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LE FLATULENZE CEREBRALI DI UN’ITALIA DI FOLLI

FONTE: https://electomagazine.it/le-flatulenze-cerebrali-di-unitalia-di-folli/

Un Paese di folli, l’Italia. Bugiardi, ignoranti, disonesti. Non tutti, ovviamente. Ma gli show offerti in questi giorni dal ceto dirigente di questo triste Stato sono davvero imbarazzanti, disgustosi. I sindacati strillano perché, con la fine del blocco dei licenziamenti, stimano in mezzo milione i posti di lavoro che si andranno a perdere entro la fine dell’anno. E, immediatamente, Emma Bonino chiede la regolarizzazione di mezzo milione di stranieri da immettere nel mondo del lavoro italiano, oltre ad aprire canali ufficiali per far arrivare altre decine di migliaia di stranieri ogni anno per poter fare concorrenza ai lavoratori italiani.

Fantastico. Ma è solo l’inizio. Le associazioni di categoria frignano perché non trovano giovani italiani disposti a lavorare per la stessa cifra, da fame, che ottengono con il reddito di cittadinanza, stando sdraiati sul divano. Poi, però, tutti ad applaudire ipocritamente quando i vertici dello Stato sostengono che ai giovani devono essere offerti lavori in linea con gli studi affrontati, con contratti stabili e retribuzioni decorose.

Ora le chiacchiere si spostano sul codice degli appalti, sulla deregulation, sulla sburocratizzazione. Tutti interventi sacrosanti, in un Paese diverso dall’Italia. Lo scempio della costa Ligure, solo per fare un esempio di un territorio non alle prese con la criminalità organizzata, dimostra ampiamente come la mano libera agli imprenditori porti alla devastazione dell’ambiente. E la ripresa degli incidenti sul lavoro, non appena riaperti i cantieri, non rassicura in vista di un allentamento delle regole e dei controlli.

È vero che l’ottusa burocrazia italiana ha creato regole che non garantiscono sicurezza ma solo la produzione di quintali di carte inutili. Ma eliminare i controlli e le regole porta solo a nuove stragi. Non solo nei cantieri ma anche nelle fabbriche, nelle campagne. Il profitto ha ucciso 43 persone sul ponte Morandi, il profitto ha ucciso 14 persone sul Mottarone, il profitto ha ucciso la giovane donna nella fabbrica di Prato.

Però, in un Paese normale, i sindacati non chiederebbero una proroga dopo l’altra per salvaguardare posti di lavoro decotti e del tutto superflui. Ma chiederebbero nuovi lavori per chi viene licenziato. In un Paese normale i politici non farebbero a gara nel baciare la pantofola ad un’associazione di industriali sempre più raramente capaci e lungimiranti, ma si ingegnerebbero per creare le condizioni per far crescere una generazione di nuovi imprenditori finalmente competenti e coraggiosi, dinamici ed innovativi.

In un Paese normale i politici della parte avversa non impiegherebbero il tempo per accaparrarsi i miliardi dell’Enasarco, scippandoli agli agenti di commercio per destinarli agli investimenti sbagliati degli amici degli amici.

Forse sono gli effetti della psichiatria basagliana, della scuola fallimentare, del permissivismo per nascondere l’incapacità, della tv come oppio dei popoli, del pensiero unico obbligatorio che non è un pensiero ma solo una flatulenza cerebrale. Ciascuno può scegliere le cause e le responsabilità che ritiene più adatte. Ma, di sicuro, su queste basi la ripresa sarà di brevissima durata e totalmente priva di prospettive.

Augusto Grandi

  1. Anton

    « […] Le associazioni di categoria frignano perché non trovano giovani italiani disposti a lavorare per la stessa cifra, da fame, che ottengono con il reddito di cittadinanza […] »

    Non è tanto la “cifra da fame” a respingere i giovani dal fare determinati lavori (che, certo, rappresenta un fattore importante), quanto gli orari di lavoro, ormai diventati disumani.

    Adesso “turnazione” non significa più alternanza di diversi operai ai turni (cicli) di lavoro con le stesse mansioni durante l’arco della giornata ma che la giornata lavorativa è composta da più turni – anche tre, generalmente – da coprirsi dallo stesso operaio che, quindi, si trova a dover lavorare la mattina, il pomeriggio, la sera e la notte. Un buon esempio è dato dal settore alberghiero e/o della ristorazione: il personale è al lavoro tutto il santo giorno con – a parte i ca. venti minuti dedicati al pranzo del personale – giusto una/due orette di pausa tra il turno pomeridiano e quello serale che, generalmente, riprende intorno alle 19:00 per chiudersi (almeno, sino a due anni fa era così) intorno alle 02:00/02:30 del mattino, specialmente in “alta stagione”. E tra le 09:00 e le 10:00 si ricomincia (ma in albergo, al mattino, ci sono anche da preparare e servire le colazioni!)… e sono sempre gli stessi, non c’è ricambio.

    Condizioni simili, purtroppo, si manifestano ogni anno di più anche in altri settori lavorativi, sempre più duri e “cinesizzati”. Conosco magazzinieri il cui orario di lavoro “normale” è composto da dieci ore al giorno e ci sono persone che di ore di ufficio quotidiane, se fanno anche tredici… E’ scontato il fatto che i giovani fuggano da queste situazioni.

    Sarà banale ripeterlo, d’accordo, ma ormai si tratta del classico “vivere per lavorare” e non più del contrario. Ammesso che il lavoro ci sia, ovvio. E anche questo non è, forse, un fattore di ricatto sociale?

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