POLITICA

GREEN PASS: SE SI VUOL PROTESTARE LO SI FACCIA FINO IN FONDO

L’entrata in vigore del green pass, prevista per il 6 agosto, ha suscitato perplessità e fatto scaturire critiche anche in molti dei quali, fino a questo momento, avevano appoggiato supinamente le scelte attuate sino ad ora dalle varie compagini governative che si sono succedute nella gestione dello stato emergenziale. Eppure questa nuova misura rappresenta un’ulteriore pietra miliare nel percorso dello smantellamento delle libertà individuali e della cancellazione del diritto (inteso in senso romano). È d’altronde questo un punto che è sempre doveroso rimarcare, in quanto quella che oggi si dovrebbe combattere non è una battaglia di stampo liberale in nome della possibilità di ciascuno di fare ciò che desidera, bensì una questione ben più profonda che poggia su un principio di giustizia. Insomma, non il mero libertinaggio a cui si è stati abituati nell’evo moderno.

Proprio queste costituirebbero le basi a partire dalle quali bisognerebbe rendersi conto che, ora più che mai, non si dovrebbero perpetrare stupide diatribe tra il fronte dei vaccinisti e quello degli antivaccinisti – scontri per altro pianificati, rodati e indotti – bensì indirizzare le contestazioni verso chi, da un anno e mezzo a questa parte, attua la peggiore delle gestioni politiche ostinandosi a non volersi assumere la responsabilità delle proprie scelte. Proprio a tal proposito si palesa dunque come non si possa certamente parlare di dittatura, vocabolo che si riferirebbe a situazioni politiche di ben più elevata caratura etica, politica e spirituale, e nemmeno di tirannide, che eleverebbe determinati soggetti ad un grado di dolosità ben lontana dalle loro possibilità strategiche.

Ma, dunque, al di là di queste considerazioni di ordine puramente teorico, cosa ci si dovrebbe auspicare?
Partendo dal presupposto che sarebbe utopistico pensare a coscienziose sollevazioni popolari, risulta però doveroso spingere per un ritorno alla vita reale e a ciò che ne consegue dal momento che se fino a ieri si storceva il naso a coloro che si limitavano alla lamentela da bar, oggi anche quella prospettiva risulta un ricordo oramai lontano e quanto mai ottimistico. Quella dinamica – squisitamente italica –, riproposta oggi rappresenterebbe effettivamente una riconquista data la spirale regressiva che ha portato le discussioni al valutare il numero di tamponi effettuati dal vicino e l’incidenza della campagna vaccinale sugli abitanti del proprio condominio.

Umorismo a parte, si giunge comunque a constatare la necessità di una ripresa di vitalità e quantomeno di coscienza rispetto alla situazione attuale e alla via pericolosa che è stata intrapresa. Che si sia dunque deciso di vaccinarsi oppure che si abbia optato per non farlo dovrebbe in ogni caso essere premura di tutti interrogarsi sulla reale necessità del passaporto vaccinale oltre che sulla giustizia sociale di questo provvedimento.
Assumendo l’esistenza di un diffuso egoismo individuale e di una limitata capacità valutativa si arriva comunque a rendersi conto che la reazione naturale a questa ulteriore misura limitativa dovrebbe essere la protesta (quantomeno) da parte di quelle categorie che saranno ulteriormente vessate (prima di una prevedibile nuova chiusura generale a ottobre).

Riguardo il ruolo di taluni gruppi e la capacità di gestire e veicolare la protesta non si può non rimandare all’articolo di Adriano Scianca, come sempre puntuale e oltremodo lucido.

Quel che urge però auspicarsi è di non ricadere in certe dinamiche a cui si è più volte assistito nel corso di questi anni.
Uno dei passaggi chiave già visti e che si stanno perpetrando nuovamente in questi giorni è ad esempio la presunta solidarietà da parte delle forze dell’ordine che in questo o quel luogo si sarebbero svestite dei caschi in segno di simbolica unità con i manifestanti. Tale notizia, ovviamente falsa, viene puntualmente rilanciata da parte di quelle compagini che, pur rispecchiandosi nella protesta, ci tengono a ostentare la propria solita vena legalitaria. Insomma, quegli ampiamente noti figli della destra securitaria e borghese.
Si può cogliere dunque l’occasione per dare a questi soggetti una triste e traumatica notizia: se la polizia si toglie il casco è solo perché lo prevede la prassi operativa in quei contesti nei quali non si paventi l’utilizzo della forza pubblica.
L’affermare il contrario accade o per ingenuità o perché si vuol far passare un certo tipo di messaggio oppure perché chi sostiene certe tesi non è mai sceso di casa. Eppure ciò risulta pericoloso perché crea un pregiudizio nell’opinione pubblica che risulterà più propensa a condannare eventuali situazioni di scontro tra i manifestanti e la polizia qualora queste si verifichino.

Ebbene, non si vuole certo fomentare il malcontento o incitare alla violenza ma è giusto riqualificare l’utilizzo della forza in quanto strumento di espressione di istanze inascoltate, a discapito di una mentalità vigliacca e falsamente pacifista. Anche lo scontro di piazza, se opportunamente studiato e gestito, è infatti un mezzo volto al conseguimento di obiettivi politici, come hanno ampiamente dimostrato varie occasioni, tra cui, una tra le più evidenti degli ultimi tempi, il fenomeno dei Gilets Jaunes in Francia. Dall’altro lato non si dovrebbe comunque scadere in piagnistei sulla presunta violenza poliziesca. Dopotutto ciascuno ricopre il proprio ruolo e sceglie il proprio fronte della barricata. Gli agenti sono certo persone normali che indossano una divisa per “guadagnarsi il pane”, ma in uno scenario di piazza svolgono, al di là delle singole convinzioni, la funzione di tutela del potere e di difesa dell’ordine costituito.

Non si scada dunque in comode condanne e, anzi, si riassuma la responsabilità di prendere decisioni anche radicali per poter indirizzare il proprio destino di categoria, se non di comunità o addirittura di Popolo. E se probabilmente un simile auspicio andrà a disperdersi nel giungere ai più, sia quantomeno ascoltato da quei gruppi che, nonostante i tempi, possono ancora vantare una presenza nel reale ed una concreta capacità organizzativa. Loro è oggi l’onere di liberarsi di sterili velleità elitarie o populiste, mantenendo una centralità ed agendo attivamente sul concreto.

Alessandro Autiero

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