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GABRIELE ADINOLFI RILEGGE ORWELL. 1984 SEI TU! – INTERVISTA ALL’AUTORE

FONTE: https://alberodelltasso.wordpress.com/2021/09/21/gabriele-adinolfi-rilegge-orwell-1984-sei-tu/amp/?__twitter_impression=true

Abbiamo intervistato Gabriele Adinolfi in merito alla sua ultima fatica, uscita recentemente per Altaforte Edizioni, in cui propone una rilettura dello scrittore, George Orwell, in chiave attuale.

Tra chi reclama libertà e diritti strappati , chi si dispera perché convinto che la “costituzione più bella e democratica del mondo” sia stata messa da parte dalla “dittatura sanitaria”, chi piagnucola nevroticamente perché esasperato da restrizioni, vaccini e lasciapassare, noi vi proponiamo questa introduzione a mo’ di intervista al nuovo libro di Adinolfi che risulta come una mappa indirizzante verso una possibile affermazione individuale nel caos moderno. Partendo da un’analisi critica sullo scrittore britannico e sui suoi romanzi, Adinolfi,porta alla sbarra tutte le illusioni, le velleità, le dietrologie, le presunte opposizioni ed anche e soprattutto gli atteggiamenti ( o meglio i non atteggiamenti) individuali affermatesi nel panorama odierno e non solo. Detto questo, bando alle ciance, vi lasciamo all’intervista, sperando che possa essere un’ introduzione alla lettura integrale del meritevole libro.

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•La nostra impressione è che lei abbia voluto rileggere Orwell perché percepisca la sterilità e la poca profondità dei discorsi di chi lo sbandiera per criticare la cosiddetta era “Post-democratica”. È così?

L’editore mi propose una rilettura dello scrittore britannico in occasione della scadenza dei diritti d’autore che sarebbe sopraggiunta quest’estate in straordinaria concomitanza con un’eccitazione che induce molte persone a sostenere che si stia vivendo nel pieno della distopia orwelliana. Ho colto l’occasione perché mi piace fustigare le banalità.

•Orwell, secondo la sua interpretazione, non viene a capo del problema che pone perché incatenato dal suo stesso utopismo e perché non resosi conto del fatto che quest’ultimo sia causa della distopia che minaccia nei suoi libri. Ma in cosa consiste in poche parole questa correlazione?

In poche parole non è facile, si rischia fortemente di equivocare. Comunque proviamoci: sostengo che ogni forma di tirannide è l’espressione delle utopie irrealizzabili e angosciate e non proviene affatto da dittature o da sistemi autoritari. La distopia è nell’utopia perché questa è sempre contro natura e rifiuta la bussola e il dominio di sé: è di lì che provengono le delusioni più feroci e, ingenerano spesso, si pensi ai giacobini e ai comunisti, una rabbia infinita che porta a voler uccidere, sterminare, violentare la realtà perché questa non prende la forma che si era preteso insensatamente che avesse.
È proprio il libertarismo che produce oppressione, controllo angoscioso, ossessione di cambiare la gente, ovvero progetti d’ingegneria sociale e biologica. Più si aprono spazi di democrazia, più s’impone, automaticamente, il potere di commissioni e di comitati di forsennati.
C’è poi un’altra considerazione da fare ed è che, non soltanto nei regimi autocratici non c’imbattiamo mai nelle tentazioni di cambiare gli altri e di riprogrammarli, ma che a vivere con angoscia – appunto come una distopia – la realtà sono quelli che comunque si erano formati sulla base di utopie libertarie e progressiste. Chi invece si è formato altrimenti – sullo sfondo il Mito – e ha come primo obiettivo di mettere alla prova se stesso e non quello di ottenere questa o quella miglioria, non cade mai in angosce distopiche.
Ho contrapposto ai primi (Huxley, Orwell, Lang), coloro che di fronte al presunto Leviatano (Francesco Boco sostiene che oggi sarebbe meglio dire Leviatana) assumono uno sguardo molto diverso, non angosciato ed esistenzialmente vincente (Guénon, Evola, Jünger).
Devo aggiungere che sono amareggiato dal fatto che innumerevoli persone – e perfino certi movimenti – di un’area che dovrebbe essere in sintonia con i secondi e assumere un comportamento virile, sbandano terribilmente, travolti da visioni angosciate del presente e del futuro e provando a combattere una presunta “dittatura” nel nome dei principi e dei valori che appartengono esclusivamente ai vincitori della guerra mondiale contro i popoli e che sono il cemento del sistema odierno, ivi comprese le sue accelerazioni autoritaristiche.

