EUROPANAZIONE

POLITICA

ADRIANO ROMUALDI: OLTRE IL NAZIONALISMO

Ritornare sugli scritti di Adriano Romualdi comporta sempre un’interrogazione sull’attualità e sulla continuità di alcuni problemi-chiave per un contesto culturale e politico come quello italiano che, per comodità potremmo denominare “non-conformista”: il problema dell’unione politica europea, il problema di una nuova classe politica, il problema di una cultura politica critica rispetto al presente in tutte le sue sfumature. Le presenti annotazioni non intendono costituire nient’altro che uno dei possibili corollari a una attività di riscoperta già portata avanti da noti studiosi (1). Un possibile corollario su La Destra e la crisi del nazionalismo (2) ai tempi del neo-nazionalismo avanzante (3).

Che lo sviluppo dei nazionalismi sia la conseguenza dialettica dello sviluppo della globalizzazione capitalistica era già visibile dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso (4), in termini fisiologici, una sorta di “movimento riflesso” in mancanza di organizzazioni di massa tramontate dopo il 1989. Ma perché agli inizi degli anni Settanta, all’alba della conoscenza del potere delle multinazionali, il nazionalismo era già una risposta inadeguata per il tempo? E perché a sostenere questa tesi era uno degli intellettuali dai quali il senso comune si sarebbe dovuto aspettare non già un “oltre” il nazionalismo, ma un “per” il nazionalismo?

Il senso comune aveva le proprie buone ragioni. All’epoca il M.S.I.-D.N. forniva due tipi di indicazioni: la difesa dei confini dell’Italia orientale contro la Jugoslavia comunista e, sul piano della politica estera, la lotta contro il comunismo russo e cinese (sposando le tesi dell’atlantismo del partito repubblicano nord-americano dell’epoca). Ma, a ben guardare, questo era il segno di una guerra perduta: la guerra del 1940-1945. Segno ancora evidente oggi, con 113 basi militari nordamericane nel territorio nazionale. Il che rendeva (e rende) piuttosto curioso parlare di indipendenza nazionale; al massimo si potrebbe parlare di autonomia “sotto tutela”. Se si erano dovuti rieducare i tedeschi, dal 1945 al 1949, non si poteva non sorvegliare gli italiani (piuttosto ondivaghi in fatto di alleanze militari), quando la posta in gioco era il confronto con l’U.R.S.S.

Nel 1973, l’integrazione economica europea aveva fatto, sempre sotto la tutela nord-americana, notevoli passi avanti: si era passati dall’integrazione della produzione e della commercializzazione del carbone e dell’acciaio (Trattato CECA, sei paesi firmatari, 1951) alla creazione del Mercato Comune Europeo (Trattati CEE e CEEA, 1957, sempre sei paesi firmatari); nel 1973 ai sei paesi fondatori (Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Belgio) si aggiungono Regno Unito, Irlanda e Danimarca; e, sul piano internazionale, dal 1969, era iniziata l’apertura alla Cina, in funziona anti-sovietica, da parte del presidente nord-americano Richard Nixon e del Segretario Henry Kissinger, accompagnata dai progressi nella “corsa allo spazio” (allunaggio nord-americano).

A ben guardare, si trattava di un consolidamento delle posizioni statunitensi in Europa e nel mondo.

Questo è il contesto dal quale conviene guardare le riflessioni di Romualdi sull’Europa, confrontandole con quelle di Jean Thiriart (sono le due opzioni che tra anni Sessanta e anni Settanta del secolo XX caratterizzano il pensiero politico non-conforme). Thiriart (1922-1992)si oppose fin dai primi anni Sessanta all’idea di un’Europa istituzionale per schierarsi a favore di un’Europa politica guidata da una classe politica rivoluzionaria, da un partito che avrebbe dovuto combattere per l’unificazione, unendosi all’U.R.S.S. e instaurando buone relazioni con la Cina e con il Sud-Est asiatico e con il mondo arabo (5). Ma il movimento che Thiriart aveva fondato, “Jeune Europe”, ebbe scarsa e assai difficoltosa diffusione in Europa. Romualdi, inserito nel M.S.I., era in stretto contatto con il Centro Studi Ordine Nuovo, animato da Pino Rauti; e, nonostante il M.S.I. non fosse un partito di massa, per lo meno alla metà degli anni Sessanta, non si poteva dire che la sua realtà politica fosse evanescente.

