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IL COMUNICATO DI CASAGGI’ SULLA PALESTINA

Il conflitto israelo-palestinese, probabilmente, non avrà mai fine: trova sempre un nuovo inizio, trasmettendosi “con il latte delle madri”. È la storia di un sopruso compiuto ai danni di un popolo che si è visto sottrarre la terra e la dignità nell’indifferenza del mondo intero. È facile parlare di congetture geopolitiche, diritti divini, sistemi di governo e trattati di pace dal divano del proprio salotto: se perdi la casa e ti ritrovi a vivere in una tenda, cercando di ricordare il volto di un fratello ucciso e facendo la fila per mezzo litro d’acqua rancida, le elucubrazioni mentali stanno a zero.

Non è soltanto la resistenza del “sangue contro l’oro” e del “povero contro il ricco”: è la cronaca quotidiana di una colonizzazione inaccettabile e di uno sfruttamento compiuto in barba alle leggi internazionali e al senso del pudore. Questo è un fatto, rispetto al quale ciascuno sceglie la propria posizione: la nostra è stata ribadita attraverso lo studio dei libri, il confronto diretto con i protagonisti e i viaggi nei campi profughi palestinesi.

In queste ore, tuttavia, leggiamo dichiarazioni che ci fanno sorridere. A pronunciarle, sono certi “sovranisti” della domenica, la cui visione del mondo inizia e finisce con i selfie alla Nutella. Per questi “patrioti” a fasi alterne – che difendono la sovranità di Israele, ma tacciono sulla subalternità italiana – i palestinesi sono sempre degli orribili terroristi e Israele è sempre “sotto attacco”: chi obietta – ovviamente – è un “pericoloso antisemita”. Siamo nella stessa deriva liberticida del DDL Zan: se ti opponi, sei “omofobo”.

Il vittimismo di Tel Aviv, del resto, è molto efficace: focalizzare l’attenzione sui razzi di Hamas – che si infrangono sistematicamente conto lo scudo missilistico più sofisticato del mondo – mentre le offensive aeree, navali e di terra fanno a pezzi un territorio già occupato militarmente, dove i civili rispondono con le pietre. Le sirene delle città israeliane diventano il simbolo della paura, mentre le centinaia di morti palestinesi sono il giusto prezzo per “difendere la democrazia”. Ma i razzi di Hamas, in ogni caso, seguono l’irruzione israeliana sulla spianata delle moschee: se anche i 500 bombardamenti e il centinaio di morti nella striscia di Gaza fossero la rappresaglia per questi ultimi, saremmo comunque davanti ad una reazione sproporzionata.

Quando si scrive che “Israele è il baluardo dell’Occidente”, si afferma una sciocchezza: la causa palestinese – infatti – è nazionale prima che religiosa. Vi prendono parte anche molti cristiani. Negli ultimi decenni, tramontata la presenza dell’OLP, alcune delle formazioni palestinesi più attive sono afferenti al mondo islamico, che resta composito e variegato: tuttavia, la resistenza palestinese non ha niente a che vedere con il salafismo dell’Isis, che in Medio Oriente ha preso campo proprio dopo le destabilizzazioni messe in atto dall’Occidente. Che i miliziani dello Stato Islamico utilizzassero armi israeliane contro l’esercito siriano – del resto – non è una supposizione, ma un fatto accertato. Come altrettanto lampante è il fatto che gli unici governi vicini all’islamismo jihadista siano anche quelli più vicini a Stati Uniti ed Israele: Arabia Saudita, Turchia, Qatar ed Emirati.

Non ci interessa convincere nessuno della bontà del fronte palestinese, che può anche essere discutibile nei metodi e nella frammentazione interna. Ciò che più ci preme – dal canto nostro – è smascherare le ipocrisie di una propaganda artefatta, che semina violenza nel nome della pace e sopprime il diritto alla terra in nome della libertà. Per questi princìpi – che riteniamo essere non negoziabili – il nostro sostegno va alla causa di un popolo che continua a chiedere ciò che dovrebbe essere sacrosanto per tutti: terra, sovranità, dignità.

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