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MARCELLO DE ANGELIS: AL MONDO SERVE RIVOLUZIONE CONSERVATRICE

Oggi abbiamo bisogno tutti di una rivoluzione che ci restituisca le certezze che sono state dei nostri genitori e dei nostri nonni e delle generazioni precedenti. Ci restituisca ciò che hanno costruito e conquistato col sudore e con il sangue per consegnarlo a noi, che oggi ce lo siamo fatto portare via.

FONTE:  https://www.lavocedelpatriota.it/lintervista-marcello-de-angelis-al-mondo-serve-rivoluzione-conservatrice/

Marcello De Angelis è un politico, giornalista, saggista e anche noto cantautore molto apprezzato negli ambienti della destra da generazioni. Abbiamo parlato con lui dei temi più caldi dell’attualità politica, spaziando dalla dittatura del politicamente corretto alla rivoluzione conservatrice.

De Angelis è citato da Giorgia Meloni nel suo libro “Io sono Giorgia”, campione di vendite  in classifica da due settimane, attualmente al primo posto come vero e proprio bestseller.

“Ovviamente mi ha fatto molto piacere che Giorgia mi abbia menzionato nel suo libro. E’ stata una citazione molto delicata”. Ci ha subito detto De Angelis prima di passare ad analizzare l’attualità politica. Ecco cosa ci siamo detti.

Parliamo di censura e politicamente corretto. Gli esempi sono tanti, si va dall’espulsione di Trump dai social network alle insidie contenute nel testo del DDL Zan. Nel mezzo tanti piccoli e grandi episodi di negazione della libertà di espressione. E’ solo un caso che queste forme di censura colpiscano a senso unico andando a punire il pensiero di destra, tradizionalista, cattolico-conservatore?

Quest’epoca ha raggiunto l’apice della tecnica di controllo e di limitazione della libertà d’espressione nella storia dell’umanità. Nessuno ha mai avuto prima i mezzi per controllare il flusso di idee in contemporanea in tutto il mondo. Anche durante le peggiori persecuzioni c’è sempre stata una possibilità di trovare riparo e rifugiarsi altrove, di sottrarsi all’inquisizione. Ora è impossibile. Quello che dobbiamo capire è che non stiamo vivendo una condizione di potenziale pericolo: è già successo e la situazione può solo peggiorare, con nuove norme, nuove leggi, nuovi divieti.

Come per i cambiamenti climatici, quello che poteva accadere è già accaduto: siamo nella fase dell’adattamento e della riduzione del rischio, dove è possibile. Ovviamente non basta. Dovremmo lanciare la fase ulteriore, quella della resistenza organizzata, a partire da un de-lavaggio del cervello di cui, inconsapevolmente, anche i più refrattari sono stati vittime. Usiamo le parole che ci impongono e dimentichiamo le parole che ci vengono vietate per cancellare le idee che quei vocaboli veicolavano. Non sappiamo più da dove veniamo e cosa ci ha portato a questo punto. Eppure tutto ha avuto inizio in un momento preciso, segue una strategia chiarissima, ha un fine dichiarato e viene realizzato da persone ben identificabili…

Inoltre dilaga la Cancel Culture. Altra tendenza d’oltreoceano che ha già visto alcuni fenomeni di importazione in Europa e in Italia. Si abbattono statue e non solo quelle (c’è tutta una scia di strani incidenti accaduti alle chiese in Francia ad esempio), adottando una visione ideologica e antistorica di tutto ciò che si è costruito nel passato.

Anche le storie delle persone sono dei simboli e degli strumenti per veicolare idee e visioni. Quindi, chi vuole il dominio totale sulle menti e sulle anime, rade al suolo e cancella ogni singola cosa che possa tenere vivo il ricordo delle esperienze, delle idee e delle visioni che esistevano prima. E non lo fanno solo con personalità del passato, oggi rischia la damnatio memoriae anche chi è ancora in vita.

Era inimmaginabile, fino a pochi anni fa, che qualcuno, anonimo e impersonale, potesse decidere da un giorno all’altro di vietare e cancellare memorie coltivate e celebrate da secoli. Ora succede, e diventa legittimo o addirittura obbligatorio, nel giro di poche settimane, adeguarsi.

