EUROPANAZIONE

ESTERI E GEOPOLITICA

ELEZIONI IN IRAN: LA PERSIA ALLA PROVA DEL “TRIPLO SHOCK”

Le prossime elezioni iraniane del 18 Giugno saranno un testa a testa tra le Destre del paese: chi vincerà determinerà il futuro dell’intero Medio Oriente

FONTE: https://www.progettoprometeo.it/elezioni-in-iran-la-persia-alla-prova-del-triplo-shock/

A giugno la popolazione della Repubblica Islamica d’Iran dovrà votare il successore dell’uscente Hassan Rouhani, esponente della coalizione Riformatrice. Secondo gran parte degli osservatori lo scontro politico per la presidenza sarà una corsa a due tra il “Principalista” Ali Larijani, già speaker del parlamento, e il “Rivoluzionario” Ebrahim Raisi, già Capo della Giustizia. Si preannuncia quindi un testa a testa tutto interno ai partiti conservatori del paese dopo i pessimi risultati, sia di politica interna che esterna, ottenuti dall’attuale presidente.

Ad influire negativamente sulla posizione dei partiti riformisti concorrono una serie di cause, alcune delle quali non direttamente collegate con l’operato del presidente Rouhani. Il cosiddetto “triplo shock” gioca sicuramente un ruolo fondamentale nel complicare la situazione dei moderati, così come l’impossibilità di trovare un valido candidato che vada a sostituire il presidente uscente, che non può essere rieletto. Si prevede anche un basso afflusso alle urne dovuto all’attuale situazione interna del paese, ancora parzialmente scosso dall’epidemia da COVID-19, che avvantaggia notevolmente le coalizioni conservatrici. Con la ripresa del dialogo diplomatico a Vienna, e la prospettiva di un rientro nel JCPOA da parte iraniana, le elezioni acquisiscono tutto il peso di un referendum sulla natura stessa della Repubblica.

Molti dei candidati dei partiti conservatori hanno annunciato di voler rinunciare a concorrere per le elezioni nel caso di una candidatura di Ebrahim Raisi, puntualmente avvenuta, che si può definire il favorito di questa sfida tutta a destra per la presidenza. Se il partito riformatore non riuscirà a riunirsi in una politica coerente e in un fronte compatto, proponendo un candidato che possa competere con quelli dei conservatori, si preannuncia all’orizzonte una sconfitta come quella subita nel 2005 con la vittoria di Mahmud Ahmadinejad. Senza una candidatura plausibile da parte riformatrice e una forte affluenza alle urne la vittoria di uno dei due candidati maggiori della “destra” iraniana rischia di far presagire un Iran molto più bellicoso nei prossimi anni, sulla falsariga dei due governi Ahmadinejad e decisamente in linea con le idee della Guida Suprema Khamenei.

Le “Fazioni” della politica iraniana

In Iran sono presenti più di duecento associazioni, partiti politici e movimenti che variano notevolmente in ampiezza e complessità organizzativa. Di questi sono circa una ventina quelli più strutturati e che partecipano in maniera più attiva alla vita politica del paese, prendendo il maggior numero di seggi in parlamento e proponendo i candidati presidenti. A loro volta questi partiti si raggruppano in tre grandi “coalizioni”: i cosiddetti conservatori-moderati, autonominati “Riformisti”; i conservatori tradizionalisti o “Principalisti”; i radicali o, come li definì lo stesso Ahmadinejad, i “Rivoluzionari”. Come si può vedere in Iran i partiti oscillano per lo più tutti nell’ala del centro e della destra dello spettro politico.

I conservatori-moderati rappresentano il centro-destra della politica nazionale e tendono a privilegiare toni meno militaristi, più propensi all’engagement attivo nella politica estera, più inclini ad aperture verso l’occidente e a politiche liberiste in campo economico. Sono favorevoli, in linea di massima, alla libera iniziativa economica e alle privatizzazioni e sono particolarmente sensibili ad una visione meno stringente dei precetti islamici in campo sociale. I partiti moderati vengono generalmente recepiti come la meno aggressiva delle compagini politiche e vantano una solida base di sostegno tra la classe media, i bazaari (la classe dei piccoli mercanti), e gran parte della “tecnocrazia” iraniana.