•In un capitolo lei evidenzia come le previsioni dello scrittore inglese riferite al comunismo, siano vere anche in campo democratico, ma ciò per la natura stessa di quest’ultima e non per una sua alterazione. Evidentemente quindi si discosta da chi invece minaccia una svolta anti-democratica nel panorama attuale. Con quali motivazioni?

La democrazia come la conosciamo è un’impostura funzionante. Tuttavia se andiamo a vedere come si è manifestata nella storia ci accorgiamo senza difficoltà che essa è stata non solo la più liberticida e persecutoria forma politica che sia mai esistita (questo lo si riscontra in Atene, nelle brevi devianze democratiche a Roma come nella Rivoluzione Francese) e non è un caso se per diciotto secoli l’avevamo rifiutata.
Anche etimologicamente e spiritualmente la democrazia è nemica del senso fondante della nostra Civiltà, olimpica ed eroica, ma è, all’opposto, il rigurgito del vortice informe del tellurismo.
La democrazia si fonda sull’informe, sul non-qualificante e sull’invidia di qualsiasi grandezza, perfino di qualsiasi eccezione.
Per un certo periodo ha funzionato come involucro perfetto per impedire che l’interclassismo mettesse in discussione le gerarchie di classe e per accompagnare un certo imperialismo mercantile.
Ma è stata la forma liberale a stemperare la violenza insita nella democrazia. Oggi il quadro è cambiato; come scrivevo vent’anni fa in Nuovo Ordine Mondiale tra imperialismo e Impero siamo ormai in una società di Paria e peraltro l’implosione dei corpi intermedi ha prodotto sia una concentrazione di poteri in alto che una diffusione di poteri in basso, e quest’ultimo fenomeno è stato perfino più deleterio del primo. La democrazia ha iniziato a fagocitare il suo calmiere liberale e, pur accompagnando il liberismo economico, è sempre più comunista, ovverosia democratica senza più maschere.

• In un passo di “1984” che riporta nel suo libro, il protagonista, Smith, si illude di poter rovesciare il Partito seguendo le tesi di un tale Goldstein, presunto oppositore di esso, di cui è venuto a conoscenza tramite un libro datogli in maniera ingannevole da O’Brien. Nelle dinamiche odierne di critica alla “tirannia sanitaria” lei rileva presunti oppositori che si illudono di contestare, quando invece fanno solo il gioco del “partito”? Dove sbagliano?

Presunti oppositori è la definizione giusta. Dove sbagliano? Sarebbe più facile chiedersi dove non sbagliano e la risposta sarebbe fin troppo agevole perché non centrano un punto che sia uno.
Sbagliano ovviamente nella lettura, perché oggi non c’è alcuna dittatura e nessun attacco alla democrazia ma una semplice accelerazione del fattore democratico, che è appunto liberticida e smanioso di manipolare cervelli ed anime. Può sembrare un dettaglio, una sfumatura, ma non lo è perché chi non lo comprende si pone automaticamente su di un piano inclinato che lo trascina in basso e verso il nulla. Infatti il disorientamento non si limita a questo ma interviene anche nella lettura della pandemia, dei vaccini ecc che passano come un qualcosa di apocalittico, come un punto di non ritorno da cui ci dovrebbero imporre controlli e comportamenti che però non sono di oggi ma subiamo da almeno vent’anni. Un’interpretazione fantasiosa e psichicamente turbata che non aiuta affatto a capire cos’avviene in realtà, anzi contribuisce a portarci del tutto fuori strada.
Lo scorso novembre ho provato a interpretare quanto avviene mettendo in luce soprattutto i rischi reali e anche le occasioni da cogliere, l’ho fatto nel documento Anticorpi. Devo purtroppo registrare ancora una volta che in quest’area ormai terminale si preferiscono scorciatoie con parole d’ordine dogmatiche e sensazionalistiche al mettersi in discussione e quindi in azione.
Sicché i presunti oppositori, anche al netto dei dementi che negano l’esistenza della Covid o che considerano il vaccino come un’arma di sterminio di massa, cullano soluzioni miracolose che vanno dall’avvento all’ultimo istante della Gerusalemme Celeste, a improvvise rivoluzioni popolari, passando per inevitabili crolli sistemici che, non si capisce come, intervengono sempre a fornire una via d’uscita al labirinto in cui si smarriscono puntualmente con la loro “visione” di un complotto univoco da parte di un potere unico.