Il punto di partenza delle riflessioni di Romualdi è diverso, nonostante l’estrazione politica sia analoga: ex-SS Thiriart, figlio del presidente del M.S.I. Adriano Romualdi. Thiriart aveva desunto dalla sconfitta militare francese in Algeria la inarrestabile decadenza dell’Europa. Romualdi aveva desunto dall’anticomunismo post-bellico un ruolo dell’Europa nell’antagonismo statunitense con l’U.E.S.S. Ne erano derivate due ipotesi tattiche opposte: la lotta contro l’imperialismo nord-americano per il primo e la lotta contro il comunismo sovietico (e i suoi sodàli) per il secondo.

Il saggio La Destra e la crisi del nazionalismo va considerato come il “punto di convergenza” delle riflessioni di Romualdi tra il 1965 (anno in cui coopera con Guido Giannettini e M. Prisco al volume Il mito dell’Europa) e il 1973, anno in cui pubblica, per la rivista “Vie della Tradizione”, a Palermo, il saggio Sul problema della tradizione europea. In questa fascia cronologica sono collocate sia l’introduzione a Religiosità indoeuropea di Hans F. K. Günther (Padova, Edizioni di Ar, 1970), sia la curatela delle ultime conferenze militari di Adolf Hitler (La battaglia di Berlino, Roma, Giovanni Volpe Editore, 1970), sia l’articolo per la rivista “Ordine Nuovo” (maggio-giugno 1970, pp. 49-54) intitolato L’Occidente e l’occidentalismo, sia il volume antologico Nietzsche (Padova, Edizioni di Ar-Edizioni Europa), sia, infine, il contributo Lo Stato dell’Ordine Nuovo  (“Ordine Nuovo”, dicembre 1970, pp. 113-120), ripresa di un documento, già prodotto per il centro “Rivoluzione conservatrice” (poi “Il Solstizio”), in occasione della pubblicazione in “Ordine Nuovo” del “Primo schema costituzionale uno Stato dell’ Ordine Nuovo” (si veda “Ordine Nuovo” maggio-giugno 1970, pp. 106-131 introduzione di Pino Rauti e testo di Rutilio Sermonti). 

Da un lato si tratta di ridimensionare l’entusiasmo che, in certe componenti dell’“ambiente”, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, avevano suscitato le tesi europeiste di Jean Thiriart; dall’altro si trattava di dotare l’anticomunismo di un’ossatura teorica non meramente negativa alla luce di un fatto nuovo: l’ascesa elettorale del M.S.I. e il lancio della nuova formula “M.S.I. –D-N” aggregativa dell’anticomunismo più generale (si veda, a esempio, Il libretto della Destra scritto da Armando Plebe e pubblicato dalle Edizioni del Borghese), correlativamente allo sviluppo, da un lato della “strategia della tensione” e dall’altro delle organizzazioni armate comuniste (i G.A.P. di Feltrinelli e le prime Brigate Rosse. Si tratta, inoltre, di guardare le “cose” in prospettiva europea, alla luce di una strategia europea che faccia dell’anticomunismo una mera parte tattica di una strategia complessiva.

Gardare le “cose” in una prospettiva europea significa, per Romualdi muoversi a partire dalla manifesta crisi del nazionalismo, dal suo non essere all’altezza dei tempi, già a partire dagli anni Trenta del secolo XX; il fascismo stesso, inteso come fenomeno europeo, è giudicato un trascendimento ideologico del nazionalismo. E l’ideologia che costituisce la sostanza di tale trascendimento è, secondo Romualdi, il “nazionalismo europeo” che egli ravvisa nella ideologia delle origini indoeuropee sviluppatasi all’interno del Terzo Reich (che viene ad assumere, in questa visione, un caso esemplare.

Vediamo le linee di questo “nazionalismo europeo” e il loro rapporto con la crisi del nazionalismo.

