EUROPANAZIONE

POLITICA

CHE COSA CI FA L’ITALIA IN EUROPA?

Da qui non ce ne possiamo andare, ma restare come ci stiamo oggi è suicidio a bassa identità. Capire cosa è l’Europa prima di capire cosa dovrebbe fare l’Italia

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/italia-europa-geopolitica-economia-draghi-germania/

Roma e Bruxelles hanno un rapporto complicato, da sempre. Esacerbata dalla narrazione della politica, la percezione dell’Europa nella Penisola si dipana tra opposti isterismi senza pace. C’è chi vede nella costruzione comunitaria la panacea di tutti i mali, salvagente imbevuto di messianismo lanciato ad un paese incapace di badare a sé stesso. Nell’angolo opposto del ring la curva anti-europeista sempre pronta a scaricare la colpa sui perfidi burocrati ordoliberisti.

“Eurofrenia” tipica del Bel Paese, peculiarità che ci impedisce di realizzare la cogenza del progetto europeista e determina la nostra linea ondivaga ai tavoli brussellesi, che oscilla tra servilismo e infantile ostruzionismo. Intanto, cosa sia davvero questa Europa, nessuno sembra averlo capito. O meglio, nessuno sembra intenzionato a raccontarlo alla propria base elettorale, terrorizzato dai rischi che comporta abbandonare narrative facili e ben rodate.

Glossario: Europa

Partiamo dai concetti basilari. L’Europa è uno spazio geografico. A questo spazio corrisponde politicamente una pletora di attori statali, culture e religioni che nel corso del tempo si sono variamente amate, odiate, fatte la guerra, la pace e infine di nuovo la guerra. Il minimo comune multiplo di ciò che è europeo e ciò che non lo è non è mai stato fissato con esattezza nel corso del tempo, con conseguente spostamento dei confini, specie ad Est, in base alla convenienza del momento.

Pietro il Grande volle la sua Russia nel novero delle nazioni del Vecchio Continente, mentre i Bolscevichi la riconsegnarono all’abbraccio dell’Asia. Kalergi non era sicuro che la Germania potesse a pieno titolo essere considerata europea. La Turchia, nemica dell’Europa Cristiana del rinascimento, secoli dopo smaniava per entrarvi, per poi accomodarsi definitivamente al di là del limes. Discorso simile vale per buona parte dei paesi che sorgono tra Parigi e Vladivostok: a volte si è (si vuole essere) Europa, altre volte no.

Diverse collettività nel corso nella storia hanno voluto essere riconosciute, in alcuni momenti, come collettività europee. Tale volontà si ricollega ad un’equazione, indubbiamente ancora viva nelle menti dei popoli del mondo, del concetto europeo con la stessa nozione di civiltà. Gli Europei – quali che essi siano – sanno di potersi raccontare come vetta ineguagliabile del progresso umano. Sentimento che traspare tanto nell’epopea delle grandi esplorazioni, quanto negli stanchi proclami che oggi da Bruxelles redarguiscono “i cattivi del mondo”.

In questa autopercepita superiorità culturale, morale e spirituale e nella sua estroflessione verso l’estero c’è il senso di essere Europa. Chi vuole, in un determinato momento storico, farsi carico del patrimonio immateriale dell’umanità e ottenere il diritto implicito a diffonderlo tra le genti “non civili”, deve accreditarsi come europeo o almeno farsi benedire dalle collettività del Vecchio Continente.

Perché tale patente venga rilasciata c’è bisogno che proprio le nazioni che già ne dispongono riconoscano il candidato come un pari. In questo senso essere riconosciuto dagli Europei come Europeo significa entrare nell’orchestra che ha scritto la musica del mondo dei secoli passati. Nel pratico, nulla. Nel sottile, molto. Allo stesso modo di quei circoli nobiliari, ormai spogliati del potere dalle rivoluzioni illuministe, l’appartenenza all’Europa esercita il fascino della grandezza sbiadita, quello dei ruderi che decorano le sue antiche capitali.

