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ATTUALITA'

PIUTTOSTO CHE CRITICARE I FESTEGGIAMENTI ALTRUI PENSIAMO A COME VINCERE

A distanza di qualche giorno dai festeggiamenti dello scudetto a Milano si può cogliere l’occasione per fare delle constatazioni di carattere politico e, addirittura, ideologico di più ampio respiro, affermando che una certa parte dell’opinione che può trovare riferimento in quel grande contenitore chiamato destra, sbaglia a leggere e a porre le questioni sotto almeno due aspetti.

In primo luogo si è potuto prendere atto di come sia diffuso tra molti una sorta di rancore misto a elitarismo spicciolo che ha portato coloro che vorrebbero atteggiarsi ad aristocratici rivoluzionari da salotto a bollare come rozze o persino da incoscienti le esultanze che hanno coinvolto una parte importante del capoluogo lombardo senza rendersi conto della reale portata che esse hanno rivestito. Sembra infatti che si sia ereditato da una certa sinistra sessantottina poi traghettata verso quelle posizioni che oggi si definiscono “radical chic” un astio verso il calcio, bollato come sport volgare appannaggio delle «classi subalterne». E invece, in questo periodo caratterizzato ancora da restrizioni e distanziamenti, è stato proprio il calcio a dimostrare prepotentemente come esistano, nonostante tutto, emozioni in qualche modo semplici e primordiali che spingono degli sconosciuti ad abbracciarsi e a gioire in nome di una comune passione che, al netto delle discussioni da bar, non richiede niente di più che uno spassionato amore per una maglietta colorata portata da quei «22 scemi che corrono dietro ad un pallone». Si è dimostrato che, nonostante ogni tentativo di instillare terrore e di sradicare ogni sentimento, ci sono impeti che spingono ancora a lasciare il sicuro divano per qualche ora e a ricongiungersi col proprio simile che, seppur estraneo, è legato a noi per un comune sentire.
Insomma le critiche per il fatto che la popolazione (o una certa parte di essa) sia disposta a scendere in strada e a “rischiare” in nome di uno sport piuttosto che per i propri diritti, sembrano mostrare con evidenza l’astio che certe parti politiche, oramai incapaci di comprendere la portata del pallone e delle emozioni che lo caratterizzano, nutrono nei confronti della massa. Ciò rivela fondamentalmente una delusione di quelle speranze che nella massa – evidentemente idealizzata – erano state riposte. Sulla scia di questa riflessione si palesa altresì una totale incompetenza nella lettura e nelle interpretazioni delle dinamiche politiche e soprattutto popolari, dal momento che si evince una intima convinzione che identifica quella stessa fetta di popolazione come quella a cui mirare per organizzare sollevazioni di piazza, non rendendosi dunque conto dei piani diversi su cui si trovano i due ambiti.

Dall’altro lato si evidenzia anche l’incapacità di sfruttare certe situazioni per tentare di fare leva su quelli che sono i settori più strettamente politici. Occasioni come questa, così come anche la vittoria della scorsa Coppa Italia del Napoli o la morte di Maradona, si sarebbero potute sfruttare per poter rimarcare come, nonostante gli assembramenti che questi eventi hanno accompagnato, non vi sia stata quella impennata di contagi tanto paventata dai virologi da tv che da oltre un anno tengono un intero paese sotto un giogo di cui sarebbe giunto il momento di liberarsi. 

Proprio da quest’ultimo punto potrebbe partire un’ulteriore analisi di più ampio respiro che porterebbe a dire che la destra sbaglia sempre la scelta del terreno di scontro o quantomeno compie sempre una selezione sbagliata delle armi con cui scagliarsi contro il nemico.

Lo si è oramai assodato da tempo e ultima e più evidente battaglia che questa compagine sembra non essere in grado di vincere è proprio quella che da mesi si combatte sulla questione chiusure, con uno sbaglio di fondo nell’impostazione della critica all’avversario che ha comportato una serie di tragiche sconfitte. 