Lo stesso, come dicevamo, avviene con le parole: spariscono le precedenti e diventano obbligatorie quelle nuove nel giro di pochi mesi, cancellando termini e concetti che sono stati generati dalla vita vissuta dei popoli attraverso secoli e millenni.

Veniamo al Conservatorismo. Di recente, sul nostro giornale, abbiamo scritto che il conservatorismo può essere una nuova filosofia politica della destra, anche alla luce del dibattito che questa teoria sta alimentando su testate e siti di tutto il mondo dove si sostiene che il conservatorismo debba aspirare a diventare egemonico o almeno cercare di resistere per frenare l’offensiva del progressismo. 

Nuova filosofia non credo proprio. Non c’è nulla di nuovo nel conservatorismo. Ma questo è positivo: è una filosofia antica, soprattutto se per filosofia si intende non un puro astrattismo ma un modo di vivere, un modo di stare al mondo. Il senso lessicale della conservazione non è l’opposto del progresso, o del rinnovamento, è piuttosto l’opposto di disperdere, smarrire, gettare via ciò che è importante o si è dimostrato utile. Ciò che è sacro, che è stato coltivato e vale la pena di continuare a coltivare. Ma anche, pragmaticamente, quello che ha sempre funzionato e ancora funziona. Il conservatorismo è l’atteggiamento del genitore che si premura di conservare la salute dei figli e si assicura di conservare quello che in futuro sarà loro utile e necessario. Si conserva la speranza, anche quando sembra che vada tutto storto. Si conservano gli insegnamenti di chi ci ha preceduto e ha più esperienza di noi, si conserva il rispetto delle persone e delle cose. Si conservano i ricordi e i simboli che tengono in vita quei ricordi.

Quando Giorgia Meloni ha indicato la via del conservatorismo, ancor prima di diventare leader dei conservatori europei, qualcuno si è interrogato ponendo il legittimo dubbio se fosse davvero quella la strada giusta per FDI come partito erede della storia della destra italiana. Una destra che non potrebbe essere conservatrice perchè ha nelle sue radici l’aspirazione nazional-rivoluzionaria. 

Il conservatorismo non è certo l’incapacità di esigere o realizzare cambiamenti radicali: di fare rivoluzioni. Senza scomodare Moeller van den Bruck o la rivoluzione conservatrice tedesca, basta rileggersi (o leggere) Le riflessioni sulla rivoluzione in Francia di Edmund Burke per ricordare che ci sono, diceva lui, almeno due tipi di rivoluzioni: quella di chi tutto vuole distruggere, per sostituire quello che c’era con cose inventate di cui nessuno ha avuto esperienza e che potrebbero essere mostruose e quella di chi invece vuole restaurare, recuperare quello che è stato soppresso o sottratto: la legittimità, la giustizia, l’identità, tutto ciò di buono che c’era prima e che ci è stato portato via. Questa è una rivoluzione di cui oggi tutto il mondo ha più che mai bisogno. Una rivoluzione che non è ideologica e non parla di un mondo utopico. Questo non è dopotutto un ragionamento nuovo. Avevo cercato di svilupparlo nel 2017 nel mio libro Cosa significa oggi essere di destra? . In un momento in cui mi sembrava – e anche i sondaggi elettorali lo testimoniavano – che ci fosse una certa confusione sull’identità della destra italiana e su chi potesse rappresentarla. Oggi, è sotto gli occhi di tutti, le cose sono tornate nei binari e mi voglio illudere che, anche le mie riflessioni, in un momento in cui non erano scontate, abbiano dato un contributo.

Oggi è ancora possibile questa rivoluzione conservatrice?

Paradossalmente oggi abbiamo bisogno tutti di una rivoluzione che ci restituisca le certezze che sono state dei nostri genitori e dei nostri nonni e delle generazioni precedenti. Ci restituisca ciò che hanno costruito e conquistato col sudore e con il sangue per consegnarlo a noi, che oggi ce lo siamo fatto portare via. Abbiamo tutti, come scriveva Scruton, un disperato bisogno di normalità. Quella che ci stanno strappando di dosso come la pelle e che vogliono negare ai nostri figli. Per conservare queste cose vale la pena di fare la rivoluzione.

Ulderico de Laurentiis

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