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POLITICA

ÉLITES, COMPETENZA, DEMOCRAZIA E OPINIONE PUBBLICA. PROPOSTE PER UN IDENTIKIT DEL RIFORMATORE DEL XXI SECOLO

FONTE: https://rivistaeco.it/elites-competenza-democrazia-e-opinione-pubblica-proposte-per-un-identikit-del-riformatore-del-xxi-secolo/

Si scrive élite, si legge tecnocrate: “élite” è la parola del momento, per lo meno nel nostro paese. Ma, nel mondo della catastrofe climatica, dell’inquinamento ambientale, delle pandemie virali, la critica della società viene anche, se non soprattutto, dalle scienze naturali, dal mondo dell’ecologia. Occorre quindi una opinione pubblica ben (in)formata per decidere del bene pubblico e per controllare le “élite della competenza”. Il sistema formativo è attualmente in grado, in Italia, di preparare convenientemente una simile opinione pubblica?

In questo tempo di crisi, soprattutto in Italia, si torna a parlare di élites, a proposito del governo Draghi. “Milano Finanza” titola, il 16/02/2021, “Con il Governo Draghi torna il rispetto per le élite e per il principio di competenza”; quattro settimane fa il “Corriere della Sera” titolava “Ora è il popolo a volere un’élite” e “Il Fatto Quotidiano” del 2/03/2021 si chiede “Governo Draghi, rivincita delle élite?”.

L’11/04/2021 Lucia Annunziata, nel programma “Mezz’ora in più”, ha designato il governo Draghi come “governo delle élites”.

“Élite” è la parola del momento, dunque, per lo meno nel nostro paese.

Una parola che viene da lontano.

Le tesi elitiste

Una vera e propria scuola di pensiero attraversa, dall’età della Restaurazione a oggi, la storia del pensiero politico occidentale, la scuola “elitista”; la tesi della scuola è chiara: “Minoranze organizzate, sempre, nella storia umana, governano maggioranze disorganizzate o poco organizzate”. Alle origini del lungo percorso, bicentenario, di questa scuola di pensiero va individuata una peculiarità dell’età moderna: la società di massa. Non che le masse non esistessero, prima, ma il loro peso politico era stato sempre episodico, legato a situazioni di emergenza o di eccezionalità: carestie, pandemie, crisi produttive e di redistribuzione della ricchezza sociale; con le rivoluzioni industriali, con la creazione dei grandi agglomerati produttivi urbani, con il ruolo delle masse lavoratrici nella nuova produzione della ricchezza, il peso politico delle masse si è fatto sempre più considerevole, via via che il progresso tecnologico avanzava. E la distinzione / contrapposizione fra masse ed élites è diventata uno dei problemi sociopolitici più rilevanti delle società industrializzate.

Le élites della competenza

Ma occorre distinguere, all’interno di un filone di pensiero che raccoglie pensatori così diversi come Claude Henri de Saint-Simon, Auguste Comte, Hippolyte Taine, Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Robert Michels, Joseph Aloys Schumpeter e Charles Wright Mills per citare soltanto alcuni nomi tra i molti che il lettore potrebbe trovare, a esempio, nel volume di Giorgio Sola La teoria delle élites (Bologna, Il Mulino, 2003).

Le élites che ora si cercano non sono tanto élites politiche (Taine, Mosca, Pareto, Michels, Schumpeter, Wright-Mills), quanto le élites della competenza (Saint-Simon, Comte), cioè le élites tecnocratiche, già indagate nel vecchio (del 1964), ma non ancora obsoleto, volume di Jean Meynaud, La tecnocrazia. Mito o realtà? (tr. it. Bari, Laterza, 1966).

Infatti, fra i “titoli di credito” di Mario Draghi presso l’opinione pubblica, grande rilievo ha il suo essere economista non soltanto teorico (allievo di Federico Caffè alla Sapienza di Roma, specializzato al MIT di Boston), ma pratico (già direttore generale del Ministero del Tesoro, poi chiamato da Carlo Azelio Ciampi alla Banca d’Italia, e, successivamente, presidente della Banca centrale europea). Infatti, Draghi è stato incaricato in qualità di presidente del consiglio come “tecnico”, non in veste politica.

L’incompetenza fa crescere la demagogia

Da tempo il dibattito sulle élites ha abbandonato i termini della denuncia di Christopher Lasch (La ribellione delle élite, Milano, Feltrinelli, 1995) sulle élites che hanno perduto il contatto con la “gente” e che favoriscono lo sviluppo di “istituzioni parallele” indifferenti al controllo democratico, per orientarsi verso la denuncia del legame fra crisi della democrazia e aumentato peso politico dell’incompetenza quando essa si sposa con la capacità demagogica. Lo ha documentato con drammatica lucidità Tom Nichols nel suo volume La conoscenza e i suoi nemici. L’èra dell’incompetenza e i rischi per la democrazia (Roma, LUISS University Press, 2018).

Non a caso. Il nostro mondo è il mondo della catastrofe climatica, dell’inquinamento ambientale, delle pandemie virali, un mondo in cui l’autentico umanesimo non può che trasferirsi nella scienza per compiere la propria missione di tutela dell’essere umano dai pericoli nei quali l’essere umano stesso si è gettato per ignoranza. La critica della società, oggi, viene non soltanto dalla filosofia, dalla sociologia e dall’economia più avvertite, ma, anche, se non soprattutto, dal mondo delle scienze naturali, dal mondo dell’ecologia. Se di nuova classe politica è il caso di parlare, come prospettiva per il futuro, il suo tratto caratteristico dovrà essere la competenza incrociata in scienze naturali e in scienze sociali. Questo il possibile identikit del riformatore del XXI secolo.

Il giudice del bene pubblico

Questa è una prospettiva assai vicina, tematicamente, a quanto scriveva Saint-Simon sulla necessità che la società sia governata dai “produttori”, cioè dagli scienziati, dai tecnici e dai lavoratori per il bene comune, oppure a quanto affermava Comte sulla necessità di una “gerarchia positiva” nella quale governino gli scienziati e i finanzieri per il bene pubblico.

Chi è il giudice del bene pubblico? Per Saint-Simon e per Comte la chiarezza della scienza non ha bisogno – o quasi – di controllo; ma la critica dell’economia capitalistica di Marx ed Engels ha messo in luce l’utilizzabilità della scienza come mero strumento per l’accumulazione del profitto e, oggi, Naomi Klein (Il mondo in fiamme. Contro il capitalismo per salvare il clima, tr. it. Milano, Feltrinelli, 2019) ha documentato come l’economia del profitto sia direttamente coinvolta nel disastro ecologico del nostro pianeta.

Il giudice del bene pubblico è il pubblico stesso, ma a una sola condizione: che esso sia informato scientificamente. Soltanto una corretta comunicazione scientifica può rendere collaborativi i rapporti fra élites della competenza e “massa” (o pubblica opinione, se si preferisce). Ma l’informazione scientifica deve arrivare a un pubblico che il processo formativo abbia reso edotto dei problemi dell’ambiente (problemi sanitari inclusi) e delle connesse problematiche socioeconomiche.

Il nostro sistema formativo è attualmente in grado, in Italia, di preparare convenientemente una simile opinione pubblica? Attenzione a rispondere: ne va della fruttuosa collaborazione fra élite e “masse”…

Francesco Ingravalle

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