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POLITICA

PERCHÉ L’ANTI-FEMMINISMO DI MANIERA NON PUÒ PIÙ BASTARCI

FONTE: https://www.ilprimatonazionale.it/cultura/perche-anti-femminismo-maniera-non-puo-piu-bastarci-184909/?fbclid=IwAR2E7OsE-uYVC7drf101ohdNoahzsS8y7wGMjpU7zq_j5owJsTOPFbbhMhI&amp&__twitter_impression=true

Che il femminismo militante, oggi, sia parte integrante dell’ideologia dominante – sia pur con qualche significativo motivo di disallineamento, pensiamo solo ai conflitti con le rivendicazioni dei trans – è un fatto che sarebbe difficile contestare. Lo testimoniano la sua volontà di parcellizzare la società in tante nicchie sociologiche in conflitto tra loro, lo spirito di rivendicazione rancorosa e vittimista, l’odio per il maschio e per il padre, la logica dei «diritti», lo spirito questurino e delatorio, la tendenza alla spoliticizzazione – tutte cose che incardinano il femminismo militante nel cuore del peggiore spirito del tempo.

L’anti-femminismo della destra reazionaria

E tuttavia, più passa il tempo e più questa constatazione sembra non bastare per inquadrare le problematiche di genere della contemporaneità. Più passa il tempo e più la critica al femminismo, da sola, sembra priva di sbocchi. Sembra, anzi, mostrare sempre più i suoi limiti, soprattutto in quel mondo della politica e della cultura alternativo alla sinistra, che nell’antifemminismo di maniera trova la sua prima e ultima parola sull’argomento, con toni che peraltro si fanno più truci e con visuali sempre più limitate con il passare del tempo. Questo ripiego è del resto tipico della fase neo-reazionaria che sta attraversando oggi la destra, che sembra aver deciso di ergersi a difesa di un recente passato idealizzato a cui bisognerebbe riportare le lancette: quello in cui c’era il posto fisso, eravamo «sovrani», non avevamo così tanti stranieri e, per l’appunto, le donne stavano «al loro posto». Un po’ anni Ottanta del Novecento, un po’ anni Ottanta dell’Ottocento, ma saltando a piè pari le fasi di accelerazione e modernizzazione che stanno in mezzo. Alle pretese sempre più strampalate e fanatizzate del femminismo militante, si vorrebbe quindi rispondere facendo finta che il femminismo non sia mai esistito, che non abbia raccolto mai, in nessuna sua fase, delle istanze legittime, che la storia possa rotolare all’indietro a piacimento.

Anti-femminismo? Piantiamola col bigottismo confessionale 

A tale deriva contribuisce certamente il ritorno di fiamma di un certo bigottismo fondamentalista cattolico che, comunque, a destra «fa opinione» e crea senso comune anche fra chi non abbia marcate tendenze confessionali, saldandosi talvolta persino con certe simpatie filo-islamiche che, dal sacrosanto ambito storico, geopolitico o esoterico, sono col tempo scivolate verso un’accettazione aproblematica dei valori della sharia come luminoso e auspicabile modello di società. Ma c’è di più: a questo miscuglio si uniscono sempre più spesso tendenze e paranoie tipicamente americane, la cui importazione è favorita dai social. Pensiamo per esempio a certa post-ironia apertamente misogina mutuata dall’alt-right americana, che non di rado flirta con sottoculture deliranti, come quella degli incel, i «celibi involontari», giovani maschi soli che sviluppano rancore nei confronti del mondo femminile.

E poi, trovandosi in rete, coagulano questa frustrazione in una visione del mondo reazionaria volta a riportare il mondo a una immaginaria «tradizione» il cui principale merito sarebbe quello di inibire alle donne la facoltà di scelta sessuale e quindi di assicurare autoritariamente una partner per tutti. Che questo tipo di idee fioriscano negli Usa è cosa che non stupisce, essendo l’America la terra dei matti per definizione. Ma sempre più spesso, molto più di quanto si immagini, esse trovano terreno fertile anche da noi.

La donna fissa e l’uomo immobile

Da tutto ciò emerge come una riflessione sull’argomento non sia più rinviabile. Fare sarcasmo sulle deliranti proposte di qualche collettivo femminista dell’università del Michigan non può più bastare. In un libro di qualche anno fa, Contro l’eroticamente corretto (Bietti), ho cercato di inquadrare tutto il nodo di problemi relativo a sessualità, famiglia, omosessualità, femminismo, identità maschile e identità femminile in una chiave che non fosse solo critica, ma anche propositiva. Uomo e donna, intesi come concetti sociali – spiegavo – non sono «dati», ma vanno costruiti. Alle follie ideologiche non si risponde rispolverando categorie ovvie, naturali, aproblematiche, ma accettando la sfida e ripensando ruoli, funzioni, rapporti.

Non esiste una «donna» fissa, eterna, che il femminismo vorrebbe pervertire e a cui bisogna tornare, non esiste un «uomo» altrettanto immobile messo a repentaglio dalla «nuova mascolinità». Per quanto (talvolta legittimamente) i modelli familiari e sessuali dei nostri nonni possano apparirci preferibili a quelli oggi di moda, resta il fatto che essi non torneranno. Esistono certamente delle costanti antropologiche e biologiche che definiscono la base dell’identità maschile e femminile, ma su questo fondale lavorano da sempre categorie culturali e modelli sociali.

Aprire il dibattito, concretamente

Se ho fatto riferimento a un mio libro non è per vanità o autopromozione, ma semplicemente perché il discorso è talmente vasto da non essere esauribile in un semplice articolo. Per riassumerne brutalmente in questa sede gli argomenti e non lasciare la provocazione priva di sbocchi, mi limiterò ad accennare a due punti: a) il rapporto del maschio con il selvatico, con il suo essere «lupo», è allo stesso tempo necessario e problematico. Se l’ideologia dominante vorrebbe semplicemente sopprimerlo, il compito di chi vuole ripensarlo deve invece essere quello di ripensare una cornice di riti e simboli per sublimare questa identità ancestrale senza negarla; b) l’identità femminile non può essere pensata che in forma plurale. A tal proposito, mi rifaccio per esempio ai sette archetipi proposti dalla psicologa junghiana Jean Shinoda Bolen: Artemide, Atena, Estia, Era, Demetra, Persefone e Afrodite.

Questo in sede culturale o «metafisica». Se il discorso sembrasse troppo astratto, tuttavia, si può fare qualche passo in una direzione più concreta. Per esempio: al netto della retorica boldriniana e delle bislacche quanto inutili iniziative legislative, è davvero impossibile per noi aprire un dibattito sulla violenza contro le donne, che certo non porti alle estremizzazioni o alle colpevolizzazioni generiche tipiche dell’approccio dominante, ma che non di meno riconosca che il problema esiste? Ci servono meno memi antifemministi e più domande di questo tipo. Anche se postare i primi è molto più comodo.

Adriano Scianca

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