• Dal libro si evince la sua nota avversità al sovranismo. Rimane anch’esso all’interno degli schemi illusori di Goldstein?

Non diamogli tutta quest’importanza. Il sovranismo è il figlio scemo di due genitori. Il primo è la Massoneria inglese che lo ha concepito per apporre contrappesi all’emancipazione europea che è nell’ordine delle cose e che Londra non può sopportare. Il secondo è l’impreparazione cronica di un’area – appunto troppo democratica e che quindi marcia al passo del più lento – che non ha capito assolutamente niente della storia, dell’economia e della sociologia, che non conosce neppure i suoi classici e che vorrebbe mettere freno alla storia rifugiandosi nel passato. Antifascismo dei riflessi condizionati lo definirei.
Chi la proclama non si rende neppur conto che la sua “ideologia” fu quella su cui ancora Londra fece leva per frenare gli entusiasmi degli altri europei per l’Asse. Non si accorge, quindi, che anche oggi è una linea antinazionale che oserei definire di tradimento se non fosse che è un gossip derisorio, del tutto estraneo alla realtà perché non esiste nulla di quello che pretenderebbe di “difendere”. Il sovranismo alla fin fine è un accomodamento perfetto per una retroguardia che non ha la voglia né la capacità di assumere volontà di potenza.

•O’Brien giudica come incosciente Smith quando quest’ultimo gli dice di credere in un non ben chiaro risveglio proletario, di massa. Siccome anche oggi si sentono teorie del genere, lei come le giudica?

Grottesche. Siamo alle solite: non c’è alcuna conoscenza storica, e neppure ideale. Allora si ricorre ai Prolet del caso. Alternandoli a esotici “Uomini della Provvidenza”, tipo Ahmadinejad, Putin, Trump. Dal basso o dall’alto si aspetta il Settimo Cavalleggeri per salvare la diligenza.

•Dal titolo stesso del libro lei mostra come l’angoscia, la paura, e la psicosi collettiva su cui fa leva Il Socing e di cui abbiamo testimonianza anche oggi, turbi solo chi- per dirla con Evola- non ha in sé il proprio principio. Di fronte ad esso come si pone l’anarca Jüngeriano?

L’anarca, che viene giustamente distinto dallo stesso Jünger dall’anarchista, ovvero da quello che soliamo definire anarchico, è colui che di fronte all’usurpazione si dà da solo la legge, non qualsiasi legge, ma LA legge perché la sua tempra guerriera e la sua natura in sintonia con la natura e con il Cosmos conoscono e riconoscono il giusto e quindi lo Jus.
Pertanto l’anarca si pone di fronte alla vita come ad una prova di se stesso e non può avere alcuna angoscia per nessuna evenienza, in quanto non vive come riflesso dell’esterno ma vive in sé.
Questo può consentire di essere sereni e felici in qualsiasi situazione e di fronte a qualsiasi dramma, di “ridere di tutte le umane commedie e di tutte le umane tragedie” per dirla con Nietzsche.
Se si resta comunque aristotelicamente animali politici ci sono altri passi da compiere per “cavalcare la tigre” con azioni comunitarie, selettive e con un’idea di destino imperiale.
Non è la materia del libro ma l’affronto lo stesso.

• Lei racconta l’esperienza di Orwell nella guerra civile spagnola. Possiamo approssimativamente correlare le diverse attitudini da assumere oggi con le impostazioni diverse nei confronti della guerra e del pericolo?Verticalità, impersonalità eroica, assunzione dell’ostacolo come crescita personale e ascetica, e dall’altra angoscia, naturalismo orizzontalità, scatenamento di forze sub-personali.

Certamente. Tra l’altro ho comparato i due fronti della guerra civile spagnola, che è stata la prova generale della guerra mondiale e ho affermato che a dominare oggi in tutto l’Occidente sia proprio il campo in cui militò Orwell, che ha obbligatoriamente prodotto distopia.

• Evola, che con la teoria del cavalcare la tigre, va nella stessa direzione dello Jünger, nelle ultime pagine di rivolta afferma che chi resisterà oggi sarà più grande degli uomini di un tempo, “ricchi di opere”. Può la crisi presente rappresentare una situazione favorevole facente emergere le diverse nature e disposizioni ?

Ne sono più che convinto. Io guardo all’attuale fase non senza un entusiasmo di fondo.

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