Il dibattito che da mesi va avanti sulla riapertura delle diverse attività del Paese è infatti centrale. Al di là della obiezione che si potrebbe fare sul fatto che certe categorie siano state completamente abbandonate al proprio destino – vedasi il caso delle palestre e delle piscine per rimanere in ambito sportivo – è evidente che anche in questo caso si sia impostato un discorso fallace all’origine. Piuttosto che sostenere che l’apertura della parte selezionata di attività non ha effettivamente portato un aumento di contagi e di conseguenza una problematica per la collettività e il sistema sanitario nazionale, ci si è incaponiti nel portare avanti la tesi del «perché lui sì e io no?!». Questione che, per quanto comprensibile, è risultata nulla più che il lamento di un figlio che si lagna con i genitori del fatto che al fratello sia stata fatta una più lasca concessione (termine che purtroppo si confà perfettamente alla situazione di servilismo e subordinazione in cui ci troviamo). Insomma a tali rimostranze qual è stata la risposta? «Benissimo, allora niente a nessuno!».
Un discorso per certi versi analogo è stato fatto sulla questione istruzione, con dibattiti sul ritorno a scuola piuttosto che sul proseguimento della tristemente nota “Didattica a distanza” con la relativa differenziazione tra i vari gradi scolastici. Ma questa – come si suol dire – è un’altra storia.

Di questo passo si arriva poi direttamente ai battibecchi di poche settimane fa dove si è quasi atteso con entusiasmo il 25 aprile solo per poter gridare all’assembramento. Chiaramente ciò è stato fatto con “armi spuntate” e, fondamentalmente, la cosa non ha interessato nessuno. Si è di riflesso giunti al 29 aprile, data delle celebrazioni per Carlo Borsani, Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi, che hanno portato ai soliti titoloni dei “giornalai” che, di tutta (prevedibile) risposta, denunciavano la calca in Via Paladini. 

Di questo passo, per sillogismo, arriveremmo addirittura alla questione dell’estradizione degli ex brigatisti dalla Francia già ampiamente e lucidamente analizzata da Gabriele Adinolfi. Non sono mancati infatti commenti e pareri anche di una certa sinistra che, ubriaca di giustizialismo, non solo ha auspicato pene esemplari per i brigatisti ma ha poi proposto di non dimenticarsi di chi era “dall’altra parte”.
Fatta la premessa che pure per una certa porzione a destra, in particolare quella “securitaria” pronta a chiedere la forca per chiunque, andrebbe più che bene questo modo di pensare perché tanto nulla ha a che spartire – per fortuna – con chi ha lottato in nome di un’Idea anche a costo di infrangere leggi e commettere sacrifici, viene tuttavia da porsi un quesito: Quali risultati ha portato questo modo di fare opposizione se non una sconfitta su ogni fronte (anche se quasi mai pagata da chi ha portato avanti certe strategie)?

È chiaro che si debba partire dal principio che il proverbiale coltello dalla parte del manico – per rimanere in tema di armi – non lo ha la destra (o almeno non un certo tipo). Quel che bisogna comprendere è che ricorrenze come il 25 aprile o il 1° maggio saranno comunque tollerate da quelle istituzioni che saranno invece pronte a riservare multe e gogne a chi si trova dall’altra parte della barricata. Sia ben chiaro che qui né si vuol sostenere che si debba accettare supinamente la funesta data della liberazione né ci si vuole ergere a portatori di verità e soluzioni. Il punto è che incaponirsi nel giocare con un modulo che si è dimostrato perdente è quantomeno stupido se non criminale. Sorge dunque spontaneo un ulteriore interrogativo: manca la capacità di comprendere che si viene battuti oppure fa piacere perdere clamorosamente per poi nascondersi dietro uno stantio vittimismo? In entrambi i casi bisognerebbe valutare l’ipotesi di un esonero, perché a quanto pare l’allenatore non sa quel che fa.

Alessandro Autiero

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