EUROPANAZIONE

ATTUALITA'

CONTRO LE GIORNATE MONDIALI

FONTE: https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/societa/contro-giornate-mondiali-trabucco/

Fioccano Giornate nazionali, internazionali, mondiali che festeggiano ogni più vaga cosa, dall’amicizia al jazz. Il tutto puzza di Stato etico. Ed è inutile.

Il 28 gennaio si celebra la Giornata europea della protezione dei dati personali, non possiamo mica lasciare tutto a Zuckerberg; il 30 aprile è Giornata internazionale del jazz, mai più senza John Coltrane e Chet Baker; il 30 giugno è Giornata mondiale dell’asteroide, sempre tenere a mente che può cadercene uno in testa; il 27 ottobre è perfino Giornata mondiale del patrimonio audiovisivo, possiamo mica dimenticarci di cassette, dvd e dischetti vari. Queste sono solo alcune tra le più peculiari celebrazioni promosse o riconosciute dall’Onu e dall’Unione Europea, quindi “ufficiali”. Se volessimo pescare tra le celebrazioni non riconosciute da istituzioni sovranazionali potremmo ricordare la Giornata mondiale degli Ufo, la Giornata internazionale della birra, ma anche la Giornata internazionale del lavaggio delle mani, che se avesse avuto maggiori effetti ci avrebbe risparmiato qualche problema nell’ultimo anno e mezzo.

Dedicare una giornata a un evento o a una questione è decisione importante: istituisce una celebrazione che cementa la comunità che la pratica attorno all’oggetto cui si dedica la giornata. Facile è riconoscere questa caratteristica nelle principali commemorazioni civili italiane, prime fra tutte il 25 aprile, a memoria della liberazione dall’occupazione nazista e dal regime fascista, e il 2 giugno, giorno del 1946 in cui l’Italia si trasformò in repubblica. Meno ovvio è il 4 novembre, Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate, a ricordo della vittoria nella Prima guerra mondiale, perché l’Italia è sempre pronta a deplorare le vittorie e a omaggiare le sconfitte.

Ad ogni modo, per un italiano è pur semplice riconoscersi membro della comunità dei cittadini repubblicani, e la Festa della Repubblica lo rende partecipe ogni anno della riproposizione in forma di rito dell’atto fondativo. Meno semplice è riconoscersi membro della comunità celebrante la Giornata internazionale dei viaggi dell’uomo nello spazio, fissata dall’Onu il 12 aprile. Perché le commemorazioni civili, per non parlare delle feste religiose per i fedeli, coinvolgono chi partecipa o si presume debba partecipare molto da vicino. Se avessero vinto i nazisti la nostra vita sarebbe ben diversa. Viceversa, la Giornata internazionale della solidarietà umana (20 dicembre, risoluzione Onu) ci chiama in causa tutti senza coinvolgere nessuno, perché troppo vaga, levigata e condivisibile per contare qualcosa. La reazione è ovvia: siamo tutti d’accordo, quindi passiamo oltre. La Liberazione no, scuote il midollo spinale della nostra società, per questo è sentita e divisiva.

In generale, le giornate internazionali stabilite dall’Onu, dall’Unesco o altre agenzie, hanno un carattere pedagogico. Sono promosse non per aggregare i cittadini ma per insegnare loro qualcosa, e possono essere divise in due categorie. La prima risponde al criterio del ricordate. A metterle in fila, si assembla il prontuario dell’iconografia dell’uomo moderno, composto dalle cose importanti della vita e dagli accadimenti buoni o cattivi della storia recente. Vi figurano celebrazioni come la Giornata mondiale della giustizia sociale e quelle della logica, della madrelingua, della poesia, dell’acqua, della salute, della sicurezza sul lavoro e della libertà di stampa, il Giorno della Memoria, la Giornata internazionale della donna e quelle della felicità, delle famiglie, della biodiversità, dell’ambiente e del ricordo delle vittime della schiavitù.

La seconda categoria risponde alla necessità dello state attenti. Le varie giornate dedicate alla libertà di stampa, alla protezione dei dati personali, alla popolazione, alle api, all’asteroide, alla salute mentale, al rifiuto della miseria, alla desertificazione, oppure contro l’abuso e il traffico di stupefacenti, per l’abolizione della armi nucleari, sembrano voler dire: queste cose sono importanti, vi riguardano tutti o potrebbero riguardarvi se si mette male, abbiatene cura perché altrimenti potrebbero causarvi problemi e date una mano a chi se ne sta occupando. A metà tra il ricordate e lo state attenti c’è la serie di giornate sulle malattie (cancro, autismo, malaria, ecc.), mentre altre sono delle fuoriclasse: il 10 febbraio ricorre la Giornata mondiale dei legumi. Ceci e fagioli sono buonissimi e sfamano milioni di persone, ma dedicare loro una celebrazione mondiale pare un tanto eccessivo.