E proprio l’amore per questa condizione privilegiata – ancorchè decadente – è il collante che lega le nazioni europee: nemiche per grammatica strategica ma partecipi di una stessa epopea storica perché incapaci di fare a meno del riconoscimento reciproco per restate nel novero dei grandi. Da qui la perenne tensione tra cooperare e competere che informa l’ultima riedizione politica del Continente: L’Unione Europea.

Glossario: Unione Europea

Se il concetto di Europa è sostanza variamente interpretabile ad uso e consumo di chi intende sfruttarlo per i propri fini, non c’è nulla di più europeo della costruzione comunitaria. Tutto fuorchè un attore geopolitico, l’Unione Europea rappresenta un unicum nel panorama delle relazioni internazionali. Un sistema politico senza lo Stato, che nella narrativa giornalistico-politica oscilla tra superpotenza in divenire e ammasso di burocrazie incapaci di gestire questioni al di là di un banale regolamento alimentare. Per comprendere cosa sia e cosa stia diventando bisogna ripercorrere i momenti concitati del parto.

Piegata la Germania nazista e occupata la metà occidentale del Continente gli Stati Uniti si consacrarono prima potenza, prendendo appena il fiato prima di gettarsi a capofitto nello scontro con l’unica altra potenza rimasta sulla Terra. Nessuna delle nazioni europee, vincitrice o sconfitta che fosse, era uscita dal conflitto con la stessa quota di potere con cui vi era entrata. A Suez, appena dieci anni dopo la caduta dei nazisti, la debacle anglo-francese ribadiva l’impossibilità dei paesi europei di esistere al di là della protezione americana. Prendeva forma l’impero globale americano in cui le potenze del passato altro non erano che province e, come province, impossibilitate alla sovranità.

Nessuna delle nazioni europee, mentre Schuman pronunciava il famoso discorso del 1950, era una nazione sovrana. Nessuna avrebbe potuto decidere senza Washington di lanciarsi in un progetto geopolitico di portata epocale. La nascita della CECA, così come tutte le sue riedizioni fino ai giorni nostri, fu un progetto deciso dall’egemone con il fine ben preciso di disinnescare eventuali revanscismi nazionalisti, in particolare in una Germania che pur divisa continuava a turbare i decisori americani – che, almeno nel caso di Henry Morgenthau, avevano addirittura proposto una partizione in tre parti.

Nasceva così l’Europa debole, imperniata sul dogma mercantilistico e assuefatta ai miti dell’economicismo e dell’internazionalismo. L’unificazione federale, da sempre presente sullo sfondo nei discorsi dei padri fondatori dell’Unione, era sì un obiettivo “concreto” ma spostato in un futuro onirico. Quel che rimaneva e rimane tutt’oggi è il senso di un eterno divenire. Condizione di transizione permanente che avrebbe dovuto rendere inoffensive per sempre le nazioni europee. Una sorta di riserva naturale dove le leggi della strategia scorrevano al contrario: economia prima di potenza, benessere prima di interesse, e così via. Sull’onda di uno sviluppo economico impressionante, figlio sì del mercato unico ma possibile solo grazie alla dipendenza securitaria dagli States, a nessuno sembrava pesare la condizione.

L’Unione Europea oggi

Sottile discontinuità si registra a partire dalla riunificazione tedesca. Non tanto per volontà di Berlino, potenza convintamente erbivora, ma per le condizioni strutturali, magnetiche, che la prima economia europea esercitava sull’estero vicino. Inizia a partire dagli anni 2000, poco dopo la moneta unica, una fase di attivismo delle istituzioni europee, che, su mandato tedesco, decidono per una serie di misure espansive come salvataggio della Grecia e il Quantitive Easing. Sorgono folcloristici progetti per una politica estera comune. Sembra quasi che l’Europa esista davvero e negli Stati Uniti ci si inizia a preoccupare che prima o poi la costruzione comunitaria si sarebbe rivolta contro l’egemonia americana – il caso dello spygate dell’ultima presidenza Obama è un indicatore chiaro come pochi altri.