L’assunto di base è questo: “L’idea di nazione qual è stata elaborata dalla cultura romantica, come sintesi dei valori d’un popolo in antitesi ai valori degli altri popoli europei, è […] insufficiente a contrastare i miti internazionalistici della democrazia e del comunismo di cui si fan scudo gli imperialismi russo e americano: solo un’ideologia del nazionalismo europeo lo potrebbe (6).” Le due principali forme di internazionalismo sono considerate come strumenti di forze che non sono internazionalistiche, ma nazionalistiche: l’imperialismo russo e l’imperialismo americano. L’oggetto ricercato è, appunto il “nazionalismo europeo”; non il “fascismo”, come si rispondeva allora (e non soltanto allora), risposta che “presuppone almeno la coscienza che il fascismo di domani non può più essere quello di ieri, quello dell’Italia sola e autosufficiente, la quale, sia chiaro- non esisterà più (7).” E qui si presenta l’opportunità dell’unico “nazionalismo trasversale” (segnalato come tale dai nazionalisti ‘classici’ come Ploncard d’Assac a metà anni Sessanta del XX secolo) (8): il “mito indoe-europeo”, vale a dire il “mito della razza ariana”. Romualdi vi vede un mito (in senso soreliano) carico di futuro. In questi termini, infatti, lo caratterizza nella introduzione al citato volume di Günther: “L’idea nordica, quale noi la riproponiamo nell’ambito della Weltanschauung del nazionalismo europeo non vuol essere un pratico pregiudizio contro individui o gruppi europei. Ma vuole essere uno strumento rivoluzionario nella comprensione della storia, che c’insegna a comprendere come non tutti gli elementi dell’Europa abbiano lo stesso valore e come, secondo la logica genetica che presiede la nascita della nostra civiltà da un ceppo nordico, si distinguano nella storia d’Europa correnti centrali e periferiche, correnti europee e correnti antieuropee. Vuol essere lo strumento di un weltanschaulicher Stosstrupp che ci indichi che cosa siamo e che cosa dobbiamo volere (9).” Nel saggio Sul problema di una tradizione europea quest’ideologia nordica assumeva le fattezze dell’”ideologia dell’uomo bianco” e si evocava, nell’introduzione all’antologia spengleriana Ombre sull’Occidente, la minaccia portata al “mondo bianco” dallo sviluppo demografico e politico di altri gruppi etnici. Non era difficile vedere, all’epoca, convergenze ideologiche con ali estreme dei repubblicani statunitensi (peraltro, nel contesto della Destra politica italiana, erano frequenti di apprezzamenti positivi anche su tale componente politica, soprattutto nel contesto delle riviste “Il Borghese” e “Lo Specchio”).  In questi termini era letta anche la vicenda del nazionalsocialismo tedesco; nella prefazione a Adolf Hitler, La battaglia di Berlino. Ultime conferenze militari (1970) si legge: “Berlino è la città decisiva dell’Europa. È stata la capitale d’una certa Europa che sembrava voler trovare una sua unità contro gli imperialismi sovietico e americano (10).”

In La Destra e la crisi del nazionalismo si prende atto della “inevitabilità della riorganizzazione del mondo per grandi spazi”, del fatto che già nel 1939 il puro nazionalismo aveva perso la propria presa sulla realtà, e, certo, un “patriottismo meramente difensivo e conservatore “come quello di Franco e di Salazar non sarebbe stato all’altezza, nel medio periodo, di fronteggiare il mito del comunismo e il mito dell’americanismo (11). Occorre, dunque, un mito europeo; e un mito europeo richiede la politicizzazione delle origini indo-europee e il richiamo alla questione della selezione di una classe politica, all’interno di un quadro nazional-europeo, alla luce della filosofia politica di Platone e della filosofia politica di Nietzsche. “Solo i nazionalisti possono fare l’Europa”, scrive Romualdi, non i vari Schuman, Spaak, De Gasperi, patologici esecratori di ogni nazionalismo (e tutti democratico-cristiani); ma, va osservato, i patologici esecratori di ogni nazionalismo erano i “guardiani” dell’ordine statunitense in Europa, in conseguenza dell’esito della Seconda Guerra Mondiale. Un ordine, logicamente, anti-sovietico; se la guerra avesse avuto una diversa conclusione, l’Europa sarebbe stata tedesca, oppure russa. Nel momento in cui scrive Romualdi individua i compiti della Destra nella liberazione di 100 milioni di europei che si trovano nell’Europa orientale: un mito mobilitante in grado di contrastare i miti del terzomondismo allora, se non dominante, almeno molto forte nella gioventù politicizzata.

