontanissima e priva di qualsiasi contatto con la realtà attuale.

Non è nei ministeri del capoluogo laziale, non è nei ristoranti per turisti, non è nei finti legionari in cerca di mance per una foto, non è nella visita di pochi minuti tra le rovine che si possono trovare le radici. In una città dove la mescolanza è la prassi, dove la mentalità è quella dei burocrati, dove il re-inizio è già realtà, non si trovano alternative per uscire dal sentieri indicati dagli oligarchi.

Vale, ovviamente, anche per Milano, sostituendo la tecnocrazia e la finanza alla burocrazia romana. Ma il risultato non cambia.

Dunque è dalle piccole patrie che si può sperare di partire per creare un’alternativa. Mica facile. Perché l’idiozia di chi le ha sempre considerate come qualcosa di sbagliato  in quanto avverso al centralismo statale, ha favorito l’infiltrazione del pensiero unico obbligatorio. Il politicamente corretto ha fatto danni anche dove, nel profondo, le radici sono rimaste vive ma inutilizzate.

Così non ci si è accorti che la tecnocrazia, l’atlantismo, la società gassosa possono essere combattute da  una rete di piccole patrie consapevoli, una tavolozza colorata per costruire un’Europa che abbia un’anima. La grandezza dell’Italia, nel mondo, è legata ad un Rinascimento senza Stato centrale. L’Europa delle cattedrali e della grande cultura aveva sì un imperatore, ma con la massima autonomia dei territori.

Certo, è più facile essere atlantisti, attendere gli ordini da Washington, adeguarsi alle indicazioni dei tecnocrati, abituarsi al pensiero unico obbligatorio. Però, per decenza, si eviti di indignarsi per il gran reset.

Augusto Grandi

  1. Anton

    Prendo spunto da qui:

    « […] In una città dove la mescolanza è la prassi, dove la mentalità è quella dei burocrati, dove il re-inizio è già realtà, non si trovano alternative per uscire dal sentieri indicati dagli oligarchi […] Dunque è dalle piccole patrie che si può sperare di partire per creare un’alternativa […] »

    E’ notizia di oggi che un nuovo maxi-sbarco di ca. 700 stranieri sia avvenuto in Sicilia oltre ai 122 approdati l’altro giorno, sempre via-mare. Nel frattempo, riprendono i piccoli ma costanti sbarchi di algerini in Sardegna mentre l’arrivo quotidiano di stranieri nella zona compresa tra Pordenone e Trieste non si è, praticamente, mai fermato.

    Ora, considerato che:
    1) stando a quanto già affermato pubblicamente da Emma Bonino, fu proprio il Governo italiano, anni fa, a firmare affinché gli sbarchi avvenissero tutti da noi (e una volta firmato, un trattato è difficile da ridiscutere, specie per uno Stato come il nostro senza un vero peso politico internazionale);
    2) l’attuale classe dirigente italiana sia completamente ideologizzata e per di più, di livello meno che mediocre (oltre che completamente asservita ai padroni del triangolo Washington-Londra-Tel Aviv);
    3) non esista nessuna volontà politica né capacità reale di rimpatriare l’enorme numero di stranieri irregolari non-aventi diritto allo status di rifugiato politico (al massimo se ne propone la redistribuzione in territorio europeo);
    4) sia abbastanza probabile il fatto che, entro il 2023, questo Governo riuscirà, senza troppa fatica, ad approvare – oltre alla legge denominata “Zan-Scalfarotto” – lo “jus soli”;
    5) la componente etnico/razziale in Europa sia già da tempo stravolta e sempre più simile a quella americana;

    l’argomento relativo alle piccole patrie proposto dal dottor Grandi, appare interessante e secondo me, da approfondire, perché riguarda direttamente oltre che drammaticamente, il futuro dell’Europa. Ma io, più che di piccole patrie, mi permetto di parlare di vere e proprie “enclave”. Perché è questo ciò che potrebbe accadere nei prossimi trent’anni o su di lì, anche nell’eventuale caso di una Europa unita: la formazione di vere e proprie enclave, non solo all’interno delle grandi città – che quasi sicuramente diverranno caotico territorio multietnico con grandi problemi di ordine pubblico – ma soprattutto nelle aree rurali, nei pressi delle quali, molta gente si trasferirà alla ricerca di un posto più vivibile. E in minima parte, già accade così.

    Le piccole patrie o piccole enclave, è probabile che possano essere anch’esse di tipo multietnico ma molto più compatte, combattive e resistenti nei confronti del caos imposto dai tifosi della società liquida (o gassosa); ad esempio, in Inghilterra, gli unici che portano avanti una vera e propria opposizione popolare all’introduzione dell’ideologia di genere omosessualista nelle scuole, sono proprio le comunità musulmana e ebraica ortodossa e a parte un manipolo di coraggiosi “british” bipartisan, la maggioranza degli altri, anche se… “bianca”, è completamente progressista e favorevole al cd. “gender”, che viene visto come segno di “evoluzione” e/o “civiltà”, etc.

    Non faccio un discorso di tipo eurasiatico ma dal punto di vista della Tradizione: immagino che l’Europa – anche se unita – in futuro potrebbe, forse, diventare una specie di Caucaso così come era tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, cioè, prima della catastrofe bolscevica: azeri, kazaki, karakirghisi, armeni, georgiani, uzbeki, aissori, turkmeni, russi, anche se non proprio mescolati, comunque, stretti vicini di casa: nonostante le differenze, il livello di spiritualità, i princìpi morali e la complessiva Visione del Mondo erano tutti molto somiglianti. E a pensarci bene, la situazione durante il Medio Evo europeo, non doveva essere poi molto dissimile…

    Per questo motivo, mi sembra che – visto che i numeri di arrivi soprattutto da Africa e Asia sono destinati ad aumentare e che esiste almeno una possibilità riguardo al fatto che l’Islam possa, in futuro, diventare religione principale in Europa, i promotori del caos attuale stiano allevandosi la classica “serpe in seno”: ciò che, un giorno, potrebbe contribuire alla loro stessa distruzione. E’ ovvio che tra gli stranieri che arrivano in Europa ci sia una quota, anche importante, di occidentalizzanti ma questi – come detto in precedenza – potrebbero eventualmente concentrarsi solo nei grandi agglomerati urbani.

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