I conservatori tradizionalisti rappresentano la destra propriamente detta, favorevoli ad una politica economica di stampo liberista e alle iniziative economiche private. Differiscono dai moderati per la forte adesione ai precetti della rivoluzione e per la generale tendenza al mantenimento della pressione islamista sulla società. In politica estera sostengono spesso una politica oppositiva all’occidente ma con toni meno militaristi rispetto ai radicali. La loro base di consenso sono i bazaarie una ristretta fascia della classe media più sensibile ai precetti islamici e in generale più conservatrice in campo sociale.

I radicali rappresentano potenzialmente l’estrema destra dello spettro politico e sono la coalizione più vicina ai precetti originari del pensiero della Guida Suprema Khomeini. Vengono spesso rappresentati come la coalizione dell’immobilismo e della fermezza, ancorata strenuamente ad una visione letterale dei precetti islamici, specialmente in campo sociale. In campo economico si potrebbero definire “dirigisti” per la centralità che pongono sul controllo statale e al settore pubblico, mentre in campo sociale rappresentano gli ultraconservatori, fermamente contrari ad una “rilassatezza dei costumi” che rischia di minare le fondamenta della Repubblica. In campo estero sono i più “muscolari”, professando una forte opposizione all’Occidente e la continuazione della rivoluzione iniziata in Iran nel 1979 anche al di fuori dei confini nazionali. La loro base elettorale sono i membri della Sepah-e Pasdaran, i burocrati di medio-alto livello e gran parte della classe più alta della società.

Il “Triplo Shock” e la crisi dei moderati

Negli ultimi due anni la fazione moderata e il suo presidente, Hassan Rouhani, hanno subito una serie di pesanti battute d’arresto che compromettono in maniera probabilmente letale la possibilità di ottenere una vittoria alle prossime elezioni. Dal fallimento del progetto del JCPOA alla sconfitta subita nelle elezioni parlamentari del 2020, dove hanno vinto con ampio margine i radicali, la coalizione sembra sempre più incapace di gestire l’attuale situazione interna ed esterna del paese.

La difficoltà della coalizione è palese fin da quando, nel 2019, il Ministro degli Esteri Mohammad Javar Zarif minacciò le dimissioni per protesta contro le ingerenze dei Pasdaran nella gestione del dossier siriano. Tuttavia, non tutte le crisi attualmente in corso nel paese sono imputabili alla gestione dell’Esecutivo.

Il cosiddetto “triplo shock” che sta investendo il paese a livello economico, sanitario ed internazionale, è il frutto di contingenze difficilmente gestibili piuttosto che dell’incapacità del Presidente Rouhani. La crisi pandemica ha inflitto forti danni al sistema sanitario iraniano con più di 70.000 morti e quasi 3 milioni di casi, e tutto durante una delle più grandi crisi economiche vissute dal paese dalla rivoluzione. La decisione dell’ex Presidente americano Trump di uscire unilateralmente dagli accordi sul nucleare iraniano e di reintrodurre le sanzioni che colpivano il paese ha ulteriormente complicato e ridotto la capacità di azione del Presidente Rouhani, spalancando di fatto le porte all’opposizione radicale e militarista.

Nell’anno fiscale 2019-20 il pil iraniano è sceso del 6.9% con un crollo del settore petrolifero di quasi il 40%, il tutto quasi esclusivamente dovuto al crollo del prezzo del petrolio e alla rinnovata difficoltà di vendita di una risorsa che è puntualmente colpita dalle sanzioni USA. L’agenda politica dei moderati prevedeva di ricostruire l’intera impalcatura economica del paese, tendando di renderlo sempre meno dipendente dalle risorse energetiche e dalla loro vendita e rendendo più efficiente quell’economia di resistenzache ha permesso al paese di sopravvivere anche sotto pesanti sanzioni. Tuttavia, la misera crescita del settore non petrolifero nello stesso periodo, pari al 1.1%, non è riuscita neanche lontanamente a compensare le perdite segnando così il fallimento della politica di Rouhani in campo economico.

Oltre alla drammatica perdita dovuta ai quasi 50 miliardi di dollari di deficit sul bilancio a causa del calo del prezzo del petrolio, l’epidemia da COVID-19 ha inferto un duro colpo al comparto non-oil del paese. Al mese di giugno 2020 1,5 milioni di persone avevano perso il lavoro a causa delle restrizioni messe in atto per contrastare la pandemia, provocando una contrazione degli scambi in questo settore, su base annua, del 30%. L’aumento dell’inflazione, che ha toccato punte del +30% e la svalutazione del rial, -49% rispetto al dollaro, hanno inflitto un durissimo colpo alla tenuta sociale del paese, facendo persino temere forti movimenti di protesta e rivolte sociali. Di tutto ciò è stato, ovviamente, incolpato il governo moderato, che ha visto di conseguenza ridotto il sostegno della classe media e dei commercianti, particolarmente colpiti dall’ondata di generale impoverimento.