Oggi l’Europa è un forum di discussione a cui partecipano paesi che esistono all’interno dell’impero americano. Oltre al mercato comune, la costruzione comunitaria “emana” un tot di dividendi strategici che i diversi partecipanti si accaparrano in base ai rapporti di forza all’interno delle istituzioni. Stante l’impossibilità di Bruxelles di impartire rappresaglie a chi si comporta al di là dei limiti di bilancio o dell’etica comunitaria, non esiste ad oggi un interesse europeo – a meno che un determinato paese non decida di utilizzare l’infrastruttura europea per portarla avanti, quella rappresaglia, in base ai propri interessi nazionali.

Se è vero che oggi si inizia a parlare di sovranità europea, questa resta una chimera ancora lontana. La Germania, unico attore a potersi fare promotore di un’unità politica è ad oggi in piena crisi di identità. Parigi rilancia il concetto dell’autonomia strategica non tanto per amore del continente ma per poter contare qualcosa agli occhi del mondo, come ideale alfiere di un’Europa libera e sovrana. Un processo di integrazione, anche politica, è invero in atto, ma si tratta per lo più di un fenomeno spontaneo, che vede le nazioni europee sempre più vicine alla Germania. Le cause, come si diceva poco sopra, sono strutturali e dipendono dalla sproporzione in termini di potenziale economico e demografico (dunque politico) tra tutti i paesi europei e la Germania. Un processo embrionale, a cui molti Stati resistono aprendo le porte di casa agli Americani (principali oppositori di questa integrazione), che va avanti in maniera ondivaga.

Alla fase espansiva promossa dalla Germania con la benedizione del Recovery Fund, a cui le “formiche” del nord si sono dovute piegare, segue adesso una fase disgregativa, segnalata dalle aperture agli States dei paesi dell’Est Europa (dove sono in corso importanti esercitazioni militari congiunte) e dalla questione dei politici tedeschi spiati dal servizio segreto danese, su mandato di Washington. Ogni giorno l’Europa esiste un po’ di più e parla un po’ di più il tedesco, ma siamo ben lontani (decenni?) dall’ipotesi unitaria. Per il momento approcciarsi all’Europa vuol dire ancora considerarla per quello che è: un tavolo di discussione dove di potere in palio ce ne è molto poco.

Le Nazioni in Europa

Buona parte dei 27 si approccia all’Europa per massimizzare il proprio dividendo. Le piccole nazioni dell’Est si accontentano del mercato comune e di essere beneficiari netti in termini economici della permanenza nell’Unione. La Francia infonde impulsi di carattere strategico e si fa promotrice (con alterni risultati) della bandiera dell’Europa all’estero – mosse funzionali a non annegare nella competizione con la Germania, sentita di certo meno pericolosa quando ci si sposta nella geopolitica. A Berlino l’Europa consente invece di gestire il processo di redistribuzione delle risorse a proprio vantaggio e apre le porte del gigantesco mercato continentale.

Sono in molti a violare apertamente i principi su cui è stata costruita l’Unione. Pochi giorni fa la Danimarca ha varato una legislazione sulle migrazioni che di fatto impedisce l’ingresso nel paese, in spregio al principio della redistribuzione. Quanto sancito nella Macroeconomic imbalance procedure, le “regole economiche” dei paesi membri, non è stato rispettato da nessuno dei 27 membri dell’Unione negli ultimi 3 anni. Dei 14 punti indicati nel documento la Germania ne ha sforati 3: surplus commerciale troppo elevato, tasso di cambio reale e debito pubblico. E che dire dello stato di diritto, per come è interpretato dal clero brussellese? Qualsiasi cosa sia, è un qualcosa che in est Europa non è di casa. Di procedure di infrazione, tuttavia, si parla solo riguardo Italia e Grecia (e Cipro). Perché?