Sono passati quasi cinquant’anni.

Il comunismo non esiste più, tranne che nella Corea del Nord e nella Cina popolare.

Il quadro dei partiti politici che in Italia erano il lascito della fine della Seconda Guerra Mondiale non esiste più.

Lo sviluppo del capitalismo finanziario nella forma della globalizzazione economica tendenziale ha suscitato, com’era prevedibile, del resto, già dieci anni dopo l’abbattimento del “muro di Berlino” una fioritura di movimenti identitari, fino ai limiti della xenofobia che vengono a intrecciarsi con ingenti flussi migratori dalle regioni più povere e distrutte da guerre e cambiamento climatico nel mondo.

L’Unione Europea, cresciuta e sviluppatasi sotto il controllo militare statunitense, continua a essere un’opportunità politica; ma va sempre ricordato che essa continuerà a essere, prevedibilmente, un continente sotto controllo americano e dominato dall’economia capitalistica. In questo quadro, è il caso di chiedersi se la linea di ricerca debba volgersi a un nuovo “nazionalismo europeo”, oppure all’applicazione, su livello continentale delle politiche di Welfare che consolidarono già le politiche del fascismo in Italia, come le politiche varate da Roosevelt negli U.S.A. con il New Deal. In questo quadro, la forza diagnostica degli scritti di Romualdi non ha cessato di essere importante; non soltanto per i dibattiti che ha suscitato, ma, soprattutto, per i dibattiti che potrebbe suscitare.

Francesco Ingravalle

1. Mi limito a citare Rodolfo Sideri, Adriano Romualdi. L’uomo, l’opera e il suo tempo, Roma, Settimo Sigillo-Europa Libreria Editrice, 2021; Adriano Romualdi, conservatore rivoluzionario. Atti del Convegno di Forlì, 1983, Massa, Eclettica, 2016.

2. Cfr. A. Romualdi, La Destra e la crisi del nazionalismo, Roma, Edizioni il Settimo Sigillo, 1973.

3. Cfr. Bernard Guetta, I sovranisti, tr. it. di Anna Bissanti, Torino, Add Editore, 2019.

4. Cfr: Francesco Ingravalle, L’automa della legge, Padova, Edizioni di Ar, 1999.

5. Cfr. Lorenzo Disogra, L’Europa come rivoluzione, Parma, Edizioni all’Insegna del Veltro, 2020.

6. Cfr. A. Romualdi, La Destra, cit., p. 1.

7. Cfr. A. Romualdi, La Destra, cit., p. 2.

8. Cfr. Jacques Ploncard d’Assac, Le dottrine del nazionalismo, tr. it. Roma, Giovanni Volpe Editore, 1966, rist. Milano, Oaks, 2017.

9. Si cita da A. Romualdi, Gli indoeuropei. Origini e migrazioni, a cura di Fabrizio Sandrelli, Padova, Edizioni di Ar, 2004, pp. 22-23.

10. Cfr. Adolf Hitler, La battaglia di Berlino. Ultime conferenze militari, Padova, Edizioni di Ar, p. 14.

11. Cfr. A. Romualdi, La Destra, cit., p. 10.

  1. Anton

    Articolo davvero interessante, complimenti.
    Dal punto di vista etnico/sociale se, da una parte, è vero che ormai il modello di “fortezza-Europa” rappresenti qualcosa di assolutamente impossibile (mi ricordo ancora lo slogan “Ausländer raus!” rabbiosamente urlato dai giovani della ex-DDR durante i primi anni ’90) – dall’altra, non condivido il modello americano: il “grande pentolone” nel quale tutto è appiattito, anonimo, uniforme. Posto che il disprezzo tra popoli sia sempre deprecabile (identità deve, necessariamente, fare rima con rispetto), allo stesso tempo penso che il volto della nuova Europa non possa e non debba essere quello derivato dall’accoglienza indiscriminata di chiunque, nel mondo, pretenda di entrare in Europa.

Lascia una risposta