Lo “Scontro a destra” e la futura politica estera

In Iran per poter essere ammessi come candidati presidenti bisogna prima passare al vaglio del “Consiglio dei Guardiani”, una sorta di Corte costituzionale composta da 12 membri, metà dei quali ad elezione diretta della Guida Suprema e metà nominati dal potere giudiziario e confermati dal parlamento. Per le elezioni di giugno sono state presentate circa 600 candidature, di cui 40 donne, ma è molto probabile che il numero degli effettivi candidati che correranno per la presidenza sarà notevolmente più basso. Questo senza considerare eventuali rinunce da parte dei candidati radicali che hanno dichiarato di voler lasciare spazio ad Ebrahim Raisi, probabilmente il più autorevole tra quelli della coalizione.

Le elezioni saranno inevitabilmente l’indice di un cambio di rotta per la politica iraniana, specialmente nell’eventualità, molto probabile, di una sconfitta moderata. Come si è detto i radicali tenteranno d’impostare, in caso di vittoria, una politica molto più assertiva e muscolare verso l’Occidente, sostanzialmente ricalcando le volontà dei potentissimi Sepah-e Pasdaran.

Da un governo di questo tipo c’è da aspettarsi anche un parziale dietrofront rispetto alle politiche di liberalizzazione economica messe in atto dall’uscente esecutivo, con un forte ritorno a politiche centraliste e dirigiste. Tuttavia, un eventuale vittoria radicale limiterebbe il grado di conflittualità interna tra le varie istituzioni del paese, specialmente nella dialettica Ministro degli Esteri-Pasdaran, il che potrebbe giovare alla tenuta dell’infrastruttura statale. Non ci sono dubbi che questo porterebbe comunque ad un aumento del livello di bellicosità iraniana percepito dagli altri stati del Medio Oriente, in particolar modo dall’Arabia Saudita.

Nel caso di una vittoria di Ali Larijani, o di un altro candidato tradizionalista, la politica iraniana verso l’esterno subirebbe uno shift su toni più assertivi  ma è ragionevole aspettarsi una minore tendenza a dimostrazioni muscolari o militariste. In politica interna le riforme dei moderati non subirebbero lo stesso trattamento “distruttivo” che gli riserverebbero i radicali, ma verrebbero probabilmente rivisitate o attenuate. Inevitabilmente la figura della Guida Suprema risulterebbe molto più influente sulle scelte del Presidente e decisamente più presente nella vita politica del parlamento, senza necessariamente raggiungere i livelli dei governi Ahmadinejad. Per la ripresa delle trattative di Vienna un governo di stampo tradizionalista non rappresenta necessariamente una minaccia, ma sicuramente complicherebbe l’intero processo. Ciononostante, visto il crollo rovinoso della coalizione moderata, una vittoria dei tradizionalisti è il migliore degli scenari possibili per una soluzione pacifica della disputa sul nucleare e per una normalizzazione dei rapporti tra Iran e USA.

Sebbene vi siano tutti i presupposti per una corsa solitaria delle Destre iraniane a questo round elettorale, è impossibile esser certi della sconfitta dei moderati, la coalizione che ha governato l’Iran per gran parte degli anni dalla nascita della Repubblica. Non c’è dubbio che chiunque vinca le elezioni si troverà a dover fare i conti con un paese profondamente in crisi, in bilico su troppi fronti, esterni ed interni, e alle prese con una rovinosa crisi economica. Difficilmente, anche in caso di vittoria radicale, vedremo di nuovo un governo sulla falsariga dei governi Ahmadinejad, in parte per le mutate condizioni economiche e sociali del paese, in parte per il diverso background del principale candidato. In ogni caso l’Iran si trova alle porte del più importante periodo della sua storia recente che potrebbe rappresentare la rinascita del paese o il suo definitivo declino.

Il 18 giugno si deciderà il corso non solo di uno dei più influenti paesi del Medio Oriente, ma anche di gran parte della politica strategica Occidentale nella regione.

Leonardo Venanzoni

Lascia una risposta