La risposta è semplice. Quella che si fa ai tavoli europei è una guerra di posizione. Non è importante rispettare pedissequamente le regole, ma occupare posizioni e stringere legami con gli altri membri in modo da essere il meno ricattabili possibile e poter a propria volta trattare da condizioni vantaggiose. Che la leva utilizzata sia di tipo geopolitico o economico cambia poco. Per stare in Europa serve andarci con in mente l’idea di perseguire l’interesse nazionale. Al contrario, l’Italia si muove sulla direttiva di un non meglio precisato interesse europeo. Soluzione autistica che ci lascia nella congiuntura peggiore sia nel caso di maggiore integrazione che di improvvisa disgregazione. Che fare dunque?

All’Italia serve l’Europa: aspetti sottili

Se dovessimo tracciare delle linee guida per il rilancio di un paese, il nostro, al limite dello sbando, dovremmo sicuramente partire dalla ragione di esistere dello stesso. L’Italia non vede la luce in fondo al tunnel a causa di gravi carenze strutturali, ma anche per l’assenza di un mito in grado di mobilitare la propria collettività e spingerla a soffrire per l’interesse nazionale. Mancanza dolorosamente manifesta e percepita anche dai partner con cui la Penisola si trova a trattare di volta in volta.

Rilancio del mito fondativo dunque, ma non in senso revanscista. Per quanto in maniera più attenuata rispetto alla Germania, l’Italia porta nella psiche le ferite della stessa guerra persa, a cui aggiunge quelle di una sanguinosa guerra civile. La strada di una nuova mistica espressamente nazionalista – diciamo “alla turca” – non è praticabile perché troppo divisiva. C’è bisogno di attingere a pieni mani da quel patrimonio mitico europeo di cui sopra. Farsi alfieri dell’essere europei – Europeness direbbero gli Americani – all’estero, riscoprendo e riscolpendo le grandi figure che portarono l’Italia in Europa e l’Europa nel mondo. Esperienze di cui la nostra storia abbonda: da Federico II a Cristoforo Colombo, dall’epopea delle Repubbliche marinare ad una nuova declinazione dei fasti della classicità in chiave europea – allo stesso modo di come la Francia rilegge l’esperienza imperiale di Napoleone.

Condizione indispensabile ad una rinascita strategica (che pure richiede enormi sacrifici di carattere fattuale), un nuovo volto di potenza europea permette di donare alla gente di casa una ragione per cui esistere e soffrire, ma non solo. Imparando da Parigi, la comune appartenenza europea è una carta da giocare nella mobilitazione di alleati strategici – in maniera simile a quanto fatto da Emanuel Macron in funzione anti-turca con la Grecia nel 2020 – e per affascinare quei paesi che per qualche motivo vogliono entrare nel decadente club del Vecchio Continente. Insomma, ricordarsi del nostro ruolo nell’avventura storica europea e rivendicarlo con forza, notificare a Bruxelles “l’Europa è anche nostra” e al resto del mondo che si è in grado di concepire un messaggio universale come quello europeo – sempre nel piccolo che ci compete, senza pensare ad una fantasiosa egemonia o ad una piena sovranità al di là del dominio americano.

All’Italia serve l’Europa: ragioni pratiche

Ma l’Italia ha bisogno dell’Europa anche per ragioni di ordine pratico. L’export italiano rappresentava nel 2019 il 32% del Pil e nonostante lo scadimento industriale il paese mantiene una forte vocazione manifatturiera. Si tratta di prodotti ad alto valore aggiunto che necessitano di mercati ampi e soprattutto ricchi. Il mercato unico è ad oggi indispensabile al Paese per sopravvivere. Ancora di più se si pensa che una quota non trascurabile di quel commercio è diretto in Germania (14%) e che l’apparato industriale del Nord Italia è perfettamente integrato nelle catene del valore tedesche. L’ipotesi di abbandonare la costruzione comunitaria viene definitivamente accantonata dall’emissione del Recovery. Sia perché quei 190 miliardi di euro rappresentano forse l’ultima possibilità di portare il paese ad uno standard di efficienza occidentale, sia perché circa 120 di questi rappresentano prestiti da restituire.

