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OLTRE L’ULTIMO RETTILINEO

Addio a Max Mosley e ad un mondo che riservava non poche sorprese

FONTE:  http://www.noreporter.org/index.php/storiaasorte/27771-oltre-lultimo-rettilineo

All’età di 81 anni se n’è andato anche Max Mosley. Fosse vissuto nell’antichità sarebbe stato onorato a lungo. Presidente della FISA e poi della FIA, perciò altissimo dirigente mondiale della Formula Uno, nel 2008, a sessantotto anni, fu oggetto di scandalo per delle feste sessuali con corredo nazionalsocialista. Un modo per celebrare con allegria i fasti di famiglia e anche un inno alla vita proprio ad altre età e ad altre genti.

Oswald e Diana Mosley

Aveva un’eredità difficile da portare sulle spalle in quel Regno Unito che aveva scatenato una guerra mondiale contro i popoli che volevano liberarsi dal colonialismo. Il padre, Oswald, nobile laburista, aveva fondato il fascismo inglese. Quando nacque Max, suo padre e sua madre Diana Mitford, erano agli arresti. Il dopoguerra sarebbe stato complicato e la fierezza della coppia l’avrebbe reso più difficile ancora. Per via dell’alto lignaggio vennero riammessi a corte ma Diana si presentò con al petto una svastica di brillanti ricevuta in omaggio da Adolf Hitler. 

La coppia, che finanziava regolarmente il Movimento dell’Unione, nuovo nome dell’Unione Britannica dei Fascisti, prese a vivere tra Londra e Parigi dove Diana morì nel 2003 mentre Oswald Mosley si era spento ad Orsay, sempre in Francia, nel 1980.

Il legame non soltanto affettivo con i genitori fu saldo. Gira in rete una vecchia foto in bianco e nero nella quale un giovane Max malmenerebbe in una zuffa uno dei contestatori antifascisti di suo padre. Ventenne e un tantino discriminato, si mise a correre in Formula Due e poi rimase in quell’ambiente.

Lo sport nobilitato

Nel dopoguerra ai fascisti erano praticamente interdetti il giornalismo classico e la cultura, sicché, per inevitabile ripiego, moltissimi degli scrittori e dei commentatori sportivi vennero espressi da quel mondo. Uomini di alta qualità si adattarono al ruolo e, per indiscutibili capacità, lo nobilitarono, tant’è che per un buon ventennio il giornalismo sportivo espresse qualità non inferiori, in molti casi anche superiori, a quelle dei quotidiani d’opinione.

Il pugilato e soprattutto il ciclismo furono oggetto del loro interesse, sia come commentatori che come atleti. In Belgio ancora negli anni sessanta c’era una rivalità accesissima tra due clan di ciclisti, uno legato alla Resistenza e l’altro alla Collaborazione.

Ai fascisti piacevano soprattutto le discipline in cui si rischia la vita e vi sono suggestioni superomiste. Ovviamente la Formula Uno.

La rivalità con Balestre

Max Mosley, figlio d’arte non pentito, non fu il solo.

Jean-Marie Balestre, l’uomo che verrà battuto nel 1993 proprio da Mosley alle elezioni per la presidenza che aveva detenuto dal 1985 succedendo al Principe Metternich, aveva i suoi scheletri nell’armadio, anzi all’aria aperta.

Durante la guerra, nel 1940, quando Mosley nasceva, aderì all’organizzazione Jeunes du Maréchal poi Jeune Front. Nel 1942 entrò nelle National Sozialistisches Kraftfahr Korps (NSKK, unità naziste di forze motorizzate). Il 18 novembre 1942 lanciò il giornale Jeune Force de France e collaborò a Devenir, giornale collegato alle SS francesi. Il 17 maggio 1943, passò all’Erstaztcommando de la S.S. (matricola 10.248). 

Nel giornale Devenir nel marzo 1944, in un articolo intitolato Les soldats du Führer scrisse : 

“I giovani francesi che hanno indossato l’uniforme delle Waffen SS, difendevano la loro bandiera e il loro prestigio; hanno abbracciato un ideale intransigente e appartennero a un Ordine che non si può abbandonare se non con la morte…  Essi sono soldati del Führer, sono soldati fanatici e leali ad Adolf Hitler che ha loro accordato per due volte il più grande degli onori. 

Firmato: Jean Balestre, SS Schütze.

Che derby, nel 1993, alla testa della Formula Uno!

Addio Max Mosley

che hai saputo vivere nelle pieghe di un mondo che iniziava ad avvolgersi su se stesso ma ancora non era così piatto, soffocante e destrutturato come ai giorni nostri!

Porta il nostro saluto a tuo padre e a tua madre che ci hanno insegnato che non sempre è stramaledetta l’Albione.

Gabriele Adinolfi

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