Il bisogno di dedicare una giornata a qualunque cosa venga proposta come importante (bisognerebbe capire anche da chi e perché) è il residuato dell’ormai antica usanza di consacrare le giornate a una solennità religiosa o a una commemorazione patriottica. Molti studiosi hanno evidenziato, nelle società occidentali d’origine cristiana, la scomparsa della dimensione comunitaria espressa nella festa, imputandola alle trasformazioni della società industriale. Queste stesse società, facitrici l’ordine mondiale capitalistico e le relative agenzie internazionali, hanno visto sfaldarsi le feste, momenti di aggregazione collettiva, conservando solo la ridondanza del rito, gesto che viene compiuto sempre uguale dagli officianti anche senza la partecipazione della comunità. Le feste se non sono sentite non sono, mentre il rito si compie anche se a nessuno importa niente.   

Noi oggi concepiamo solo riti, triste esito delle feste religiose e delle commemorazioni civili. Svincolate dal sentimento comunitario, le varie giornate possono essere dedicate a qualunque cosa sia ritenuta meritevole. L’amicizia è importante? Certo, ecco fatta la Giornata dell’amicizia. E la solidarietà? Scherziamo, importantissima: ecco la sua Giornata. E l’acqua, la Terra, l’Africa, la lotta alla povertà, il libro, eccetera? Tutto è importante, tutto merita una sua Giornata. Nell’alto medioevo si diffuse l’usanza di ricordare, nel giorno della loro morte, i martiri cristiani. Ogni anno il buon fedele era tenuto a ricordare, uno per uno, chi donò la propria vita a testimonianza della fede. Il meccanismo attuale è il medesimo, ma siccome il nostro mondo laicizzato e nichilista non ammette più fede né idee né persone disposte a sacrificarsi per queste, celebriamo i legumi, l’amicizia e i viaggi nello spazio, manifestazioni del credo salute & ambiente & inclusione, l’unico ammesso nel consesso contemporaneo che conta.

Un buon cittadino può sacrificarsi per la Repubblica, un buon fedele per la religione, ma sacrificarsi per l’amicizia o per la solidarietà umana è improbabile, se non altro per la loro sfuggente vaghezza. Le nuove celebrazioni laiche internazionali incorporano solo un obiettivo pedagogico: chi comanda il mondo ritiene di dover insegnarci come pensare, istituisce giornate su temi caldi, così che istituzioni e cittadini interessati intercedano, proprio come i santi, non presso dio ma presso gli altri cittadini affinché il messaggio arrivi a tutti.  A dimostrazione, si prenda l’articolo 7 dell’ormai famigerato DdL Zan, che prevede l’“istituzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”.

Concepita nel 2004 da movimenti internazionali e fissata il 17 maggio in ricordo del giorno del 1990 in cui l’Organizzazione mondiale della sanità espunse l’omosessualità dalla lista dei disturbi mentali, la Giornata si pone, secondo gli ideatori, l’obiettivo di “attirare l’attenzione sulla violenza e la discriminazione patite da lesbiche, gay, bisessuali, transgender, persone intersessuali e tutte le altre persone con diverso orientamento sessuale, identità o espressione di genere”. Un’operazione meritoria come questa, chissà perché, quando attraversa le forche dell’istituzionalizzazione, assume un profilo pedagogico da Stato etico. Zan e compagni ritengono di doverci insegnare come pensare, perciò la Giornata non mira a “attirare l’attenzione”, bensì a “promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere” [corsivo del redattore]. Dalla passività di chi manifesta per segnalare un problema all’attività di chi insegna la soluzione, che evidentemente è una: quella decisa da chi detiene il potere.

Sebbene cosa insegnare non sia chiarissimo, come farlo è semplice. Il comma 3 dell’articolo 7 ci informa che il 17 maggio si organizzerebbero “cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile per la realizzazione delle finalità” sopra riportate. Inoltre, “le scuole […] nonché le altre amministrazioni pubbliche provvedono alle attività […] senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Come scrisse Franco Fortini, “da immani fumi minimali arrosti”. Già quando sono finanziate, iniziative del genere spesso si risolvono in incontri atti allo sbadiglio, dove i relatori se la cantano e se la suonano. Figurarsi se sono gratis. Se la legge sarà approvata così com’è, non resta che attendersi che ogni 17 maggio nelle aule italiane l’insegnante spenderà alcune parole di circostanza, sempre che se ne ricordi, su come sia importante rispettare le differenze, ogni essere umano è bello a modo suo e va accettato così com’è. I più fortunati salteranno la lezione per vedere un film scelto per l’occasione o per trasferirsi in aula magna, dove un relatore sconosciuto ai ragazzi li intratterrà per un’ora. Esattamente come per la Giornata della Memoria, immensa per il suo carico di tragicità, che risolve al più nella somministrazione agli alunni di Schindler’s list per la sesta volta. Perché queste sono le celebrazioni contemporanee: riti, non feste e neppure commemorazioni, che pretendono di educare senza aggregare e perfettamente funzionanti anche se nessuno partecipa.

ALESSIO TRABUCCO

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