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L’interscambio Germania-Italia

La permanenza all’interno dell’Unione mette inoltre al riparo da eventuali attacchi speculativi monetari – come accaduto nel 1992 alla lira e alla sterlina e come accaduto recentemente ai danni della Turchia. Da sottolineare inoltre che il mercato unico permette un potere contrattuale maggiore con i partner non UE, meno incentivati ad adottare misure protezionistiche quando dall’altra parte la massa critica commerciale è infinitamente maggiore. In un periodo come quello odierno, orientato sempre di più alla regolamentazione, su impulso politico, della globalizzazione le nazioni esportatrici vivono una fase di particolare fragilità (che si aggiunge alla crisi delle materie prime).

Infine, per quanto la politica estera comune sia ancora una chimera, la sua semplice esistenza sulla carta permette di “manovrare” l’indirizzo, almeno a parole, del posizionamento geopolitico dell’UE. In una situazione di crescente ostilità della Turchia, in presenza magari di un casus belli palese, anche le nazioni più vicine ad Ankara come la Germania o l’Ungheria sarebbero costrette a dichiararsi a favore delle istanze italiana. Questo non vuol dire che ci sarebbe un reale supporto, ma contribuirebbe ad accumulare credibilità e “ragione” internazionale.

Breve vademecum dell’Europa italiana

Di seguito un breve elenco, per sommi capi, di come tornare a muoversi in Europa:

Mentalità: condizione imprescindibile. L’Italia deve inquadrare lucidamente l’assetto europeo. L’Europa prosegue pigramente sulla via dell’integrazione ma resta un forum di incontro di interessi particolari. C’è necessità di oscillare tra vocazione nazionale e promozione dell’integrazione in base alla convenienza del momento. Che i rappresentanti, specie quelli del governo nazionale (gli unici a contare in Europa) ragionino in ottica politica e non partitica almeno ai tavoli brussellesi.

Il fattore Draghi: bisogna massimizzare l’efficacia del fattore Draghi. L’Italia soffre da sempre nell’interfacciarsi con l’Europa la mancanza di leader politici credibili e soprattutto fedeli al progetto europeo. Mario Draghi è invece riconosciuto universalmente come il salvatore dell’euro, gode delle simpatie francesi e dell’austero rispetto dei Tedeschi. L’immagine di un paese è anche quello dei suoi leader e fino a che a Palazzo Chigi siederà l’ex governatore della BCE l’Italia potrà raccontarsi al mondo come paese credibile ed efficiente – congiuntura segnalata anche da un editoriale del New York Times dal titolo “Come Mario Draghi sta trasformando l’Italia in un power player in Europa”. La data, aprile 2021, appena 60 giorni dopo la fiducia al suo governo, è curiosa perché il brevissimo lasso dall’insediamento impediva un qualsiasi tipo di cambio di assetto in Europa. Potere della narrativa.

Il triangolo: con il Brexit i rapporti di forza interni dell’Unione sono cambiati, a tutto vantaggio di Berlino. La sproporzione in termini di massa critica tra Francia e Germania è sul punto di far saltare il fantomatico “asse del Reno” perché i Francesi non sono più in grado di porsi come pari di fronte alla Locomotiva d’Europa. L’Italia deve sfruttare il vuoto lasciato da Londra per accreditarsi come terzo vertice del triangolo europeo. Per farlo deve cedere alla avances francesi e tradurre in atto il tratto del Quirinale sulla cooperazione franco-italiana, specie nel settore industriale.

Nel pratico: come ha scritto su Limes Pierre-Emmanuel Thomann, si tratta di fare asse contro l’ortodossia monetaria tedesca e guadagnare più posizioni possibili in termini di sospensione/rivoluzione delle regole di bilancio, accarezzando l’idea (quasi impossibile) della mutualizzazione del debito – scenario tra l’altro paventato dallo stesso Premier nel suo discorso di insediamento. Un nuovo – per quanto liquido – asse Roma Parigi che potrebbe acquisire competitività grazie alla cooperazione in alcune aree come intelligenza artificiale, aerospazio e comparto militare. Entrambi i paesi hanno necessità di farlo e ci sono buone basi – ad esempio il programma spaziale commerciale Vega-Ariane – ma si impone un sforzo disumano per superare la differenza di visione su quasi tutti i dossier mediterranei. Forse, nel contrasto duro con la Turchia e nel supporto a Grecia e Cipro, si può trovare un sottile margine di cooperazione

Esistenza strategica: per acquisire influenza in Europa l’Italia deve farsi promotrice di patti e coalizioni variabili, interne all’infrastruttura comunitaria, con un occhio particolare ai Balcani e ai paesi Mediterranei, cruciali tra l’altro per gestire l’emergenza migratoria – volontà anche queste esplicitate nel discorso di Super Mario. Bisogna poi accreditarsi come referenti e motori pulsanti di alcune iniziative europee. Quelle innanzitutto legate alla questione migrazioni e alla sicurezza del mare, come quelle antipirateria (Atlanta) e per il rispetto dell’embargo in Libia (Irini). Assumere un ruolo importante in queste missioni e contemporaneamente donare loro un’impostazione più muscolare (anche a costo di qualche tirata di orecchie) potrebbe trascinare l’intera costruzione verso lidi più geopolitici. Contemporaneamente cominciare a esistere anche fuori dall’Unione Europea, tramite iniziative personali o legate a coalizioni a geometria variabile. Senza minacciare di far saltare il banco, ma perchè sia chiaro che la sopravvivenza del paese non dipende dalla permanenza nella Comunità. 

Spero che questo approfondimento vi sia piaciuto. Per una volta, più che un’analisi oggettiva, vi abbiamo voluto dare una chiave di lettura, che parte da dati oggettivi ma ovviamente è legata all’opinione dell’autore. 

Francesco Dalmazio Casini

  1. Anton

    Io mi domando: di che tipo è il bagaglio culturale dell’attuale classe dirigente europea? E questa stessa classe dirigente, che visione del mondo possiede? Ancora: chi è che, realmente, si occupa di selezionare le persone da mandare a Bruxelles e in base a quali parametri? E detti selezionatori, a loro volta, che tipo di formazione spirituale, culturale e politica hanno?

    Nella rubrica “Alzo zero”, un recente intervento della redazione di KE metteva in guardia dai finti europeisti: ebbene, io credo che l’intiero ambiente UE sia zeppo, non solo di finti europeisti, ma proprio di “quinte colonne” anti-europee.

    Il problema è sempre lo stesso: formare classe dirigente di alto livello, preparata, integerrima e agguerrita. Se pensiamo che, durante questi ultimi anni, al Parlamento Europeo, la maggior parte degli Stati ha mandato i suoi migliori (o quasi) elementi mentre l’Italia è stata rappresentata da Iva Zanicchi, viene quasi da farsi prendere dallo sconforto…

    Il dottore Casini, nel suo articolo parla della necessità di “farsi alfieri dell’essere europei”; io penso che un altro grave problema sia dato proprio dalla totale confusione riguardo al concetto dell’essere europei: Tradizione o progressismo? Spiritualità o laicità? Forse che l’economia dovrebbe essere il destino di noi europei? E quale dovrebbe essere il modello ideale per la rinascente Europa? Alcuni (parecchi, bisogna ammetterlo) indicano il terzetto composto da USA, UK e Israele; altri vedono un modello in Russia e/o Cina. Una cosa del genere accade perché non si sa più cosa sia l’Europa. E senza una dottrina chiara e precisa in merito nulla potrà mai essere fatto.

  2. Giancarlo

    Lo stesso ragionamento si potrebbe applicare alle classi dirigenti italiane da 70 anni a questa parte.Il problema è cogliere la dinamica in atto…le classi dirigenti europee sono quelle degli Stati membri non una classe dirigente europea. Comunque si applichi la logica leninista…sono dei Kere sky…alle avanguardie europee il compito di farsi nuove classi dirigenti che sostituiscano le attuali.

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